Alvaro Recoba, mi Chino Querido

di
alvaro recoba
@scoopnest.com

Il periodo natalizio in Sudamerica, sotto l’equatore, è anche il “primo caldo”. Le giornate diventano lunghissime, il sole illumina le città per più di 14 ore al giorno, gli uffici iniziano a chiudere progressivamente per le ferie estive, gli studenti affrontano i “compiti” di fine anno prima di iniziare a disfrutar di una lunga estate.

Per una persona cresciuta in Europa, vivere a 17 anni un Natale del genere è decisamente atipico: uscire con gli amici fino a tardi in spiaggia con il cappello da Babbo Natale e i bermuda è un’esperienza che ti segna l’adolescenza.

La parte migliore della seconda metà di dicembre è che Punta del Este, piccola porta d’ingresso sull’Oceano Atlantico che d’estate diventa la risposta Sudamericana a Miami, entra nel suo momento di massimo splendore.

Quella fine di dicembre 2009, con la mia famiglia ospitante, decidemmo di partire di pomeriggio (e non di mattina) verso l’Este, convinti che ci sarebbe stato poco traffico. Non avremmo mai immaginato che a bloccarci sarebbe stato qualcosa che stava accadendo ad appena tre cuadras (isolati) da casa: in Avenida 8 de Octubre era appena arrivato, alla sede del Danubio, il rinforzo di punta per il Clausura 2010.

Più che arrivato, tornato. Era tornato el hijo prodigo, Alvaro Recoba.

alvaro recoba
La presentazione di Alvaro Recoba al Danubio, un evento che paralizzò un paio di quartieri di Montevideo | @lavozlivre.com

Io, Alvaro Recoba e l’Inter: breve storia d’amore

Mentre cercavamo di liberarci dal traffico, ripensai spesso alla prima volta che vidi giocare Alvaro Recoba. Curiosamente, era la prima volta che vidi una partita intera dell’Inter.

Sono abbastanza sicuro di poter dire che anche quel 24 agosto del 2000, nella mia Palermo, era un caldo giorno d’estate, e non “atipico” come l’afa natalizia di Montevideo.

Da piccolo guardavo saltuariamente le partite dell’Inter con mio padre, tifoso di lungo corso: la desease ancora non si era fatta largo in me. A 8 anni mi divertivo decisamente di più, televisivamente parlando, a riguardare tante volte i due film di Toy Story o gli altri cartoni Disney.

Quella sera, però, mi misi a guardare la partita.

Riguardandola di recente, riflettevo sul fatto che probabilmente mi sarei annoiato: quell’Inter-Helsingborg, ritorno del preliminare di Champions League, fu una partita tutto sommato noiosissima. I nerazzurri dovevano rimontare l’1-0 subito all’andata in Svezia, ma dalle reazioni di mio padre potevo notare come le possibilità, visto il gioco espresso, erano relativamente scarse.

All’ultimo minuto, quando mia madre era già ripassata più volte a invitarmi ad andare a dormire, il colpo di scena: un difensore della squadra svedese colpisce di mano dopo un rimpallo di Robbie Keane, il migliore in campo per l’Inter; l’arbitro concede un rigore che, se segnato, poteva valere i supplementari, altri 30 minuti di speranza.

Sul dischetto si presentò il numero 20, quel Recoba di cui avevo già sentito parlare mio padre qualche volta. Veniva descritto dal telecronista come un giocatore dal piede mancino eccezionale, quindi era lecito pensare che avrebbe tirato un rigore forte, proprio di sinistro.

Sacrificò, come spesso ha fatto nella sua carriera, la potenza alla precisione. Alla dolcezza. Forse troppa, perché Sven Andersson, il portiere dell’Helsingborg, quel rigore lo parò.

Ma Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore.
Non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore.

Quel rigore sbagliato ebbe in me un effetto stranissimo, indescrivibile a parole. Anni dopo realizzai che il mio amore per il calcio, e per l’Inter, nacque lì. Ho sempre avuto, nel mio approccio allo sport, una propensa simpatia allo sfigato. A chi perde, a chi sbaglia. Sperando nella rivincita, sperando nella rinascita.

Come dice un proverbio giapponese, che è un po’ la summa della mia vita, Nanakorobi yaoki.

Fall Seven Times, Stand Up Eight.

In effetti Alvaro Recoba el Chino provò a rifarsi subito da quell’errore, che arrivava dopo 21 gol in A (tra Venezia e Inter) in due anni, gol che seguirono il famoso e scintillante esordio dell’Agosto 1997 contro il Brescia.

L’uruguayo segnò in entrambe le partite del primo turno di UEFA contro i modesti polacchi del Ruch Chorzow, e mise a segno anche il primo gol stagionale in A dell’Inter a Reggio Calabria.

Ricordo di essere stato molto felice per quel gol, il terzo consecutivo per un Recoba che sembrava essersi messo alle spalle quel maledetto rigore. Ma al Granillo andò male. Che poi fu il leit-motiv dell’Inter 2000-01, in campionato, Coppa Italia e anche Coppa UEFA.

Nonostante quella che fu una delle peggiori stagioni dell’era moderna dell’Inter, la desease mi aveva colpito. Anche perché l’annata successiva, la prima del fresco bi-finalista di Champions col Valencia Hector Cuper sulla panchina nerazzurra, fu molto più “stimolante” per un giovanissimo tifoso.

Nonostante la delusione in semifinale di UEFA col Feyenoord, il tridente Vieri-Ronaldo-Recoba stava trascinando l’Inter alla conquista del 14° scudetto.

Alla penultima giornata l’impegno col Piacenza era cruciale, per chiudere in bellezza a San Siro e arrivare all’ultima giornata con la consapevolezza di aver il destino nelle proprie mani. Dopo il gol di Matuzalem che pareggiò il vantaggio iniziale di Cordoba, l’Inter assediò la porta di Orlandoni. Fino al 70°, quando il mio eroe sfoderò quello che, secondo me, è il suo secondo gol più bello con la maglia nerazzurra (il primo arriverà più tardi nella storia).

La differenza, poi, la fanno sempre le giocate dei campioni.

Missione compiuta, per la mia felicità: il sogno era vicino, e l’essere l’unico interista nella mia classe delle elementari stava finalmente cominciando ad essere vantaggioso.

Poi, però, ci fu il 5 maggio 2002.

Lì Alvaro Recoba, il giocatore più pagato al mondo, fallì. Come spesso, troppo spesso, gli capitava. Fu totalmente anonimo, incapace di contribuire alla squadra e di reagire. A 10 anni, mi sentivo tradito. Fu come sapere della non esistenza di Babbo Natale. Pensavo davvero che l’Olimpico avrebbe rappresentato il riscatto definitivo del Chino, uno che doveva sempre dimostrare qualcosa.

Pensavo, credevo, che il riscatto sarebbe arrivato l’anno dopo, nell’Euroderby in semifinale di Champions. Anche lì l’Inter arrivò vicinissima al traguardo, troppo vicina. Ma non lo superò. Anche lì, tra i primi chiamati sul banco degli imputati, c’era il Chino.

Crescendo, passando alle scuole medie, il mio personale Pantheon si arricchì di altri giocatori, come Zlatan Ibrahimovic o Georgios Karagounis. Probabilmente anche perché Alvaro Recoba stava passando da idolo d’infanzia a, prendendo a prestito una definizione che avrei compreso anni dopo, fidanzata sbagliata.

Dopo il 2003 Alvaro smise di essere il giocatore più pagato al mondo, e la sua parabola nerazzurra declinò lentamente: con l’arrivo di Mancini sulla panchina nerazzurra venne utilizzato di meno rispetto al passato, anche a causa della continua pubalgia, e i lampi di genio furono rari. Ma non per questo meno belli.

Il 2006-07 fu per l’Inter una cavalcata trionfale, che si concluse con addirittura 97 punti. Il 29 aprile a San Siro si giocava Inter-Empoli, la festa per lo scudetto dei record. Quel giorno ero a pochi mesi dal mio 15° compleanno: non più l’età in cui, ad una festa, si organizza lo spettacolo di magia. A San Siro, per il primo scudetto nerazzurro festeggiato in campo dal 1989, lo spettacolo di magia quella sera ci fu.

Congedarsi con un Olimpico.

Il 73° ed ultimo gol nerazzurro del numero 20 uruguayo è, secondo me, il più bello di tutti. Segnato all’Empoli, una vittima preferita. Un gol che può essere anche preso come chiave di lettura del Chino interista: bellissimo e fine a se stesso, segnato contro una piccola in una partita in cui i riflettori erano su altro.

Alvaro Recoba lascia l’Inter quell’estate per trasferirsi al Torino, ma la Redemption che tanto sognavo per lui ancora fatica ad arrivare. In Piemonte fatica (3 gol in 24 partite), in Grecia al Panionios non brilla (5 gol in un anno e mezzo).

E fu così che si arriva a quel Natale 2009, a quel regalo di Natale.

Pesos o dolares? Il ritorno in Uruguay

Il ritorno a casa del figliol prodigo sembra essere la Redemption perfetta. La chiusura poetica del cerchio. Una scelta non fatta per denaro, come ci tenne subito a precisare alla sua presentazione. Si narra, infatti, che vi fu una disputa sulla valuta in cui calcolare lo stipendio.

In effetti, Recoba, nel club della Curva de Maroñas che lo lanciò nel calcio professionistico, sembra ritornare ai livelli di inizio millennio. In tre “tornei” segna 11 gol in 31 partite, trovando una continuità fisica che mancava da tempo, ma il Danubio non riesce a far meglio del 5° posto dell’Apertura 2010, non riuscendo mai a competere per davvero per il titolo uruguayo.

In quel momento Alvaro capisce che la Redemption deve passare per mezzo di un titolo, di un trionfo: con questa obsesion in mente decide, nell’estate 2011, di percorrere un paio di km di Avenida 8 de Octubre, trasferendosi dal Danubio al Nacional, il suo secondo amore charrua.

E il successo non fatica ad arrivare: con una solida stagione (8 gol in 24 partite), arricchita dal meraviglioso gol in finale con il Defensor Sporting, el Chino torna a vincere un titolo nazionale dal 2007, regala il primo trionfo in carriera al Muñeco Gallardo (uno che negli ultimi anni ha vinto giusto un paio di trofei col River Plate) e arriva a quello che paradossalmente è il miglior momento della sua carriera, sia per rendimento fisico che tecnico.

Nel 2012 Recoba ha 36 anni, eppure sembra essere un meraviglioso vino d’annata. Ma il gol al Defensor, per quanto meraviglioso, non può essere l’immagine simbolo della Redemption.

alvaro recoba
Un Recoba tricolor d’annata | @taringa.net

Quando, in un giorno d’inizio dicembre 2013, andai alla sede del Nacional, sempre in quella Avenida 8 de Octubre tante volte percorsa, simbolicamente e non, da Recoba, per richiedere la possibilità di intervistare il Chino, ripensai alle possibili Redemption che potevano essere vissute da un giocatore così atipicamente speciale.

Chiacchierando con lui alla vigilia di una partita importante come l’ultima giornata del Torneo Apertura (in cui il Nacional si giocava il titolo con River Plate e… Danubio), notai come la placida calma con cui analizzava e ripercorreva le fasi più importanti della sua lunga carriera era perfettamente applicabile alla stessa insopportabile tranquillità che lasciava trasparire quando giocava.

Per questo motivo mi colpì molto la sua definizione di perfezione.

La perfezione non la trovi mai, ma devi cercarla, nel calcio soprattutto. Se uno non ha mai giocato a 30 anni non diventa un fenomeno, ma se continua ad allenarsi col tempo migliora.

Mi piace pensare che il Recoba anziano, quello che si è ritirato ufficialmente questa settimana, sia un giocatore che si sia reso conto (pur tardi) di ciò che ha “sprecato”. E che quindi si sia applicato alla ricerca della Redemption.

Quel weekend, dopo l’intervista, il Nacional perse in casa col Fenix anche a causa di un rigore sbagliato dal Chino. Rigore che diede, per ironia della sorte, il titolo proprio al Danubio con cui Recoba, nonostante tutto, si è lasciato bene.

Mentre osservavo la Curva de Maroñas riempirsi di gente festante come 4 anni prima, riflettevo sull’eventualità che detta Redemption non potesse mai arrivare. Mi sbagliavo. Perché quando sei speciale, anche se specialmente indolente, la Redemption arriva sempre.

Per Alvaro Alexander Recoba Rivero e il suo inspiegabile tatuaggio da unicorno sul bicipite, quell’agognata Redemption arrivò il 9 novembre 2014, 11 mesi dopo quel rigore sbagliato.

Cuanta magia en un zapato.

Quando sei sempre stato fine a te stesso, futile, pecho frio (favolosa espressione sudamericana che descrive quelli che tendono a “sparire” nelle avversità e momenti difficili) segnare un gol così è la tua Redemption. All’ultimo minuto. In un derby contro i rivali di sempre. In una partita che la tua squadra stava perdendo fino all’89° minuto. Un gol che corona un torneo Apertura da record per la tua squadra (42 punti su 45).

Quella punizione fa il giro del mondo, e segna ufficialmente l’inizio della fine della carriera di Alvaro Recoba, carriera che si chiude lo scorso giugno con il 45° titolo nazionale del Nacional. Un titolo vinto contro l’avversario di sempre, sempre il Peñarol, in finale al supplementare. Dove il piede mancino del Chino pennella un calcio d’angolo che è decisivo pur non finendo direttamente in porta.

E poco importa stavolta se Recoba sbaglia ancora un rigore: il finale è completo, il cerchio si è chiuso.

Data anche la sua calma nell’annunciare il ritiro, le voci si rincorrono. Ma è impossibile chiedere una conclusione migliore, probabilmente perfetta per un giocatore unico, capace di essere leader decisivo quando nessuno se lo aspettava più.

La meravigliosa serata del Gran Parque Central che segna la parola fine (per ora) all’era del Chino è la cartolina perfetta per un giocatore che, come dicevo prima, non può lasciare indifferenti.

La magia di Alvaro Recoba non ha cambiato solo la mia vita. Ha colpito innumerevoli appassionati di calcio che l’hanno amato e odiato, venerato e dileggiato. Lui ci tiene a far sapere che non si è mai pentito di nulla.

E, in fondo, avrebbe anche ragione.

Se Alvaro Alexander Recoba Rivero fosse stato un normale giocatore di calcio, si sarebbero usate tutte le 2201 parole di questo pezzo? O quelle di altri?

Se Alvaro Recoba fosse stato un normale giocatore di calcio, il nostro calcio sarebbe lo stesso?

Il mio sicuramente no. Perché, per me, tutto è nato da lui.

Adios, Genio.

alvaro recoba
Alvaro Recoba con l’attuale Presidente dell’Uruguay, Tabaré Vazquez. Difficile capire chi stia omaggiando chi | @diarioatlas

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Nato a Palermo nel 1992 e cresciuto in Uruguay a Montevideo, una vita universitaria tra Milano e Londra. Dopo un Master in Media cerco di farmi strada nel mondo dei miei sogni e divido la giornata tra l’NBA, Netflix e il viaggiare con la fantasia. Manu Ginobili è il mio eroe, ed Emma Watson ha cambiato la mia vita. Sogno di fare il giornalista sportivo da quando credevo ancora a Babbo Natale, e a volte mi chiedo se non fosse stato meglio sognare di fare il calciatore.

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