Al Museo dell’Ovvio di Guatelli per mangiare il pane quotidiano

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Il “pane di ieri è buono domani”. Lo avrete sentito dire qualche volta a una zia o madre che saggiamente auspicava il riciclo di un bene nato dalla fatica nei campi o da un lavoro intenso.

Con altrettanta saggezza, ma con più visionarietà, il maestro elementare Ettore Guatelli aveva creduto nell’opera dell’uomo. Aveva raccolto e custodito fino alla sua morte le cose, gli oggetti, della vita quotidiana degli uomini e delle donne “dell’età del pane”, quelli del lavoro nei campi. Legame con la terra e simbolo di vita. E le loro storie.

Nel peregrinare tra antropologia, musei e patrimoni culturali, ho conosciuto il Museo dell’Ovvio di Guatelli. Una installazione museale etnografica dove si racconta l’uomo attraverso gli oggetti e gli oggetti attraverso le storie degli uomini che, con le loro mani, li hanno usati e consumati.

In questi giorni si parla di Pier Paolo Pasolini per via del film biografico di Abel Ferrara, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, proprio ieri. Personalmente quando ho visto per la prima volta i film di Pasolini, tra cui il Decameron, mi sono spaventata. Non capivo tanto desiderio di mostrare dei lati così umani, fragili, perversi, a tratti immorali. Ne ho visti altri fino ad alcuni documentari, come Comizi d’Amore. Ho capito che l’opera di Pasolini voleva in qualche modo rappresentare l’uomo stesso e indagare e raccogliere i suoi cambiamenti. E anche per Guatelli non era sufficiente “raccogliere” degli oggetti rappresentativi, ma essi dovevano essere “usati”, vecchi. Dovevano essere dell’uomo e essere tutti. Non buttava niente, riciclava tutto. Che io girando tra quelle cose ho quasi percepito una vertigine ossessiva nella sua azione.

Inizialmente ho raccolto per riutilizzare. Ai contadini fa caso tutto. […] ma prendevo sempre anche quello che “mi piaceva”. Cose umili, ma anche ingegnosissime, poetiche nella loro umiltà, da amare. E da far venire il desideri di capire, di sapere chi c’era e cosa c’era dietro queste cose. E. Guatelli in La Coda della Gatta.

Ne registrava le storie: 60.000 cose con tutte le loro storie, vi bastano?

al museo dell ovvio di guatelli
La forma di scrittura etnografica del museo Guatelli è una forma diretta: relazioni con i corpi, le cose e l’altro. Risponde al bisogno di raccontarsi e di ritrovare una identità. Nella mia piccola esperienza con i musei etnografici, come fruitrice di musei, mi sono resa conto che ho bisogno del passaggio da visitatrice passiva ad attiva. Altrimenti non interiorizzo l’esperienza. Seppure il primo mandato di un museo è quello di conservare, quello di trasmettere il conservato lo segue subito dopo. Per cui, la modalità in cui viene mediata l’informazione culturale allora è importantissima, quanto il suo contenuto.

al museo dell ovvio di guatelli

Botti, falci, zappe, ruote, scarpe e… Per me che ne sono lo spettatore e per chi si occupa di museografia in Casa Guatelli. Con gran fortuna nella mia prima visita la mediazione svolta dalla presenza del prof. Turci (anche Direttore del Museo) e della prof.ssa Carosso sono state importantissime.

al museo dell ovvio di guatelli

Non mi dilungo nella descrizione del Museo Guatelli, è una esperienza soggettiva. Anche per questo motivo vi suggerisco di andarci. Magari Domenica prossima 7 Settembre dove a Ozzano Taro Collecchio (PR) alla memoria di Ettore e “del pane quotidiano” è dedicata una intera giornata, per vivere il museo in modo attivo e partecipato.

Sarà possibile prendere parte a numerose iniziative, visite ogni 30 minuti, e ci sarà un concorso di cucina sul riciclo del pane in collaborazione con la Coop.

Buona visita

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Antropologa e progettista, a Le Nius è coordinatrice, formatrice e social media manager. Studia il ruolo dei patrimoni culturali per lo sviluppo sostenibile, si interessa di antropologia dei media, è consulente per il terzo settore. info@lenius.it

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