Profughi in Libano: quanti sono e come vivono

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@rablem22

Il Libano ospita 2 milioni di profughi. Circa 6 volte quelli ospitati dalla Germania e 20 volte il numero di rifugiati presenti in Italia. Un numero, quello dei profughi in Libano, che è lievitato negli ultimi anni, a causa dello scoppio della guerra nella vicina Siria.

La crisi in Siria sembra non conoscere fine. Secondo i dati delle Nazioni Unite dall’inizio della guerra civile, nel marzo 2011, i siriani uccisi sono stati oltre 250 mila e quelli feriti oltre un milione, mentre 6,8 milioni sono gli sfollati interni e in 4,8 milioni sono stati costretti a lasciare il paese.

La maggior parte dei rifugiati siriani registrati dall’Unhcr (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) si trova in Turchia (oltre 2,7 milioni), Libano (oltre 1 milione), Giordania (oltre 650 mila) e Iraq (quasi 240 mila).

Secondo i dati del governo libanese, oltre ai rifugiati registrati, il Libano accoglie anche altri 500 mila siriani non registrati, 42 mila rifugiati palestinesi provenienti dalla Siria, 35 mila libanesi ritornati in patria, oltre alla preesistente popolazione di rifugiati palestinesi arrivati in Libano dopo la guerra arabo-israeliana del 1948 (persone stimate 270 mila). Un totale, appunto, di circa 2 milioni di persone. In sostanza oggi in Libano una persona su tre proviene dalla Siria o è un rifugiato palestinese.

La questione dei profughi in Libano è quindi estremamente attuale, ed è difficile ottenere informazioni attraverso i media occidentali, molto concentrati sulle vicende europee e poco propensi a fornire una visione globale del fenomeno dei rifugiati. Per questo ci siamo rivolti ad un contatto locale per capire come vivono i profughi in Libano, e come viene gestita la loro accoglienza nei campi profughi.

Ali Taha è direttore esecutivo dell’associazione libanese Children of Al Jalil Center. L’associazione lavora nella valle del Bekaa, dove vivono circa 300 mila rifugiati, e in particolare è attiva nel campo profughi di Wavel (Al Jalil), che si trova vicino alla città di Balbeek. I primi profughi sono arrivati a Wavel nel 1948 ma solamente a partire dal 1952 è intervenuta l’Unrwa (Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei Rifugiati Palestinesi). Secondo i dati UNRWA nel campo abitano 8.806 rifugiati.

Profughi in Libano: intervista ad Ali Taha

Ali, quale è stata l’idea alla base della fondazione di Children of Al Jalil Center e quali sono i suoi obiettivi?

L’idea di base è far crescere una generazione che possa godere di uguali opportunità e diritti, che sia capace di acquisire responsabilità e partecipare allo sviluppo e alla crescita della società. Ecco perché gli scopi principali dell’associazione sono: contribuire allo sviluppo culturale e sociale dei bambini, dei ragazzi e dei genitori di tutte le categorie sociali; partecipare allo sviluppo di una società che dia attenzione all’ambiente; proteggere la salute combattendo il fumo e l’abuso di sostanze stupefacenti. Infine, lavoriamo anche per l’integrazione del rifugiato all’interno del campo e nella società libanese.

Sono obiettivi importanti, ma che in una situazione sociale ed economica come quella dei campi profughi in Libano possono trovare molteplici ostacoli al loro raggiungimento. Quale è la condizione del campo di Wavel?

Il campo si trova in una zona prevalentemente rurale, in cui la popolazione soffre l’isolamento causata anche dalla distanza da Beirut. Ben prima della crisi siriana, la Valle del Bekaa era una delle regioni più povere del Libano, con 150 mila persone che vivevano al di sotto della soglia di povertà, con meno di 4 dollari al giorno.

Oggi la valle del Bekaa ospita il maggior numero di rifugiati nel paese (oltre 300 mila rifugiati sparsi in 340 luoghi diversi di 150 comuni), 8.500 profughi palestinesi provenienti dalla Siria, oltre 10 mila rimpatriati libanesi e il campo palestinese di Wavel, vicino Baalbek.

Nel campo vivono 1.434 famiglie di rifugiati palestinesi stabilitisi in Libano e 653 famiglie di rifugiati palestinesi provenienti dalla Siria. La maggior parte dei palestinesi è affetta da difficoltà di vario tipo. In particolare, si riscontrano problemi economici (tasso di disoccupazione oltre il 35%, povertà al 52%, discriminazione sul posto di lavoro); problemi sociali (scarsa istruzione, alto abbandono scolastico, lavoro minorile, privacy bassa a causa delle case troppo vicine); problemi di salute (la crisi finanziaria dell’Unrwa dello scorso anno ha costretto ogni rifugiato palestinese a pagare il 10% del costo dei trattamenti); problemi di sicurezza (in tutti i campi palestinesi in Libano la situazione è instabile a causa delle tensioni tra i diversi movimenti palestinesi e dell’assenza di comitati di sicurezza).

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Profughi nella Valle del Bekaa | Micol Briziobello

A proposito dell’Unrwa, l’Agenzia fornisce servizi a 12 campi profughi palestinesi in Libano, ma non li amministra né si occupa della loro sicurezza. Qual è quindi di preciso il suo ruolo?

L’Unrwa si occupa di tutto ciò che riguarda i palestinesi (sia quelli stabilitisi in Libano da tempo che quelli provenienti dalla Siria), dalle cure mediche all’educazione fino al lavoro. Ma come dicevo prima nell’ultimo anno il suo contributo è diminuito e i rifugiati hanno dovuto pagare una percentuale delle spese mediche e per l’educazione.

Come ha cambiato la vita nel campo di Wavel la guerra siriana?

Quello di Wavel è uno dei più piccoli campi profughi in Libano, ma la guerra ha provocato un aumento della popolazione di oltre il 40%, causando tra l’altro un aumento dello stress nelle persone. La guerra infatti acuisce i problemi sociali, economici e della sicurezza.

A risentire delle condizioni di stress sono soprattutto i bambini e i giovani. Children of Al Jalil Center lavora soprattutto con loro. Quali sono le vostre principali attività?

Organizziamo classi di recupero scolastico, corsi di informatica e di inglese per rifugiati palestinesi stabilitisi in Libano, rifugiati palestinesi provenienti dalla Siria e rifugiati siriani che non vanno a scuola nel campo di Wavel e nell’area di Taalbaya. Ci occupiamo di educazione non formale per i ragazzi che hanno abbandonato la scuola; organizziamo attività ricreative (disegno, giochi, artigianato, teatro, gite) per rifugiati palestinesi stabilitisi in Libano, rifugiati palestinesi provenienti dalla Siria e rifugiati siriani; promuoviamo lo sport (calcio per i ragazzi e basket per le ragazze), corsi di musica e di dabka (danza folkloristica); organizziamo seminari e corsi per bambini e ragazzi in diritti umani e diritti del bambino in particolare, pace e tolleranza, fotografia; nelle scuole Unrwa della Valle del Bekaa facciamo attività di sensibilizzazione sui danni del fumo, sulle corrette pratiche igieniche e sul giusto utilizzo delle medicine; forniamo soccorso durante le emergenze.

I beneficiari delle attività sono dunque i bambini. Come vengono coinvolti? Vi rivolgete anche alle loro famiglie?

Ci rivolgiamo soprattutto ai gruppi più vulnerabili. I beneficiari sono non solo bambini e ragazzi, ma anche i loro genitori. Ad esempio, con questi ultimi organizziamo delle discussioni di gruppo mensili. Ricordiamo che tutti possono partecipare gratuitamente alle nostre attività. Seguiamo i bambini e i ragazzi a scuola e a casa facendo visite frequenti. Coloro che hanno lasciato la scuola e seguono i corsi di educazione non formale vengono seguiti nel loro lavoro e ricevono visite settimanali a casa. Nelle attività ludiche viene data ai bambini e ai ragazzi la possibilità di esprimere la loro creatività e di condividere le loro idee.

Children of Al Jalil Center collabora con donatori internazionali. Vuoi condividere qualche esempio di collaborazione?

L’associazione dipende dai fondi di diversi enti. Ad esempio, Oxfam, che supporta le nostre attività estive da luglio a ottobre 2016, e Meca (Middle East Children’s Alliance), che fornisce generi alimentari e non, ma anche gasolio per il sistema di riscaldamento. A volte collaboriamo anche con associazioni locali (libanese e palestinesi).

Quali sono le difficoltà maggiori che l’associazione incontra?

Il problema maggiore è dato dai fondi, che sono sempre di meno. Non possiamo fare le nostre attività senza fondi. Non possiamo ad esempio assumere persone senza fornire loro un salario.

Allo stato attuale la crisi siriana è tutt’altro che risolta. Il Libano, e con esso altri paesi, dovranno gestire ancora per lungo tempo milioni di profughi. Quali sono le sfide che Children of Al Jalil Center dovrà affrontare nel prossimo futuro?

L’aumento dei bisogni dei profughi in Libano, e dei rifugiati in generale, che è direttamente collegato con la necessità di implementare molteplici attività, specialmente con i bambini, e la riduzione dei fondi a disposizione.

Questo articolo fa parte della rubrica Racconti di Cooperazione: leggi qui tutti gli articoli

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Laurea in Scienze Politiche, Diplomi in Monitoraggio e Valutazione, Relazioni Internazionali e Management di Progetti Internazionali. Ha lavorato per ONG, associazioni e società di consulenza in Italia e all’estero. Co-fondatrice di Mekané, si occupa di progetti nel settore artistico e culturale.

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