Nba Finals 2016: Cleveland, this is for you

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È difficilissimo individuare il punto da cui far partire il racconto di ciò che abbiamo visto durante la notte di Gara 7 delle NBA Finals 2016.

Potremmo far partire il racconto dalla serata americana del 5 giugno, dall’immediato post Gara 2: un sonoro e rotondo +33 che diede ai Golden State Warriors un vantaggio di 2-0 nella serieVantaggio rimontato, nella storia delle Finali NBA, soltanto 3 misere volte, l’ultima delle quali nel 2006, quando i Miami Heat conquistarono il loro primo titolo di sempre.

Vantaggio costruito grazie, soprattutto, ai 28 punti (con 5 su 8 da tre punti) di Draymond Green, non esattamente il tiratore di striscia che ti aspetti dalla squadra degli Splash BrothersVantaggio costruito anche grazie ad un’eccellente difesa, nei primi due episodi della serie, su Kyrie Irving: limitato a 12/36 dal campo, il secondo violino (perdonate il termine ridondante) dei Cavaliers fin lì era stato probabilmente il peggiore della serie per la sua squadra, specialmente in rapporto alle aspettative su di lui.

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Anche Kevin Love ha decisamente sofferto nelle prime due partite della serie.

Oppure, visto il finale della storia, potremmo fare partire il racconto dall’11 luglio 2014. Il giorno in cui Sports Illustrated, grazie al magnifico lavoro di Lee Jenkins, pubblica quei 12 paragrafi che domenica 19 giugno sono giunti a compimento.

Quei 12 paragrafi che LeBron Raymone James, di Akron, Ohio, termina così:

In Northeast Ohio, nothing is given.
Everything is earned.
You work for what you have.
I’m ready to accept the challenge.
I’m coming home.

La soprannominata Decision 2.0 riportò il figlio della signora Gloria a casa, dopo il “quadriennio universitario” con i Miami Heat, arricchito da quei due titoli che avevano tolto dalle sue spalle buona parte della proverbiale scimmia. Non tutta però.

Prima di questa serie LeBron James aveva già guadagnato il suo posto nella storia, nel gotha dello sport mondiale. Era la sua di storia a non essere completa.

Quel titolo tanto inseguito, tanto sognato, è finalmente arrivato.

Ma… How did we get here?

NBA Finals 2016 – Una serie for the ages

L’avvicinamento di Cleveland e Golden State alla decisiva Gara 7 è stato molto diverso, ma convergente. Una serie stranissima, con nessuna partita ante Gara 7 decisa da uno scarto inferiore agli 11 punti, ma con l’incredibile punteggio di 610 pari dopo i primi sei episodi.

Una serie composta da blowout, polemiche, contestate decisioni arbitrali, performance leggendarie: una serie che ricorderemo a lungo, magari come un momento ‘spartiacque’ della storia NBA.

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I vinti: Golden State e la stagione (quasi) perfetta

Partendo dai vinti, se così si può definire una squadra che è andata a 4 punti dal coronare la migliore stagione di sempre, l’analisi deve essere ancor più lucida e razionale.

È troppo, troppo facile dire oggi che Golden State gioca un basket troppo rischioso, non doveva puntare alle 73W in Regular Season, avrebbe vinto senza la sbroccata di Draymond Green in G4, Curry è overrated.

È troppo facile per chi, appunto, si limita al giudizio superficiale.

La verità è che Golden State ha giocato una stagione dove ha rappresentato, in ognuna delle 106 partite giocate, il punto di riferimento per l’avversario, la squadra contro la quale dovevi spingerti fino al 110% per avere una qualche minima speranza di vittoria.

Giocare 106 partite di questo livello (con 88 vittorie, record NBA di sempre per una singola stagione, vale la pena dirlo) avrebbe logorato chiunque, figurarsi una squadra che è arrivata alla postseason sostanzialmente senza aver vissuto periodi di forma calante o infortuni chiave.

Golden State ha perso perché, di fronte ad una squadra in missione, non puoi comunque permetterti di non avere il proverbiale centesimo per arrivare al dollaro: centesimo che, trovatasi sulle corde in Finale di Conference, si era trovato grazie a quella Strength in Numbers che è più di un motto per la DubNation, quanto una filosofia di vita.

La sconfitta di Golden State è stata frutto di quelle piccole cose, che l’han resa la migliore squadra di sempre nella storia delle Regular Season NBA, e che son venute a mancare, per caso e per dolo, nei momenti decisivi: l’efficacia dei pick-and-roll e della capacità di cambiare continuamente in difesa, togliendo punti di riferimento ad avversari già frastornati dalla rassegnazione che si prova quando un Curry o un Thompson segna uno dei suoi tiri ‘senza senso’.

Si scriverà tanto di un Harrison Barnes che, con un finale di serie pessimo, potrebbe aver modificato la percezione che si ha di lui alla vigilia di una Free Agency in cui sarà uno dei ‘piani B’ più attraenti. Personalmente penso che Barnes abbia semplicemente attraversato uno slump dovuto anche ad una fiducia venuta a mancare: dubito che la sua reputazione (ottimo giocatore di sistema con ancora dei non disprezzabili margini di miglioramento) nella lega si sia modificata così tanto.

Si scriverà, troppo, di due turning point dovuti a decisioni ‘terze’.

La squalifica di Draymond Green in Gara 5, assolutamente logica in quanto ‘somma di dividendi’, ha sicuramente cambiato la serie. Ma sarebbe intellettualmente onesto dire anche che la vittoria della svolta per i Cavaliers è arrivata grazie a due prove leggendarie, specie nel secondo tempo, di Irving e James, due prove capaci di richiudere il Larry O’Brien Trophy dentro la sua teca.

Green, che è il vero barometro dei Warriors, ha giocato una serie troppo ondivaga: i due exploit di Gara 2 e, soprattutto, Gara 7 resteranno nella nostra memoria come pure, però, le difficoltà riscontrate soprattutto in Gara 3 e 6 (ma anche nella vittoriosa – per Golden State – Gara 4). L’impressione è che Green abbia patito ‘mentalmente’ la serie in una maniera insospettabile, forse anche a causa dei posti delle scaramucce avute con Steven Adams durante la serie con OKC, preludio alla già citata squalifica ‘pivotal’. 

Steph Curry, l’Mvp smarrito

Si è già parlato troppo, a sproposito (ogni riferimento ad Ayesha Curry non è casuale) della gestione difensiva di Stephen Curry, dove l’Mvp è apparso come un giocatore insolitamente falloso e ben lontano dalla lucidità mentale difensiva che l’ha contraddistinto nelle due stagioni in cui ha cambiato il gioco della pallacanestro.

nba finals 2016È vero che alcuni dei falli fischiati al numero 30 gialloblù siano stati ‘generosi’ e perfino ‘casalinghi’, ma è anche vero che altre volte Curry è stato ‘graziato’ difensivamente, in particolare su alcuni sfondamenti subiti che, riguardandoli con attenzione, potevano benissimo andare in direzione contraria.

È difficile da interpretare anche quanto l’infortunio patito al primo turno contro Houston abbia avuto un peso nel calo di Curry in fase offensiva: le sue percentuali e un ball handling risultato meno brillante del solito sono probabilmente state condizionate dagli acciacchi fisici, ma allo stesso tempo è sembrata evidente, nella sua criticabile gestione offensiva, una componente mentale (più volte è passata l’impressione di una sorta di ‘frustrazione’ per certi tiri non entrati).

L’offseason alle porte, per i Warriors, potrebbe rappresentare delle novità inattese. Ma è sicuro che questa squadra, arrivata ad una stoppata leggendaria, ad una tripla in-the-clutch e ad una incredibile difesa dallo scolpire, in maniera definitiva, il suo nome alla voce “best season ever”, nella primavera 2017 ci sarà ancora e sarà pronta a dire la sua. Statene certi.

I vincitori: la missione dei Cleveland Cavaliers

La prima squadra di sempre a rimontare da uno svantaggio di 3-1 in una Finale NBA, per giunta con le rimanenti due partite su tre da giocare in trasferta. Sul campo di una squadra da 48 vinte e 3 perse in casa fino a quella Gara 5. Contro una squadra che, in due anni, non aveva mai perso tre partite consecutive e che, in stagione, aveva perso due partite in fila soltanto una volta: nella serie precedente.

Il paragrafo precedente contiene statistiche e facts oggettivamente interessanti, ma che probabilmente non rendono, nemmeno per 1/10, un’idea compiuta di ciò che è stato prodotto dai Cleveland Cavaliers.

La franchigia dell’Ohio, da quell’11 luglio 2014, ne ha vissute di tutti i colori: una partenza incolore nonostante i Big Three (tanto da avere, addirittura, un record negativo dopo 39 partite), una fioritura compiuta anche grazie all’arrivo di giocatori poi determinanti come Mozgov, Shumpert e soprattutto JR Smith, una postseason difficile per gli infortuni a Kevin Love e Kyrie Irving, una serie finale giocata da una sporca mezza dozzina dove Matthew Dellavedova da Maryborough, Australia, ha a lungo rappresentato la seconda opzione offensiva, un licenziamento a stagione in corso nonostante un record di 30-11 (valido per il 1° posto ad Est), un nuovo allenatore accusato di essere un pupazzo, un percorso ‘facile’ ai Playoff che li ha bollati come “overrated che giocano contro nessuno”.

Quelli che c’erano alle Finali del 2015

Pensando a chi c’era l’anno scorso nella finale persa contro Golden State, il cuore va soprattutto, inizialmente, a JR Smith e Tristan Thompson.

Smith, nonostante la sua continua intermittenza, è comunque riuscito a garantire un contributo costante e solido, tutt’altro che scontato: JR, anima della squadra e della festa post-titolo a Las Vegas, ha segnato alcuni tiri importanti che l’anno passato non ha messo e, al di là della sua intermittenza offensiva ha garantito un apporto difensivo prezioso e sottovalutato, oltre che inaspettato per certi versi.

Thompson, invece, dopo una lunga estate passata a discutere il rinnovo contrattuale, si è ritagliato il suo posticino come uno dei lunghi old style più duttili e determinanti del palcoscenico NBA: se salta subito agli occhi la sua capacità a rimbalzo offensivo, è stata egualmente (se non più) importante ai fini della vittoria Cavs la sua difesa, sui cambi, su Steph Curry (il quale, con Thompson in campo nelle prime 6 gare ha tirato solo con il 38%, a fronte del 55% con il 13 di Cleveland seduto in panchina).

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Francobollo | @nba.com

Quelli che alle Finali del 2015 non c’erano

Il pensiero poi va a chi, in misura parziale o totale, la Finale 2015 non l’aveva giocata.

Kevin Love è stato, fino a Gara 3 contro Toronto, “l’amuleto” dei Cavs, imbattuti con lui in campo in post season (oltre alle prime due gare contro i Raptors, tre sweep contro Boston -2015-, Detroit e Atlanta quest’anno). Il prodotto di UCLA ha iniziato questi Playoff tirando da fuori con percentuali altissime e, allo stesso tempo, registrando una doppia doppia in ogni partita delle prime due serie.

Arrivato in Finale in fiducia, contro un avversario spesso patito in Regular Season, dopo una gara 1 solida dal punto di vista statistico (17+13), in gara 2 ha coronato una pessima prestazione con un colpo fortuito alla testa che l’ha da un lato costretto a rimanere fuori in Gara 3 (con l’introduzione di Jefferson nello Starting Five risultata determinante ai fini dello sconvolgere i piani partita Warriors) e l’ha fatto uscire mentalmente dalla serie in Gara 4 (dove è partito dalla panchina per la prima volta in 6 anni), Gara 5 (solo 5 tiri tentati in 33 minuti) e Gara 6 (limitato da Lue a 12 minuti di gioco inizialmente per problemi di falli e poi per difficoltà ad accoppiarsi difensivamente).

Le critiche, su di lui, son state ferocissime. Spesso ingenerose. Love ha risposto, da parte sua, con una Gara 7 ‘non da lui’: i tiri hanno continuato a non entrare (3/9 dal campo, cercato pochissimo in attacco nel decisivo secondo tempo) ma, a differenza del recente passato, la garra mostrata in difesa e a rimbalzo, dove ha dato l’impressione di lottare attivamente e con grinta su ogni occasione, ha consentito a Cleveland di potersi “permettere” i problemi di falli di Thompson e, per certi versi, anche la furia offensiva dalla distanza di Draymond Green. E poi, come ciliegina sulla torta, Love ha difeso come non (quasi) mai. Soprattutto qui.

Come già detto in precedenza, Kyrie Irving ha iniziato la serie patendo la difesa Warriors e intestardendosi troppo dal punto di vista offensivo (oltre ad una -solita- scarsa attitudine difensiva).

La musica, per lui, è cambiata in Gara 3. Specialmente nella seconda metà del primo quarto, quando con 12 punti (quasi consecutivi) si è acceso entrando per davvero nella serie. E non uscendone più. In Gara 4 e 5 ha ritoccato il suo career high ai playoff, in Gara 6 (nonostante le basse percentuali) ha segnato comunque dei punti importanti, utili per spezzare i momentum dei Warriors.

In Gara 7 ha iscritto il suo nome, definitivamente, nella storia di questo gioco con una prova da veterano -alla sua prima Gara 7- facendo quasi sempre la cosa giusta e segnando, dopo 3 minuti di secche offensive da parte di entrambe le squadre, quello che può essere definito come il canestro del titolo.

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Cold blooded | @nba.com

LeBron James: affermarsi leggenda

Infine, last but not least, c’é lui.

Il figlio di Akron.

Il terzo giocatore della storia a registrare una tripla doppia in una Gara 7.

Il primo giocatore della storia ad essere il migliore, nelle cinque voci statistiche principali (punti, rimbalzi, assist, rubate, stoppate) di una intera serie di Finale (e di Playoff). Nella storia.

Colui che è stato in grado di indirizzarla con una stoppata che rivedremo, nei prossimi anni, giusto quel migliaio di volte. Perché trattasi di un gesto atletico, fisico, tecnico che va oltre qualsiasi legge naturale.


Non ho le competenze per dire se LeBron James è il miglior giocatore di sempre, anche perché non sono mai stato un grande fan delle classifiche che includono giocatori di epoche diverse. Mi sento di poter dire, a prescindere da ciò di cui siamo stati testimoni in Gara 7, che LeBron è il miglior giocatore della sua generazione ed è probabilmente l’atleta più completo, attualmente, dello sport mondiale.

Esisterà, per sempre, un’era pre e post LeBron, così come è esistita l’era pre e post Jordan, pre e post Magic e Bird.

È anche un giocatore, un uomo prima di tutto, che nei 13 anni trascorsi in NBA ha dovuto sentirne di tutti i colori. Non so se c’é mai stato uno sportivo capace, spesso non per cause direttamente imputabili a lui, di catalizzare un concentrato di ‘odio’ – più o meno profondo – come lui.

Temo che, senza quel canestro di Irving o quella difesa di Love oggi ci sarebbe toccato leggere di un grandissimo giocatore che non sarà mai nella Leggenda, 2-5 nelle Finali, vince solo se aiutato, piangina, chocker, e chi più ne ha più ne metta. Nonostante a prescindere dall’esito finale di Gara 7 la serie giocata da LeBron trascende il concetto di pallacanestro e avrebbe comunque rappresentato qualcosa cui, fra 20 anni, avremmo guardato egualmente con ammirazione e incredulità totale.

Vien quasi da dire meno male che ha vinto.

In realtà LeBron James ha vinto perché tutta la sua parabola (per approfondire qui) è stata indirizzata a quel risultato. Nemmeno uno sceneggiatore sublime come Aaron Sorkin avrebbe potuto scrivere una storyline migliore.

LeBron James è leggenda non perché ha vinto tre titoli o è il secondo nella storia (dopo Kareem Abdul-Jabbar) ad essere MVP delle Finali NBA con due squadre diverse.
LeBron James è leggenda perché è stato, è e sarà uno di quei giocatori, e uomini, che nello sport, in qualsiasi sport, si incontrano once in a lifetime. Nato per dominare, scappare e vincere, tornare e perdere e poi trionfare. 

La leggenda si è compiuta, ma la storia continua. E, in fondo, potrebbe essere anche più bello così. Perché potrebbe arrivare anche altro di cui potremo godere senza alcun dubbio, perplessità, rimpianto. 

Anche perché in Northeast Ohio, nothing is given. Everything is earned.

Nato a Palermo 23 anni fa e cresciuto in Uruguay a Montevideo, ora a Londra dopo i 4 anni universitari a Milano. Divido la mia giornata tra un Master in Media, l’NBA, Netflix e il viaggiare con la fantasia. Manu Ginobili è il mio eroe, ed Emma Watson ha cambiato la mia vita. Sogno di fare il giornalista sportivo da quando credevo ancora a Babbo Natale, e a volte mi chiedo se non fosse stato meglio sognare di fare il calciatore.

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