Jason Kidd, professione playmaker

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jason kidd
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Premessa. Lo sport è per sua definizione un elemento in continuo movimento. Proprio per questo è uno degli aspetti della nostra vita più incline al cambiamento e all’evoluzione. Se poi si tratta di uno sport come la pallacanestro il concetto assume una valenza ancora maggiore.

Tra tutte le discipline esistenti, il basket è forse quella che negli ultimi vent’anni ha subito la trasformazione più marcata. Una mutazione così evidente da aver colto impreparati anche buona parte degli appassionati che, trovando terreno fertile nella moda della nostalgia tanto forte oggi, hanno iniziato a rimpiangere i tempi passati. Nel farlo vengono spesso richiamati diversi concetti e punti fermi quali l’“asse play-pivot” e il famigerato “playmaker classico”.

In questa sede voglio concentrarmi proprio su quest’ultimo. Russell Westbrook è in genere riconosciuto come uno dei migliori giocatori di pallacanestro dell’ultimo decennio, ma allo stesso tempo ha fatto sorgere anche un vasto numero di detrattori che lo accusano di aver snaturato l’idea di playmaker, di essere solo un “giocatore da campetto”. La star dei Thunder è solo l’esempio più clamoroso di questo fenomeno, ma il discorso può essere applicato a tantissimi altri giocatori, da Steph Curry in giù.

Nelle discussioni a cui ho assistito riguardo questo argomento, una delle risposte che vengono declamate più spesso alla domanda

Che cosa deve fare un playmaker per essere definito classico?

è la seguente: un play classico è quello che pensa prima a passare che a tirare, è quello più preoccupato degli assist rispetto ai punti, è colui che migliora la squadra.

Partendo da questo assioma, ho cercato nel recente passato un giocatore che più di altri ha posseduto queste caratteristiche. Proprio per capire cosa sia un “play classico”. L’ho trovato in colui che in questo momento occupa la seconda posizione della classifica all-time degli assist in NBA: Jason Kidd. Stando a quella definizione, insieme a Steve Nash è probabilmente il playmaker più classico di tutti.

Jason Kidd story

Kidd viene dalla California e cresce a Oakland. Il suo primo amore sportivo è il calcio, ma in seguito scopre la pallacanestro. Nella sua crescita come cestista influisce non poco il rapporto con i Payton, una famiglia che ci ha regalato un altro playmaker che ha segnato la storia recente dell’NBA. Al, il padre, allena il giovane Kidd. Gary, il figlio…beh, è Gary Payton appunto, una delle star più luminose della Lega negli anni ’90.

Sebbene tra Jason e Gary vi siano cinque anni di differenza, tra i due si instaura un solido rapporto d’amicizia. Kidd ha più volte ripetuto pubblicamente quanto sia stato utile per lui giocare con Payton nei playground di Oakland e vederlo poi intraprendere la carriera professionistica.

Finito il liceo Jason Kidd è ovviamente uno dei prospetti più ambiti d’America ma, nonostante abbia offerte da atenei prestigiosi come Kansas o Kentucky, decide di rimanere vicino casa e si fa reclutare dalla University of California, a Berkeley. Dal punto di vista dei risultati di squadra, il punto più alto raggiunto è la vittoria a sorpresa contro Duke nel torneo NCAA del 1993.

Dopo due anni di college Kidd decide di provare il salto in NBA. Arriva al draft del 1994 con una cravatta terrificante e la fama di gran passatore, di creatore di gioco, di play fisico, bravo a difendere, ma con qualche limite nel tiro dalla lunga e media distanza. A sceglierlo con la seconda chiamata assoluta sono i Dallas Mavericks.

I Mavs all’epoca sono una franchigia con una reputazione un po’ diversa da quella attuale. In quel momento il reich illuminato di Dirk Nowitzki non è neanche concepibile e la squadra viene da una stagione tremenda di sole 13 vittorie. L’arrivo di Kidd però dà una nuova speranza. Il play va a completare un trio di giovani promettenti su cui i texani puntano per la rinascita. Sono le “tre J”. Oltre a Jason, ci sono Jamal Mashburn e Jim Jackson.

Durante la prima stagione le cose vanno bene. Dallas migliora il suo record di ben 23 vittorie e Kidd viene premiato come rookie dell’anno assieme a Grant Hill. Non si riesce ad arrivare ai playoff, ma il futuro sembra riservare solo cose buone. L’anno successivo, però, qualcosa inizia a non funzionare.

Kidd migliora a livello di numeri e viene votato per la prima volta come titolare all’All-Star Game, ma i Mavericks fanno fatica. Il rapporto tra i tre leader della squadra si deteriora. E Jason Kidd ha anche problemi con lo staff tecnico. Questa situazione non proprio idilliaca viene risolta con la trade che durante la stagione 1996-1997 porta il playmaker ai Phoenix Suns.

Gli anni in Arizona sono quelli della definitiva consacrazione personale di Kidd come una delle migliori point guard della Lega. A livello di squadra però il risultato massimo è una semifinale di conference nel 2000.

Probabilmente Kidd non se ne andrebbe mai da Phoenix. Finché nel gennaio del 2001 avviene il fattaccio. Il giocatore viene arrestato per violenza domestica ai danni della moglie Joumana. Il caso in qualche modo si risolve, ma in un certo senso segna una frattura con la franchigia e la città.

L’esplosione ai New Jersey Nets

Qualche mese più tardi, all’alba della stagione 2001-2002, Jason Kidd viene mandato ai New Jersey Nets in cambio di Stephon Marbury. In pratica, l’equivalente NBA di un confino in Siberia. I Nets in quel periodo sono una delle barzellette del campionato. Non concludono una stagione decente da anni, hanno una delle affluenze medie al palazzetto più basse e la loro stella precedente (Marbury, appunto) si presentava in campo con la scritta “all alone”, “tutto solo”, sul nastro alle caviglie.

Nonostante queste premesse, Kidd in New Jersey compie un vero capolavoro. Gioca una delle sue migliori stagioni di sempre e rivolta del tutto i risultati e la reputazione della franchigia. Quello che sembrava solo un circo, diventa un “Flying Circus”, uno show, una delle squadre più spettacolari e divertenti della lega.

I Nets in un anno raddoppiano il numero di vittorie. Rileggere il roster di quella squadra oggi fa quasi impressione. Tolto forse Kenyon Martin, non c’è nessun’altra potenziale star. Buoni giocatori come Richard Jefferson (alla sua stagione da rookie), specialisti come Kerry Kittles, realizzatori con grossi limiti come Keith Van Horn e, per gli amanti del genere, persino figure cult come il White Mamba Brian Scalabrine. Eppure Kidd riesce a farli diventare la miglior squadra della Eastern Conference, sfiorando anche il titolo di MVP della regular season (nella graduatoria finale, arriva secondo dietro Tim Duncan).

Jason mostra tutto il meglio del suo talento. È un playmaker con una visione periferica, una capacità creativa e controllo del ritmo fuori dall’ordinario. Sia che si tratti di situazioni di contropiede, dove può esaltare le doti atletiche di Martin e Jefferson, sia che si trovi davanti una difesa schierata, dove può innescare tiratori affidabili come Van Horn e Kittles, riesce sempre a trovare una soluzione. Spesso una che non verrebbe in mente a nessuno degli altri 29 play titolari dell’NBA.

Kidd è anche un giocatore tremendamente fisico, caratteristica che lo rende un buon difensore, sia in anticipo che in uno contro uno, sebbene per sua stessa ammissione tenda a soffrire gli avversari troppo veloci. Fisico e capacità di prevedere il gioco mentre questo si dipana, lo rendono anche un ottimo rimbalzista, forse uno dei migliori di sempre in rapporto all’altezza. Non a caso, è attualmente al terzo posto nella classifica generale di tutti i tempi per numero di triple doppie realizzate in carriera, dietro solo a due leggende come Magic Johnson e Oscar Robertson.

In una delle serie più drammatiche dei playoff 2002, la finale di conference contro i Boston Celtics di Paul Pierce e Antoine Walker, vinta 4-2 dopo essere stati sotto 1-2, Kidd conclude addirittura con una tripla doppia di media. Quei Nets arrivano così per la prima volta nella loro storia alle NBA Finals, ma devono arrendersi contro la forza dei Los Angeles Lakers di Shaq e Kobe. Il 4-0 finale suona a molti come la fine della ricreazione.

L’anno dopo però New Jersey si ripete e torna in finale. Gli avversari questa volta sono i San Antonio Spurs. Gli speroni vincono 4-2, ma ancora una volta Jason Kidd dà dimostrazione di eccellenza cestistica. In particolare durante gara-2 sfodera una delle sue prestazioni migliori in carriera facendo vedere come sappia essere anche un realizzatore se necessario. Guida la squadra alla vittoria con 30 punti, alternando conclusioni dalla distanza ed entrate coraggiose in cui piega la fisica al suo volere.

Ha una capacità di resistenza ai contatti e di mantenimento dell’equilibrio in situazioni di traffico che hanno in pochi. Non entra con la forza propulsiva di un Westbrook (ops…), ma ha la stessa capacità di andare dritto per dritto verso il canestro. E poi il tiro. Kidd con gli anni ha capito che doveva variare il suo bagaglio offensivo e ha lavorato su questo fondamentale durante tutto il corso della carriera. Il giocatore che nei primi anni veniva spesso battezzato e veniva accusato di non volersi allenare per migliorare la sua precisione, alla fine si è ritirato come terzo di sempre per triple realizzate.

Il ritorno a Dallas e il meritato anello

Dopo la finale con gli Spurs, i Nets rimangono tra i top team della Eastern Conference, ma non riescono più ad arrivare così in alto. Nel 2008 viene ceduto ai Dallas Mavericks, facendo ritorno alla prima squadra della sua carriera.

In Texas, però, il quadro è del tutto cambiato. I Mavs sono ora una seria contender e Kidd viene visto come un tassello fondamentale per arrivare all’anello. La chance arriva nel 2011. Le finali di quell’anno tra Dallas e Miami hanno una sceneggiatura incredibile. La rivincita del 2006, la redenzione di Nowitzki e di tutti i Mavericks, i Big Three degli Heat alla loro prima recita con tutto il mondo contro.

Finisce 4-2 per i texani. Il tedesco si prende ovviamente tutte le luci, ma Kidd è fondamentale. Ha 38 anni, è l’esterno più anziano a partire in quintetto in una partita di finale, l’atletismo dei bei giorni non c’è più. Ma ha un’intelligenza cestistica troppo superiore per non essere un fattore. In particolare si rivela prezioso come difensore. Si alterna nella marcatura di Wade e James e non sfigura per nulla. Il tutto dopo aver già reso la vita complicatissima a Kobe Bryant e Russell Westbrook (aridaje…) nei turni precedenti.

L’anello è il giusto coronamento della sua straordinaria carriera in cui, per inciso, ha vinto anche due ori olimpici con il Team USA nel 2000 a Sidney e nel 2008 a Pechino. Si ritira nel 2013 dopo una buona stagione nei Knicks. Inutile fare una lista dei record e di numeri. I più importanti li avete già letti, gli altri li trovate facilmente in rete.

Quello che ci rimane oggi è la memoria di un giocatore unico che ha interpretato il ruolo di playmaker nel modo migliore, mettendo sempre al primo posto il bene della squadra. Proprio come fa un playmaker classico.

Ma rinchiudere Jason Kidd in una definizione, soprattutto di questo tipo, è davvero troppo limitante. È stato una delle migliori macchine da contropiede viste sui parquet dell’NBA, uno straordinario assist-man capace di mettere in ritmo qualsiasi tiratore, un realizzatore sottovalutato che ha saputo diventare con gli anni una seria minaccia dal perimetro, un’arma tattica che con la sua bravura a rimbalzo e la sua difesa ha permesso ai suoi allenatori di schierare quintetti molto piccoli.

Se volete potete anche continuare a considerarlo solo un playmaker. Kidd però è stato molto di più. È stato uno dei giocatori più moderni e intelligenti di sempre, una manifestazione di basket in continua evoluzione. Se la cosa vi interessa, provate a stabilirlo voi quanto “classico” sia stato. Fatelo pure con tutti i giocatori che volete, non è questo il punto. L’unica cosa che conta è che il suo valore rimarrà indiscutibile, a prescindere. Chi ama il basket può solo essere felice di averlo visto giocare così a lungo.

Classe 1987, un po' veneto, un po' siciliano, laureato in giornalismo. Tra redazioni e uffici stampa faccio questo mestiere già da qualche anno. Più o meno. Adoro lo sport, tifo Palermo nel calcio e Verona nel basket. Ho scritto due libri e non sono ancora riusciti a farmi smettere. Attualmente vivo a Sombor, in Serbia.

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