Sweat baby sweat, corpi in movimento

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JAN MARTENS Sweat Baby Sweat 02 PHOTO - KLAARTJE LAMBRECHTSTrovo i luoghi dedicati alla danza allo stesso tempo affascinanti e insopportabili. Quello che mi spinge verso questi posti è un pensiero maturato negli anni, forse un sentimento: delle forme di teatro studiate, analizzate, attraversate e a volte subite, la danza (o meglio alcune espressioni di questa) è quella che sento più calda e onesta. Nonostante il processo che porta alla performance sia faticoso, magari frustrante e inumano, il corpo trepidante che sta prima e dopo la tecnica mi incanta e mi addolora sempre un po’. Come previsto però al mio arrivo mi trovo circondata da praticanti, pensatori, produttori, comunicatori della danza che con i loro atteggiamenti da creatori del cielo e della terra si riuniscono in cerchi sempre più stretti, parlando la loro lingua, ahimè con accento diffusamente francese.

Sweat baby sweat è uno spettacolo nato dalla mente del coreografo Jan Martens ma soprattutto dai corpi dei due danzatori in scena. Se volessi semplificare al massimo quello che mi accade davanti agli occhi, a pochi centimetri (sono seduta in prima fila) direi che si tratta di un duetto amoroso. Poi mi accorgo che non si tratta di una semplificazione. Questa performance gli stereotipi della relazione amorosa tra uomo e donna li attraversa tutti: la dipendenza, la tenerezza, la violenza, l’accoglienza, il rifiuto, lo sguardo, e molto altro. Ci si infila talmente tanto profondamente, con ogni vertebra del corpo, con ogni pulsazione, ogni minimo movimento da diventare la relazione stessa.

Nello sforzo di posizioni complicate che i due provano l’uno sul corpo dell’altro, di incastri talvolta comodi e spesso vorticosi, nella complessità e a volte banalità della dinamica amorosa, il sudore (come nel titolo) inizia a sgorgare, naturale, irrefrenabile. Certo si riconosce palesemente la fatica, il dolore della tecnica, lo sguardo del danzatore fisso negli occhi del collega esperto ma anche in questo gioco professionale per me l’amore è quello che emerge, quello tra i due, quello tra il singolo e il proprio corpo, forse un po’ quello di loro due verso noi che con la nostra presenza gli diamo un senso. Quest’ultimo pensiero mi serve per vincere la sensazione di sentirmi esclusa.

Proprio mentre lo spettatore ha fatto lo sforzo di rinunciare ai pregiudizi, di accettare il fatto che l’amore non è un tema banale, di liberare il proprio sguardo da rigidi snobismi (le due francesi accanto a me hanno gli occhi umidi) i due, le cui azioni erano entrati in un vortice quasi ipnotico di ripetizione, vengono avvolti da una canzone dichiaratamente mielosa. Una melodia leggera, con le parole più sdolcinate, una canzone lunghissima che provoca una risata generale liberatoria e permette a tutti di ricomporsi e darsi un tono, rindossando la maschera-filtro distaccante dell’ironia. Peccato. O forse, per fortuna!

Poi arriva il coreografo, alla prima domanda del pubblico (quello che credevo più esperto e intelligente di me) sul perché i due non fossero completamente nudi, abbandono la sala, portandomi appresso questo dubbio che in realtà non mi aveva sfiorato nemmeno per un secondo.

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Si laurea in Storia del Teatro e dello Spettacolo e conduce laboratori teatrali con ragazzi disabili e pazienti psichiatrici. Si specializza in Pedagogia e Didattica del teatro presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico. Fonda un centro di narrazione teatrale. Nel 2011 si trasferisce a Londra dove frequenta un corso per Drama Teaching e fa la steward per lo Shakespeare Globe Theatre.

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