Storie d’azzardo | Vanessa5 min read

25 Febbraio 2021 Dipendenze -
Barbara Gnisci

di -
Psicologa e giornalista

Storie d’azzardo | Vanessa5 min read

Reading Time: 4 minutes

Gli italiani spendono oltre 100 miliardi l’anno nel gioco d’azzardo. I giocatori problematici sono oltre 1,5 milioni. La ludopatia è una vera e propria dipendenza, con costi sociali ed economici altissimi. Abbiamo raccolto le storie di alcune persone ludopatiche; le storie sono vere, i nomi di fantasia.

Quando mio marito mi ha visto, ho sentito un senso di liberazione. Finalmente non dovevo nascondere più nulla. Lui non si è arrabbiato, mi ha preso per la mano e mi ha detto: ‘Hai solo bisogno di aiuto’.

Borderline, depressa, bipolare, soggetta a crolli psico-fisici, emotivamente instabile con idee suicidarie. Vanessa entra ed esce dalle cliniche psichiatriche nelle quali viene ricoverata ogni volta che gioca: “Io non ho memoria di quello che succede. Ricomincio a giocare, perché non posso farne a meno. Non riesco a prevedere quello che accadrà, anche se poi accade sempre la stessa cosa: io crollo e sono costretti a ricoverarmi”.

Vanessa comincia a giocare quando ha 52 anni. Era a casa dal lavoro per infortunio, si era fatta male a un braccio. Aveva anche da poco subito un intervento al seno: “Si era trattato solo di una ciste, ma mi ero messa davvero paura”.

Dopo qualche mese di convalescenza comincia a giocare alle slot machine spinta dalla noia di giornate che da tempo trascorrevano tutte uguali: “Potevo giocare 5 minuti come 3 ore di fila, dai 3 ai 50 euro. Non c’erano regole. Quando giochi non te ne frega più niente degli altri, perché in quel momento ci sei solo tu e le tue macchinette. Giocare mi faceva star bene. Senti l’adrenalina che sale, e come un calciatore, aspetti solo di tirare il tuo calcio di rigore. Ma poi appena finito, mi assaliva la tristezza e la cattiveria. Tornavo a casa nervosissima”.

Poi un giorno Mario la segue e con lo sguardo triste se la riporta a casa. Mario ha pianto tantissimo quando l’ha scoperta, ma ha immediatamente capito che si trattava di una malattia, ‘lasciatela stare, non le fate domande e non andate a trovarla se non ve lo chiede lei’, diceva. Mario la protegge da tutti, sua moglie deve riposare e guarire e solo allora tornerà tutto come prima.

Vanessa e Mario hanno un matrimonio solido. Si conoscono giovani e sin da subito si amano. Dopo 10 anni di fidanzamento si sposano e vanno a vivere con i genitori di lei. Vanessa proviene da una famiglia di gran lavoratori: “Ricordo che d’estate, mentre mamma e papà lavoravano, io badavo ai miei fratelli. Loro c’erano poco a casa, ma ci volevano bene”.

La sua infanzia la definisce serena. Nessun trauma, nessun momento triste. Ricorda solo di un periodo in cui ha avuto problemi con l’alimentazione: “Ho sofferto sia di bulimia, che di anoressia. Non avevo fame e non volevo mangiare, oppure ne avevo troppa. Nel giro di poco passai dagli 80 ai 42 chili”.

La convivenza con i genitori non le pesa, tutto sommato hanno sempre avuto un buon rapporto e suo marito è così buono che accetta qualsiasi cosa. Negli anni i due provano ad avere dei figli, ma lei ha un paio di gravidanze extrauterine e a 33 anni le tolgono le ovaie. Sfuma il sogno della maternità, ma Vanessa continua sentirsi una figlia e soprattutto una moglie molto amata.

Quando ho iniziato a giocare, ho anche cominciato a bere. Appena finivo piangevo, mi sgorgavano le lacrime dagli occhi. Mi sentivo svuotata, non volevo più vivere e pensavo solo al gioco.

Per un paio di anni gli eventi nella vita di Vanessa si susseguono ciclicamente. Passa da un bar e tante giocate a un letto di ospedale e tante medicine: “Ogni volta che uscivo dalla clinica, io ero tranquilla, mi sentivo bene, ma poi bastava che andavo a prendere un caffè e la vedevo lì, immobile nel suo angolo e mi si risvegliava tutto. L’ossessione per le macchinette per me è come un fuoco che sembra spento, ma non appena ci butti sopra della paglia si riaccende improvvisamente”.

In questo periodo ha anche problemi con il lavoro, prima entra in cassa integrazione e poi rimane senza lavoro. Quando non gioca, soffre di sintomi di astinenza: tremori, sudorazione, mal di testa e capogiri.

Spinta dall’amore per il marito, Vanessa riesce a non giocare più per quasi 7 anni, ma poi una mattina entra in un bar e chiede 10 euro in prestito. Li perde e quando va a casa, li prende dal portafogli del marito. Vuole assolutamente liberarsi del debito, lei che, in un modo o nell’altro, è sempre riuscita a non lasciarne in giro. Mario però se ne accorge e all’istante la accompagna a restituirli: “Sono stati 7 anni spazzati via in un attimo. È stato come se non avessi mai smesso”. Lui l’aspetta fuori nel parcheggio, non l’accompagna – ‘stavolta te la sbrighi da sola’ – le dice e quando risale in macchina, le annuncia che non ci sarà una prossima volta.

Vanessa ha chiesto aiuto. Vanessa ormai non gioca più. Quando esce di casa lo fa solo per andare in un posto preciso. Non può permettersi il lusso di una passeggiata, sarebbe troppo rischioso. Il suo desiderio più grande è quello di dire a qualcuno che gioca: ‘Non lo fare! Stai attento che ti rovina!”. Lei non gioca, perché ha paura di perdere l’uomo che le è sempre stato accanto.

“Lui mi porta ovunque, mi accompagna dappertutto. In alcuni periodi ha anche smesso di lavorare per potermi stare vicino. Spero di farcela. Devo tenere vivo il ricordo della sofferenza. Non devo giocare più, devo farlo per lui, perché lui, che è fuori da quella porta ad aspettarmi, è l’unica cosa che conta.

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Barbara Gnisci

Giornalista pubblicista e psicologa, ha unito la sua capacità di ascolto e empatia alla sua passione per la scrittura, cominciando a raccogliere storie di vita. Scrive per testate locali romagnole e per blog su immigrazione, sociale, arte e benessere.
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