Storie d’azzardo | Marta6 min read

26 Gennaio 2021 Dipendenze -
Barbara Gnisci

di -
Psicologa e giornalista

Storie d’azzardo | Marta6 min read

Reading Time: 4 minutes

Gli italiani spendono oltre 100 miliardi l’anno nel gioco d’azzardo. I giocatori problematici sono oltre 1,5 milioni. La ludopatia è una vera e propria dipendenza, con costi sociali ed economici altissimi. Abbiamo raccolto le storie di alcune persone ludopatiche; le storie sono vere, i nomi di fantasia.

Luci, suoni, rumori. Mi bastava anche solo guardare gli altri, stare lì accanto a lei. Noi giocatori siamo degli attori nati, non c’è bugia che non sappiamo dire, sguardo che non riusciamo a sostenere, pur di avvicinarci alla nostra macchinetta. Per me era come un ritorno alle origini. Tutto il dolore lo scaricavo là. Io gioco sia per felicità, che per infelicità. Gioco per fare rabbia all’uomo che mi ha lasciato.

Una donna scende di corsa le scale, quattro rampe in un lampo, ogni gradino fatto è un passo verso la disperazione. Fuori è già buio, le luci della città sono accese per accogliere chi ritorna a casa, ma Marta a casa non ci tornerà più, almeno non in quella serenità e in quel calore che ogni casa dovrebbe rappresentare.

Tutto il suo mondo si è fermato in quella stanza di ospedale. Per strada corre, sbatte contro i lampioni, inciampa, non riesce a stare dritta. Attraversa tutta la città e stanca, sudata e sconvolta apre la porta dove ad aspettarla ci sono le sue figlie. Apparentemente ogni cosa è al suo posto, come la sera prima, ma un senso di angoscia e di preoccupazione allarmante la assale.

Non riesce a togliersi di testa la scena. Il reparto, da tre pazienti era rimasto solo lui, suo marito, sdraiato in quel letto. Le risuonano nella testa le parole del dottore: “Glielo hai detto?” E poi gli sguardi delle infermiere, la carezza del primario e quella frase assordante e fredda che le ha lasciato un sapore metallico come quello del sangue in bocca: ‘Ho quella malattia’. “Caddi sulla sedia – Le diamo un calmante, signora? – dice il dottore – No, non voglio niente, se non indietro la mia vita e quella delle mie figlie”.

“Quando l’hai preso? Da quanto mi tradisci? Nessuna risposta. Capisco che va avanti da sempre”. Marta quella sera torna a casa e non fa altro che pensare a come togliersi la vita. Prende in considerazione di assumere dei farmaci, ma teme che qualcuno riesca a salvarla; di spararsi un colpo con la pistola, ma l’arma è in un cassetto a casa di suo fratello.

Di notte non riesce a dormire, pensa a Giorgia e a Marianna, le sue due bambine di 8 e 11 anni. HIV: tre lettere mortali che potrebbero stroncare le loro vite oltre che la sua. Aspetta l’alba e poi ritorna in ospedale. Il risultato delle analisi del sangue è pronto. Il test è negativo, anche quelle delle sue bambine, ma è da ripetere dopo sei mesi.

Marta e Carlo si conoscono negli anni novanta quando lei ne ha 26: “Ci siamo messi insieme e poi sposati, perché io avevo paura di stare sola”. Marta è la prima di tre figli. Sua madre era rimasta orfana all’età di 4 anni e mandata prima in un orfanotrofio e poi a servizio in una famiglia: “Lei era ambigua, non l’ho mai capita fino in fondo, mio padre invece per me era il massimo. Mi faceva da padre, da madre e da amico. Quando è morto per me è finito tutto. Con lui è morta anche una parte di me”.

Quelli che seguono, dopo la diagnosi dell’Aids di Carlo, sono anni difficilissimi, soprattutto i primi sei mesi, il cosiddetto ‘periodo finestra’: “Andavo in ospedale anche per un raffreddore. La paura ti si mette dentro e non ti molla più. Mi hanno sbattuto fuori varie volte. ‘Ma fatemi le analisi! Che cosa vi costa? Non è niente in confronto a quello che sto passando io” dicevo ai dottori”.

Marta e Carlo continuano a vivere insieme: “Una sera lui si è anche avvicinato – lo facciamo con il preservativo – mi ha chiesto. Avevo promesso che gli sarei rimasta accanto, ma di amore non ce ne era più. Lui non è mai stato presente, nemmeno con le sue figlie. Quando stava bene, il martedì ci portava a mangiare la pizza dopo la chiusura del bar, e poi appena finito, ci scaricava sotto casa e usciva di nuovo da solo”.

Carlo muore di cancro, dopo due anni dalla diagnosi, lasciando un sacco di debiti: “Abbiamo dovuto vendere due appartamenti al mare, la casa dei nonni e persino il nostro bar. Si era mangiato tutto, forse andava a donne o magari giocava pure lui”. Dopo la sua morte, Marta comincia a giocare ai videopoker.

Ho iniziato per curiosità. Facevo la stessa cosa di quelle persone che prima proprio non capivo, che avevo anche deriso e compatito quando li vedevo buttare via i loro soldi così nel mio bar.

Nelle slot punta anche solo due o tre euro. L’importante è stare lì, guardare come gira, i movimenti che fa, seguire quel ritmo che nasce, cresce e poi improvvisamente scompare.

Dopo qualche mese dalla morte del marito incontra l’amore. Un uomo marocchino, dolce, affettuoso che la riempie di vita. Falilù, un ragazzo che aveva lo stesso odore di suo padre: “Un odore di nafta misto a tabacco, dal quale non riuscivo a stare lontano. Le sue parole ‘sei al sicuro’; le sue braccia così forti, mi facevano sentire il calore dentro di me. Lo amavo immensamente. Abbiamo vissuto insieme, e anche se le mie figlie non l’hanno mai accettato, per me era tutta la mia vita”.

Marta e Falilù si lasciano dopo qualche anno. Lui è stato costretto a sposare un’altra donna e a tornare nel suo paese: “Mi ha spezzato il cuore, per me è finito tutto un’altra volta. Sono rimasta in silenzio con gli occhi sbarrati. Ho iniziato a giocare sempre più spesso nel bar che era stato nostro, ora in mano ai cinesi. Lì trovavo la mia oasi di pace, ma anche la mia ossessione, un luogo dove scaricare tutto il mio dolore. Era un modo per punire me, per punire lui, per fargli sapere che stavo male, anche se ormai era lontano”.

Marta comincia a giocare più volte durante la stessa giornata. Non riesce a smettere e non lo vuole. Chiede soldi in prestito a uno dei fratelli: “Sono per salvare il bar, per la casa, per le mie bambine”.

Io faccio paura quando parlo del gioco, perché mi si illuminano gli occhi. Io non soffro quando gioco, mi fa bene, mi sgombra la mente ma quando esco i problemi si sono aggravati. Non si prova vergogna di niente, a noi non ci ferma nessuno”. Marta negli ultimi anni gioca di rado. Cerca di resistere alle crisi di astinenza.

Fremo, mi sento la febbre, mi dà fastidio tutto, sudo. Ora è nata la mia nipotina, mi sembra un nuovo inizio e ogni giorno che non gioco è un giorno che vinco.

Quanto giocano gli italiani? A cosa? Chi ci guadagna? Tutti i numeri del gioco d’azzardo in Italia

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Barbara Gnisci

Giornalista pubblicista e psicologa, ha unito la sua capacità di ascolto e empatia alla sua passione per la scrittura, cominciando a raccogliere storie di vita. Scrive per testate locali romagnole e per blog su immigrazione, sociale, arte e benessere.
Commento
  1. Avatar

    ROBERTO CAPOTOSTI

    Il gioco e' bello se non d'azzardo. Semplicemnete perche' in pochissimo tempo si possono perdere tanti soldi e poi non si puo' giocare piu'. L'azzardo mette in pericolo il gioco. Se qualcuno ha un problema una delle cose piu' pratiche, se non si hanno impegni il giorno dopo, e' bersi 2 bottiglie di vino prima di andare al letto. Con meno di 10 euro si rilassa. Con 1000 euro, una cifra annualmente ammortizzabile, ci si potrebbe rilassare tutti i week-end dell'anno senza aver problemi di pagamento bollette e casa. Magari giocarsi le bottiglie di vino con chi ha problematiche analoghe. Chi ha l'HIV di questi tempi ha la possibilita' di farsi una passeggiata al centro distribuzione farmaci ed evadere anche se minimamente dal lock-down imposto in nome del Covid.

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