Eldorado Argentina | La storia di Maria

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Tra fine Ottocento e inizio Novecento milioni di italiani sono emigrati all’estero, molti in Argentina. Prima che le loro storie finiscano per essere dimenticate, sono andato dall’altra parte dell’oceano e ne ho raccolte alcune, che verranno pubblicate con cadenza mensile su Le Nius in questi ultimi mesi del 2019. Qualcuno leggerà delle storie di vita intense, qualcuno ci troverà dei collegamenti alle migrazioni di oggi, altri ci troveranno delle differenze, altri ancora apprezzeranno i valori del nostro paese. Qui tutti gli articoli.

pinguini ushuaia
Ushuaia, terra di pinguini | Foto: Luca De Marchi

Ushuaia, oltre a essere la capitale della provincia Terra del Fuoco e Antartide argentina, è la città più australe del mondo e, per gli psicologi, un luogo inadatto alla vita umana e con il maggiore tasso di suicidi del paese.

Isolata dalle montagne che la circondano, è infatti battuta dai venti polari e se d’estate le giornate durano fino alle undici di sera, d’inverno il sole quasi non si vede.

«Nonostante il clima rigido la città si sta espandendo sulle colline» mi spiega Maria Pontoni, una signora di 78 anni che vive a Ushuaia insieme al marito, ai figli, ai nipoti e pronipoti.

È una delle poche rimaste dei primi italiani arrivati in città negli anni quaranta. «Ushuaia non è una città per famiglie» ammette porgendomi una tazza di tè «qui si lavora o si viene abbandonati».

Nata a Carbonia, nel sud della Sardegna, Maria trascorse l’infanzia a Fossato di Vico, in provincia di Perugia. Tornò in Italia una sola volta, nel 1995, quando incontrò una zia senza neanche riconoscerla: «scoppiai in lacrime e mio marito disse “è tutto come me lo raccontasti”».

Orlando, il padre di Maria, lavorava in miniera, visse la guerra e tornò a casa con molte ferite e gravi danni all’udito. «Lavoro non ce n’era» racconta Maria «io e mia sorella aiutavamo con la raccolta del grano».

Fu così che la famiglia maturò la scelta di partire. «I nonni piansero, ma compresero che ci stavamo sacrificando per il nostro futuro» racconta. La madre non aveva soldi e in Italia chiese un prestito. «Fu la prima cosa che risolse una volta in Argentina e questo mi riempie di orgoglio».

Il primo a partire fu il padre Orlando, che arrivò a Ushuaia il 20 ottobre del 1948. Maria arrivò un anno dopo, il 28 agosto 1949, sulla barca Giovanni C, cinquecento persone e un mese di viaggio.

Volevo mettere nel baule tutte le mie cose, ma dovetti scegliere quelle essenziali. Così ci misi le fotografie dei nonni.

Che infatti Maria non rivide più. Maria non sapeva che sarebbe finita a Ushuaia, né sapeva dove si trovasse. Quando arrivò ricorda bene il padre che le venne incontro dandole del cioccolato: «quello che in Italia non ho mai potuto regalarti» le disse.

storia di maria
Maria Pontoni | Foto: Luca De Marchi

Perché questa famiglia fu mandata in un posto come Ushuaia? Quello di Perón fu un vero e proprio esperimento. Il presidente argentino aveva appena chiuso il carcere coloniale voluto dagli inglesi a Ushuaia e volle popolare la città. Chiamò allora Carlo Borsari, imprenditore bolognese, e gli ordinò un’impresa definita titanica: dare casa a oltre seicento immigrati italiani.

Ushuaia era una città scomoda da vivere e isolata, non aveva campi da coltivare e sopravviveva grazie alle importazioni. Borsari decise di installare un’industria per la lavorazione del legno, presente in quantità grazie ai numerosi boschi. Dopo due anni l’impresa fallì e licenziò gli operai.

«Non mantennero le loro promesse» afferma Maria «ci avevano promesso lavoro per diversi anni, ci avevano promesso delle terre e se agli italiani non dai una terra, loro se ne vanno». Le condizioni di lavoro non erano facili, le attrezzature erano antiquate, venticinque furono i bambini ricoverati nell’ospedale della marina per denutrizione.

Gli immigrati senza più un lavoro si dovettero spostare in altre zone meno deserte dell’Argentina, altri tornarono in Italia. «Alcuni italiani se n’erano già andati prima perché non riuscivano ad ambientarsi per le difficili condizioni di vita» aggiunge Maria. Anche il padre di Maria pensò di tornare in Italia, ma fu la figlia a pregarlo di non partire: «Cambiare due volte era difficile» spiega. La madre cominciò a lavorare come domestica, ma spesso al posto dei soldi veniva pagata con sedie, tavoli e bicchieri.

Maria ripete spesso la parola “sacrificio” e pensando a quello dei suoi genitori le si inumidiscono gli occhi. «Non mi mancò mai nulla, mamma si toglieva il pane di bocca per darlo a me» spiega.

I primi anni a Ushuaia non fu facile ambientarsi: la città contava un migliaio di abitanti, metri di neve bloccavano la porta di casa ogni mattina, ma soprattutto Maria dovette subire diversi episodi di discriminazione a scuola: «Occupavo lo spazio dei miei compagni e mi dicevano che ero venuta a rubare loro il lavoro» racconta, mi dicevano che ero una “gringa muerta de hambre” [un’italiana morta di fame, ndr]». Per fortuna la maestra si rivelò in gamba: «Uccisi i loro stupidi insulti con l’indifferenza, si stufarono e alla fine mi feci degli amici» conclude.

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Maria Pontoni e famiglia | Foto: Luca De Marchi

Oggi Maria vende lasagne all’italiana per la comunità di Ushuaia ed è stata presidente della Società Italiana della città. «Sono italiana nel sangue, italiani sono i valori che mi ha trasmesso la mia famiglia» afferma con sicurezza.

Gli italiani tuttavia non vengono a conoscere le loro famiglie in Argentina e Maria non si spiega perché: «quando sono tornata in Italia ho avuto l’impressione che il tema della famiglia si stesse perdendo, anche se è la cosa più importante che abbiamo». Un legame che Maria, per il fatto di avere lasciato il suo paese, oggi sente più forte. «Non a tutti è andata bene come a me» ammette.

«I migranti sono di diversi tipi: ci sono quelli che vanno spronati e quelli che invece riescono ad arrangiarsi» spiega. «Se dovessi dare un consiglio a una persona che sta per emigrare, le direi che nulla è gratuito e che tutti abbiamo iniziato da zero. Si può fare, ma bisogna imparare a sopportare le ingiustizie. Devi lavorare, essere umile e solidale».

Quando mi dice queste parole, mi viene spontaneo chiederle cosa direbbe a chi invece i migranti li ospita. «A loro consiglierei di riflettere sulla propria concezione di “spazio”. Bisogna imparare a dare spazio. Se ognuno mettesse un granello di sabbia, senza pensare all’ego e pensando solo all’altro, saremmo molto migliori, a volte con pochissimo possiamo fare molto per un’altra persona».

Maria parla con la consapevolezza che il mondo sta cambiando più velocemente di lei. «Tutti i giorni per tutta la vita si può imparare qualcosa di nuovo» afferma «l’insegnamento più grande che ho imparato da questa vita è dare valore alle piccole cose e non pretendere molto, se non la tranquillità nella famiglia».

Eldorado Argentina: qui tutte le storie

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Nordico con le radici nel Sud, studia critica letteraria a Trento, insegna tedesco e italiano in Alto Adige e scrive per alcuni giornali locali. Ha lavorato per alcuni anni con persone di strada e migranti e vorrebbe scrivere di professione, perché pensa che siano le storie a dare senso al mondo. Il sogno? L'Africa.

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