La scuola riparte, con più disuguaglianze: una grande sfida educativa12 min read

7 Settembre 2020 Istruzione -

La scuola riparte, con più disuguaglianze: una grande sfida educativa12 min read

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Mission Bambini è una fondazione che aiuta i bambini in tutto il mondo. In Italia realizza progetti e servizi in ambito educativo soprattutto per la prima infanzia. A partire dal 29 settembre, Mission Bambini trasmetterà 4 eventi live sulla propria pagina Facebook su: Scuola, Infanzia, Educazione, Famiglie. Il progetto si chiama Le nuove sfide educative ed è realizzato in collaborazione con Le Nius. Qui il programma completo.

ripartenza scuola

All’inizio del mese di aprile, quando buona parte del mondo era in lockdown, 1,6 miliardi di studenti – il 91% del totale – non frequentavano la scuola. Un evento senza precedenti, il cui impatto su bambini, ragazzi e famiglie è ancora oggetto di discussione. Una cosa appare certa: la chiusura delle scuole nel contesto della pandemia ha colpito più duramente i sistemi educativi più deboli e le fasce di popolazione più fragili, acuendo le disuguaglianze.

Oggi, mentre una parte dei paesi ha riaperto le scuole o si prepara a riaprirle, i problemi sono tutt’altro che finiti. Il rapporto Save our education di Save the Children stima che 9,7 milioni di bambini in tutto il mondo rischiano di non tornare in classe a causa dell’aumento dei livelli di povertà infantile. Per dare l’idea, sono più del totale degli studenti dell’intera Italia (circa 8,4 milioni). Si tratta di bambini che vivevano già in situazioni difficili e che a causa della pandemia hanno visto peggiorare la loro condizione.

Il rapporto individua 12 paesi, quasi tutti nell’Africa subsahariana, come a rischio estremo di rimanere indietro rispetto agli obiettivi dell’agenda 2030 per una buona ed equa educazione per tutti dell’UNESCO. Scrive Save the Children:

Se non si agisce adesso, le conseguenze a lungo termine della pandemia porteranno a un aumento delle disuguaglianze e avranno un impatto devastante sull’apprendimento dei bambini.

L’esperienza di crisi precedenti, come l’epidemia di virus Ebola che ha colpito l’Africa occidentale nel 2014, ha insegnato che “più a lungo i bambini stanno lontani dalla scuola, maggiore è il rischio che non ci tornino più”. La chiusura delle scuole dovuta a eventi naturali o sociali ha spesso comportato conseguenze sugli studenti in termini di risultati scolastici, probabilità di laurearsi e di trovare un lavoro. È successo dopo l’uragano Katrina, che nel 2005 distrusse un centinaio di scuole pubbliche statunitensi, e con gli scioperi degli insegnanti che negli anni ottanta e novanta tennero gli alunni argentini lontani dalle scuole fino a 90 giorni.

Non è solo un problema di istruzione. Per i bambini che provengono da contesti difficili la scuola è innanzitutto un luogo sicuro in cui ricevono almeno un pasto al giorno, hanno accesso a cure fisiche e psicologiche, stringono legami affettivi con gli insegnanti e con i pari. Tutti aspetti che sono venuti a mancare durante la chiusura delle scuole, anche nei paesi occidentali, lasciando così molti minori in balia del contesto di origine e privandoli dell’unico mezzo in grado di ridurre le disuguaglianze: la scuola.

La scuola italiana prima della pandemia

Anche in Italia, seppur con numeri e un impatto differenti, possiamo aspettarci che le conseguenze della pandemia portino ad un acuirsi delle disuguaglianze. Già prima del lockdown, il quadro generale restituiva un’immagine non del tutto equa della scuola, in cui i bambini e i giovani provenienti da contesti poveri o da situazioni di svantaggio non avevano le stesse possibilità degli altri.

Secondo i dati Eurostat, nel 2019 il 13,5% dei giovani italiani tra i 18 e i 24 anni ha abbandonato precocemente la scuola (media europea 10,3%). L’abbandono degli studi non è distribuito in modo uniforme e riguarda soprattutto i maschi, gli alunni con cittadinanza non italiana, i residenti nel Mezzogiorno e coloro che sono in ritardo scolastico (leggi qui per approfondire).

Sempre nel 2019, la percentuale dei laureati tra i 30 e i 34 anni era del 27,6%, su una media europea del 41,6%. In Italia hanno maggiori probabilità di laurearsi i figli di genitori con un alto grado di istruzione, i residenti al Nord e gli alunni con cittadinanza italiana.

Considerando la qualità dell’istruzione ricevuta, dai dati OCSE-PISA (Programme for International Student Assessment) relativi al 2018, emerge che l’Italia è caratterizzata da una carenza di competenze in lettura e scienze, correlata con il contesto familiare e territoriale di appartenenza.

Quest’ultimo dato ci ricorda che esiste anche una dispersione scolastica implicita: studenti che pur frequentando la scuola ne escono senza aver acquisito le competenze minime, quelle necessarie per potersi esprimere liberamente e con successo nel mondo adulto.

Si stima infatti che il 14,4% degli allievi esca dalla terza media con competenze inadeguate in matematica, italiano e inglese. I dati delle prove INVALSI confermano che le prestazioni degli studenti sono influenzate dal territorio di appartenenza, dall’ambiente socio-economico e dalla cittadinanza. In particolare, i punteggi calano progressivamente da nord a sud, soprattutto dalla scuola media in poi; diminuiscono al diminuire dello status sociale e sono inferiori per gli alunni di cittadinanza non italiana, soprattutto se nati all’estero.

Scuola e disuguaglianze: l’impatto del lockdown sugli alunni più fragili

Ne parleremo il 29 settembre alle 18 sulla pagina Facebook di Mission Bambini

scuola e disuguaglianze

In questo quadro di partenza, la pandemia è un ulteriore fattore di difficoltà per i bambini e i ragazzi che hanno meno risorse economiche, sociali e culturali. Nella situazione di emergenza che da marzo 2020 ha reso necessario il lockdown, la risposta da parte delle scuole e dei servizi alla persona non è stata uguale in tutte le aree del paese. Non tutte le famiglie o le reti sociali in cui i minori vivevano hanno potuto supplire al vuoto lasciato dalla chiusura delle scuole in termini di cura, educazione e istruzione.

In simili frangenti, in cui le risorse provenienti dal contesto allargato vengono meno, la condizione dei bambini è strettamente connessa a quella degli adulti di riferimento. Questo vale dal punto di vista economico, psicologico e culturale.

Senza contare i genitori che ricoprivano posizioni lavorative irregolari, che sono difficilmente conteggiabili e non hanno avuto accesso ad alcuna forma di sostegno, si stima che durante il lockdown 9,5 milioni di persone (42% del totale) siano state impossibilitate a lavorare per via della sospensione delle attività economiche (pdf).

Il 39% di questi lavoratori, in totale circa 3,7 milioni, vive in una famiglia monoreddito e ha perso l’unica fonte di sostentamento su cui il nucleo poteva contare. Nel 37% dei casi si tratta di coppie con figli e nel 12% di genitori soli. La fascia di lavoratori più coinvolta dalle sospensioni è stata quella a più basso reddito e qualificazione, che per il 47,7% guadagnava meno di 1.250 euro mensili.

È facile immaginare che tra questi numeri si annidino le vicende di molti bambini che subiscono e subiranno in maniera dirompente l’impatto del lockdown e della situazione di incertezza in cui si trovano la scuola e i servizi per l’infanzia.

Dal punto di vista psicologico, in un contesto di forte stress emotivo per gli adulti, molti bambini si sono trovati immersi in un clima di incertezza difficile da gestire. In alcuni casi i problemi pregressi nell’ambiente familiare, acuiti dall’ansia causata dalla pandemia, sono esplosi in un contesto di convivenza forzata e continuativa, creando situazioni di conflitto di cui i minori, nella migliore delle ipotesi, sono stati testimoni.

I bambini, non solo quelli più fragili, hanno manifestato in diversi modi il proprio disagio durante il lockdown. Secondo un’indagine dell’ospedale Gaslini di Genova (pdf), nel 65% dei bambini da 0 a 6 anni, e nel 71% dei bambini e adolescenti da 6 a 18, sono insorte problematiche comportamentali e sintomi di regressione. I più frequenti sono stati disturbi del sonno, disturbi d’ansia, sensazione di mancanza d’aria, aumentata instabilità emotiva, irritabilità e cambiamenti del tono dell’umore.

Con il lockdown molti bambini in situazioni di fragilità si sono trovati soli, privati delle routine quotidiane che sono tanto più importanti quanto più il contesto di provenienza è privo di struttura e punti di riferimento sicuri. Laddove c’era la sveglia ad un’ora precisa, un orario scolastico organizzato, il rientro a casa e le attività pomeridiane, ora restavano un tempo privo di margini e un isolamento fisico da compagni, insegnanti e da tutte le altre figure educative esterne alla famiglia.

La mancanza di stimoli, relazioni e attività educative strutturate in modo intenzionale avrà un impatto a lungo termine difficilmente stimabile a livello psicologico, soprattutto per i bambini più piccoli, che vivono anni cruciali per lo sviluppo cognitivo e della personalità.

Quello che si può invece prevedere è che gli alunni fragili faranno più fatica a rientrare, recuperare e rimanere agganciati alla scuola. Le disuguaglianze preesistenti, acuite durante il lockdown e destinate a crescere quando le misure di sostegno da parte dello Stato verranno meno, rischiano di avere ripercussioni per tutto l’arco della loro vita.

In tema di disuguaglianze, merita particolare attenzione la didattica a distanza, per la quale non tutte le fasce di popolazione hanno avuto la stessa offerta e le stesse possibilità di accesso. Secondo un rapporto AGCOM, infatti, il 12,7% degli studenti non ha usufruito della didattica a distanza durante l’emergenza sanitaria.

Secondo i dati ISTAT (pdf) il 57% dei minori tra i 6 e i 17 anni deve condividere il computer con altri familiari, mentre 4 minori su 10 vivono in abitazioni sovraffollate o sprovviste dello spazio sufficiente per giocare e studiare. Nelle famiglie povere è più probabile che gli studenti abbiano a disposizione connessioni internet scadenti, mentre è meno probabile che gli adulti di riferimento riescano a motivare gli alunni a seguire le lezioni a distanza e che sappiano dar loro un supporto, tecnico e didattico, laddove insorgano dei problemi.

D’altro canto, c’è da considerare anche la diversa preparazione delle scuole e dei singoli insegnanti rispetto alla didattica a distanza. Alcuni istituti si sono trovati del tutto impreparati, sprovvisti di strumenti e risorse umane in grado di dare un’offerta di apprendimento non in presenza.

La ripresa della scuola: una sfida soprattutto educativa

educatori scuola

In Italia, tutto sembra pronto perché il 14 settembre le scuole riaprano “in presenza e in sicurezza”. Il Miur ha messo a punto diversi documenti e linee guida, che si rifanno alla necessità di rimodulare gli interventi a seconda del contesto, attraverso un coordinamento tra l’amministrazione centrale, le regioni, gli enti locali e i singoli istituti.

Nel Piano scuola si prevede la possibilità di rimodulare l’orario e i giorni di frequenza, di ragionare sull’alternanza di gruppi meno numerosi e fissi. Si parla di riadattare gli spazi degli edifici scolastici, eventualmente utilizzando altri spazi esterni, e si auspica la collaborazione con altri attori presenti sui territori, ad esempio il terzo settore.

Tra i capisaldi del Piano scuola e delle più specifiche linee guida dedicate alla fascia 0-6 anni c’è il principio di corresponsabilità tra il servizio educativo e le famiglie. Un principio importante, evocato “al fine di garantire il rispetto delle previste condizioni di sicurezza”, ma che dovrà fare i conti con il fatto che le famiglie non sono tutte uguali.

Più critico è lo scenario in cui gli alunni si dovessero trovare di nuovo a casa per via di eventuali casi positivi in classe. In questo senso, sarà importante accertarsi che tutti gli alunni abbiano i dispositivi necessari, una connessione a Internet e un luogo adatto in cui assistere alle lezioni prima che si presenti la necessità di ricorrere di nuovo alla didattica a distanza.

Sarà necessario individuare le possibili difficoltà e aprire in anticipo canali comunicativi ad hoc con alunni e genitori, in modo da poterli raggiungere in caso di nuove chiusure. Potrà essere utile allearsi fin da subito con i servizi del terzo settore presenti sul territorio, in modo da integrare gli interventi e renderli complementari. Tutto ciò richiede alla scuola di fare un passo in più, di uscire dai propri usuali confini di competenza, se vuole tenere agganciati anche i casi più difficili.

Servono, al tempo stesso, un progetto a lungo termine e una presenza educativa qui e ora. La sfida, per la scuola, è riuscire ad approfittare di questo rimescolamento di carte, con i grandi investimenti che porta con sé, non soltanto per acquistare nuovi banchi, ma anche per riprogettare l’inclusione di coloro che già prima della pandemia si trovavano ai margini.

È una sfida difficile, che chiama in causa tutta l’istituzione scolastica, dal Ministero dell’Istruzione all’insegnante precario della più remota delle scuole. I governi di oggi e di domani dovranno avere una visione di ampio respiro decisa a sconfiggere le disuguaglianze con opportuni e costanti investimenti, slegati da emergenze e scadenze elettorali.

Investimenti e progetti che tengano in considerazione le zone più povere e degradate, le fasce di popolazione più marginalizzate e i bisogni educativi speciali. Purtroppo, ad oggi, la spesa pubblica italiana per l’istruzione è tra le più basse dell’UE, sia in percentuale del PIL (3,8%) che in percentuale della spesa pubblica totale (7,9%).

La volontà politica e gli investimenti sono importanti per un cambiamento strutturale e per il reperimento delle risorse, ma in questo momento così delicato la vera differenza potranno farla i singoli presidi, insegnanti ed educatori, mettendo in campo competenza e attenzione alla persona.

Questo significa ad esempio verificare il livello di ciascun allievo al rientro e permettere a tutti di ripartire dallo stesso punto, se si vuole evitare che chi è indietro lo resti sempre di più; accogliere l’aspetto emotivo di ciò che è accaduto e sta accadendo, per consentire ai bambini e ai ragazzi di elaborare il vissuto e sentirsi meno soli; coinvolgere gli allievi nel condividere il senso e la responsabilità delle nuove regole, rendendoli protagonisti e non destinatari del nuovo corso di eventi.

Senza voler sminuire l’importanza dei protocolli, ora più che mai sarà necessaria un’attenzione individuale a ciascun alunno e ai suoi bisogni, momento per momento. È difficile, quasi impossibile, ma necessario. Materiali didattici, linee guida e connessioni veloci resteranno strumenti spuntati senza un’ostinata e intenzionale presenza educativa.

Se un allievo sfugge, la scuola deve andare a cercarlo. Se un allievo arranca, la scuola si ferma ad aspettare. Se resta indietro, la scuola torna sui suoi passi e gli tende la mano. Ecco il messaggio che in questo momento deve arrivare ai bambini e ai ragazzi più fragili.

Per approfondire, non perdere i Facebook live di Mission Bambini: il 29 settembre si parlerà proprio di scuola

In seguito alla condizione di lockdown, e proprio per prevenire e contrastare un suo impatto nefasto sulle disuguaglianze, Mission Bambini ha avviato numerosi progetti di supporto educativo e materiale a bambini, famiglie e scuole.

Ha distribuito tablet e altri dispositivi per la didattica a distanza a 633 alunni vulnerabili, con un’attività di accompagnamento educativo e didattico, svolta a distanza dagli educatori.

Ha distribuito 10 mila prodotti di prima necessità per l’infanzia a 800 bambini dagli 0 ai 6 anni, per supportare le famiglie più povere durante la fase di emergenza e dopo.

Ha attivato bambinipatapum.it, un portale di attività educative e ludiche a distanza pensate da educatori e specialisti per famiglie costrette in casa con bambini piccoli.

A settembre, inoltre, sta lanciando una serie di iniziative collegate al rientro a scuola, riunite sotto il cappello di Ridisegniamo la scuola.

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Andrea Genzone

Educatore professionale, lavora in contesti di disagio sociale. Cura il blog andreiaway.it e ha pubblicato il libro Funamboli sulla strada, l'infanzia che resiste a Città del Guatemala (Sensibili alle foglie, 2017). Per Le Nius scrive di temi sociali e non profit.
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