Periferie urbane in Italia: uno sguardo storico

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periferie urbane in italia

La questione delle periferie urbane in Italia è tornata recentemente al centro delle cronache. Ma cosa intendiamo quando parliamo di periferie? Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza, cominciando da una breve storia delle periferie urbane in Italia.

Ci occupiamo di periferie urbane in Italia, per quanto, pur nella loro specificità, abbiano elementi in comune con le realtà periferiche di tutto il mondo. Ne siamo consapevoli, ma limitiamo intanto lo sguardo al nostro paese.

Periferie urbane in Italia: il sogno capitalista

Il concetto di periferia, in sé autonomo ed ideologicamente neutro (peri-fereia in greco non è che “una linea curva che racchiude uno spazio”), col tempo è diventato prevalentemente connotato negativamente: la periferia è sempre di qualcos’altro, l’opposizione manichea alla città è preponderante ed assoluta. Come mai?

La periferia nasce figlia (poco amata, invero) della città. La città-traino della rivoluzione industriale ottocentesca, l’Eldorado civilizzatore delle campagne misere ed arretrate: la città-centro, “il luogo in cui si concentrano i risultati della civiltà”, secondo l’intuizione di Lewis Mumford, ampliata a dismisura per accogliere masse sterminate di lavoratori. Lontano dal centro, di solito.

In seguito, la città capitalista del Novecento, la città pensata come macchina, necessita voracemente di nuovi spazi in cui espandere i propri bisogni. Quasi ovunque le periferie si espandono, o ne vengono realizzate ex novo e con funzioni anche diversificate (Roma è paradigmatica, con i suoi immensi quartieri volti ad ospitare un’immigrazione interna non più soltanto operaia), con poco spazio – è il caso di dirlo – per l’innovazione. La “città giardino” di Ebenezer Howard rimane in Italia un’utopia.

Nel cuore del secolo XX, tuttavia, i quartieri periferici, nonostante lo sguardo cupo dei quadri di Mario Sironi, o i mille conflitti che il mondo capitalista rovescia su di loro, continuano a rappresentare un sogno realizzabile di progresso e di benessere. Arrivare “da fuori” rappresenta un passaggio di status, un ascensore sociale.

Periferie urbane in Italia: il sogno urbanista

Non occorre invocare Pasolini, spesso elegiaco ed astorico nel suo guardare alle periferie romane come ultimo residuo di un mondo ancestrale incontaminato, per descrivere la connotazione positiva di cui godono le periferie urbane in Italia nel dopoguerra e fino ai primi anni Settanta. Basta vedere chi, e su quali presupposti, progettò i più notevoli esempi di periferie urbane in Italia, oggi ritenuti degradati ed obsoleti.

Le Vele di Scampia a Napoli, lo Zen 2 di Palermo, il Corviale a Roma, il Gallaratese a Milano: i loro nomi evocano il peggio delle nostre grandi città. Eppure furono ideati da alcuni tra i più avvertiti progettisti italiani del dopoguerra, attenti al dibattito internazionale sul tema, animati dalle migliori intenzioni concettuali ed etiche.

Sono anni dominati dall’international style in urbanistica, che richiede città razionali e funzionali al modello economico fordista. Una rappresentazione efficace di questa tendenza viene da un’operazione di Paolo Caredda, che ha raccolto le cartoline degli anni del boom edilizio, dove l’ingenuo culto italiano della modernità emerge in tutto il suo provincialismo.

Ecco lo snodo cruciale: quei magnifici (?) progetti edilizi vennero costruiti fin da subito senza i necessari servizi, senza collegamenti con le altre parti della città, senza spazi sociali, negozi, uffici, luoghi di preghiera, parchi. Cattedrali nel deserto, monumenti all’ideologia e all’estetica del tempo, ma distanti dalle vite dei loro abitanti. Presunti capolavori avulsi dal flusso storico.

La via italiana alla modernità urbana, astrattamente progressista, veniva sacrificata nel concreto agli incagli e alle strettoie che ben conosciamo: il fallimento di un’impresa edile, una lite in Commissione edilizia, una gara illegale di appalti. Ma anche leggi farraginose e complicate, e il (decisivo) disinteresse di molta politica. Si è così parlato di “fine delle periferie”.

Così, dalla metà degli anni Settanta il termine periferia assume un significato deteriore. È divenuto addirittura esemplare delle storture del capitalismo avanzato, quasi un precipitato visivo, fisico, identificabile, quindi tanto più mediaticamente efficace, del negativo urbano. Da quegli anni, peraltro, è divenuto luogo interessantissimo di discussione, di innovazione, di nuove soggettività vicarie di una politica che per lo più, le periferie, non le ha mai troppo amate.

Poi, molti anni di silenzio. Si pensava quasi che in periferia fosse “tutto a posto”, secondo il ben noto principio per cui la rappresentazione mediatica di un fenomeno sostituisce il fenomeno stesso: non ne parlo più, quindi non esiste più.

Di recente i media sono tornati ad occuparsene anche perché, nel frattempo, l’universo delle periferie si è caricato di nuove gravi tensioni: la crisi mondiale, la globalizzazione, le migrazioni, l’emergenza abitativa.

Nelle periferie comunque non si è mai smesso di vivere, di lottare e di sperare. Di partire ed arrivare. E continuano a nascere progetti, idee, sperimentazioni.

Immagine | Sascha Kohlmann

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Aspirante antropologo, vive da sempre in habitat lagunar-fluviale veneto, per la precisione svolazza tra Laguna di Venezia, Sile e Piave. Decisamente glocal, ama lo stivale tutto (calzini fetidi inclusi), e prova a starci dietro, spesso in bici. Così dopo frivole escursioni nella giurisprudenza e nel non profit, ha deciso che è giunta seriamente l'ora di mettere la testa a posto e scrivere su tutto quello che gli piace.

4 Comments

  1. Il concetto di periferia è diventato simbolo di disagio per la distanza dal centro, tensione sociale, senso di emarginazione. In molte città italiane l’espansione urbana è stata spesso incontrollata sotto l’aspetto qualitativo e quantitativo e la realizzazione degli interventi si è fermata alla fase iniziale dei progetti, particolarmente quelli, riguardanti le interconnessioni con il tessuto urbano. Le periferie, dimenticate e trascurate, hanno perso la propria identità.
    Credo che il concetto tradizionale di periferia sia destinato a scomparire perché bisognerà promuovere interventi basati principalmente sulla integrazione sociale che, si pensa, sarà favorita anche dalla diffusione energetica.

    • La ”diffusione energetica” intendi delle nuove normative a tutela dell’ambiente nell’edilizia…o proprio la diffusione di fervore, di energia sociale (l’ ”effervescenza sociale” di Durkheim)?

  2. Per l’attuazione effettiva dei piani di efficienza energetica un ruolo importante spetta alle autorità pubbliche, ma è necessario anche l’interessamento e il coinvolgimento da parte dei soggetti privati e della società civile.
    Il coordinamento tra i soggetti interessati (industria,istituzioni finanziarie, associazioni di consumatori, sindacati,ecc.) permetterebbe la conversione dei piani in azioni concrete, attuazione di politiche energetiche sostenibili.

    • Diciamo che l’efficienza energetica dovrebbe diventare la normalità di tutte le case italiane, un punto d’arrivo da raggiungere senza doversi svenare (v. l’Ape per chi affitta /compra) o doversi impegolare nelle pastoie del burocratese

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