L’Impostore, la storia apocrifa di un camaleontico Zelig

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L'Impostore, la storia apocrifa di un camaleontico ZeligDal nastro rovinato di un vecchio video amatoriale in Vhs si vede in primo piano una ragazza. Si fa bella, è il suo compleanno. Fuori dal campo visivo la voce di un ragazzino: Isn’t she beautiful?

La videocamera si gira, l’operatore si presenta. È suo fratello, il piccolo Nicholas Barclay. Un ragazzino sui tredici anni, biondo e dagli occhi azzurri. Siamo a San Antonio, Texas, Stati Uniti, primi anni novanta. Di lì a poco, Nick – che impareremo a conoscere essere un turbolento street kid – scomparirà da un playground.

è il teso incipit di The Imposter, L’Impostore, questo strano e apocrifo mockumentary, girato dal regista inglese Bart Layton e distribuito in Italia dalla Feltrinelli Real Cinema (adesso al cinema e a breve in dvd), sulla storia vera e assurda della scomparsa di Nick, avvenuta nel 1994, e del suo presunto ritrovamento, tre anni dopo, a poco meno di 8.500 chilometri di distanza, a Linares in Spagna.

Siamo nel 1997, in una notte di pioggia torrente Nicholas viene ritrovato nel mezzo dell’Andalusia, fisiognomicamente stravolto. Nick non è più biondo, i suoi occhi non sono più azzurri, i suoi presunti diciassette anni non sembrano essere affatto tali. La spiegazione è semplice, benché non ci siano arrivate autorità di vario genere, istituzioni filantropiche, polizia ed Fbi, finanche famiglia e amici.

Nicholas non è il vero Nicholas ma un altro, un falso, un impostore. Si chiama Frédéric Bourdin, è un ventitreenne francese, dai lineamenti nordafricani e dalle spiccate attitudini di camaleontico Zelig, con evidenti carenze d’affetto e capace di determinare dinamiche empatiche in chi lo vede – in noi qui davanti allo schermo ma soprattutto nel regista dietro la macchina da presa – da perverso affabulatore settario.

Le inclinazioni da sadico manipolatore di Bourdin vanno così a intersecarsi perfettamente nelle pieghe di una famiglia, quella di Nicholas, in perfetto stile “white trash” statunitense, tale da instillare nello spettatore un atroce dubbio: questo latente eppur percepibile senso di colpa dei Barclay, che accoglie a braccia aperte un perfetto sconosciuto, non nasconde forse un inconfessabile segreto? Non sarà che questo turbolento ragazzino, già precocemente noto agli sceriffi di San Antonio, sia stato liquidato da una famiglia obnubilata dall’eroina?

Il film viaggia così a mille, seppur cadendo spesso in un format da simil real tv, su di un doppio binario dove le ragioni inafferrabili, sulfuree e ansiogene, della psiche – determinate da quel connubio perfetto tra il mefistofelico Bourdin e le ambiguità sottese della famiglia di Nicholas Barclay – si (con)fondono con la razionalità volgarmente terrena di chi guarda e si domanda: ma come diavolo è stato possibile che sia accaduto tutto ciò?

Per il resto intorno al film cresce un interessantissimo (si fa per dire) dibattito ombelicale sulla sua vera natura: d’altronde se non si incasella il genere, il critico sbanda. Siamo davanti a un documentario, seppur in versione mock, o a un thriller-come-si-usa-dire-mozzafiato? Ragioniamo con ordine.

La storia de L’Impostore non è dissimile dal caso di Martin Guerre, ovvero la storia di quel contadino francese del 16° secolo scomparso e sostituito da un impostore, tradotto anche in un film (Il ritorno di Martin Guerre, 1983), ma la struttura narrativa sembra essere molto simile al cinema di Errol Morris, specialmente per La sottile linea blu (The Thin Blue Line), e al filone investigativo documentaristico derivato. Lo stesso regista Barry Layton ha dichiarato al Guardian che L’Impostore, senza l’insegnamento di Morris e film come Touching the Void (La morte sospesa) e Man on Wire (Un uomo tra le Torri), “non sarebbe stato fatto nello stesso modo”.

Le complicazioni di genere derivano però dalla finzione, dalla fiction, inserita nel film. In parte perché il giovane camaleonte Frédéric nei panni di Nicholas è interpretato dal somigliante Adam O’Brien – ovvero un attore che interpreta un impostore mentre finge di essere un altro… che ve ne fate di Inception – così come altri protagonisti del film sono in realtà attori.

Per la restante parte perché, come ha spiegato sempre Layton, nel girare il regista aveva in mente I Soliti Sospetti per una stessa contingenza: entrambi i film hanno al centro “un narratore inaffidabile”. Ma oltre il dibattito di nicchia, e i dubbi sul conflitto veridicità contro verosimiglianza, il film ti inchioda per 100 minuti, come nelle migliori crime tv series. E che tutto ciò infici i puristi è un fatto da assumere (ma anche no).

Per i feticisti Frédéric Bourdin, che si racconta si sia finto per circa 500 volte qualcun’altro di molto più giovane, prima e dopo il caso di Nicholas Barclay, è su twitter. Questo il suo account: @Francparler. E questa la sua bio: Before, I was many, but now it’s just me against the world. Try not to judge me and if it’s not within your reach look at yourself in a mirror... Ma non vi fate ingannare. E non guardatelo negli occhi. Ci mette un secondo a raggirarvi…

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Classe '79, nato a Napoli e, nella migliore tradizione partenopea, emigrato nella capitale alla ricerca di lavoro. Sono un giornalista, di quelli iscritti all'ordine dei professionisti (ma chi vuoi che ci creda ancora a 'ste robe?!), eppure da qualche anno sono impiegato nella, pur nobile, arte della stampa-e-propaganda. Faccio alcune cose, molte delle quali non mi qualificano. Tra queste mi annichilisco spesso al cinema.

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