Italia minore 4/4: l’avventura del restare

di
avventura del restare
@maryaben

Nella nostra piccola indagine sull’Italia minore manca forse un accenno agli aspetti che, apparentemente, rappresentano la vera motivazione per cui si decide di restare a vivere in una località piuttosto che in un’altra: le condizioni economiche e la disponibilità di lavoro.

Tuttavia questi elementi, sicuramente fondamentali, non sono gli unici a determinare prospettive di rinascita o ad innalzare in maniera incisiva la qualità della vita. La sicurezza economica, da sola, non basta: a farci vivere convintamente in un luogo sono le sue implicazioni culturali, gli intrecci sociali sviluppatisi, i legami consolidatisi, insomma quel mix di ragioni che gli antropologi chiamano efficacemente “appaesamento”.

E allora spostiamo lo sguardo verso chi si sente, ancora oggi, “appaesato” nell’Italia minore, nonostante disagi, rischi idrogeologici, continui e precoci pendolarismi. In alcune parti del nostro territorio il presidio umano è garantito da chi ha deciso di investire tempo, risorse ed energie a luoghi spesso impervi e poco accessibili, ma che anche al visitatore attento o al turista fugace suscitano ammirazione e apprezzamento.

Piace a molti, del resto, osservare i tanti paesi con le loro luci che, come un presepe, brillano nelle notti italiane; o i paesaggi così ben modellati dalle sapienti pratiche contadine che accolgono le famiglie in fuga domenicale dalle città, o i villaggi montani al limitare dei boschi che regalano ore di spensieratezza ad escursionisti, sciatori e viandanti. Ma a chi dobbiamo tutto questo? Chi ha fatto giungere fino a noi un’organizzazione territoriale così stupefacente in grado di intrecciare perfettamente ambiente naturale e ambiente antropico?

avventura del restare
Pitigliano (GR) @Riccardo M.

Quella che l’antropologo Vito Teti chiama “restanza”, ovvero la prospettiva di restare a vivere nei piccoli paesi pur viaggiando con il pensiero, aprendosi ai cambiamenti e sfidando lo sradicamento culturale e sociale è una delle possibili vie di uscita.

Per incentivare la permanenza di comunità in territori svantaggiati è perciò cruciale puntare sia su una migliore dotazione di servizi primari sia su una rinnovata importanza attribuita agli elementi culturali, che in ultima analisi sono ciò che contribuiscono maggiormente alla coesione e allo sviluppo armonico della società.

Il confronto con località “altre”, con problematiche simili, può rompere l’isolamento in cui troppo spesso i piccoli comuni vivono, mentre il coinvolgimento e l’ascolto reciproco tra cittadinanza e istituzioni è il perno sul quale far ruotare tutta la nuova politica territoriale, attenta tanto allo sviluppo economico della dimensione locale quanto al benessere culturale e sociale di chi abita l’Italia scomoda.

Lo stimolo va ricercato quindi negli individui, nella loro forza generatrice capace di superare ostacoli a prima vista insormontabili, riattivando relazioni vitali e solidaristiche, al di là di sterili appartenenze politiche o partitiche.

La vera sfida che potrebbe salvare la parte più dimenticata della nostra penisola è la ricerca delle ragioni affettive, intime, implicite o esplicite che legano le persone ai propri luoghi, quel qualcosa che, nonostante difficoltà, frustrazioni e fatiche spinge a restare e a non abbandonare.

“L’avventura del restare – scrive Teti – la fatica, l’asprezza, la bellezza, l’etica della restanza, non è meno decisiva e fondante dell’avventura del viaggiare. Le due avventure sono complementari, vanno colte e narrate insieme ”.

In autunno, o in inverno, l’Italia minore mostra i suoi lati più autentici e intimi, quando i turisti o i visitatori occasionali non si spingono fin qua, quando per le stradine si respira il profumo della legna che brucia, o del sugo che ribolle, quando il vento soffia e si incunea tra i vicoli o spazza le antiche piazzette. Quando da dietro le porte e le finestre occhi curiosi guardano chi passa e quando il calore dell’accoglienza compensa il freddo della montagna. È allora che si entra in contatto con la vera essenza di questi luoghi e un po’ ci si resta attaccati, affascinati, innamorati.

Letture consigliate

Ernesto De Martino, La fine del mondo, Torino: Einaudi, 2002.
Vito Teti, Pietre di pane. Un’antropologia del restare, Macerata: Quodlibet, 2011.

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Sociologo, collabora con le Università di Trento e di Padova ed è ricercatore libero professionista. Si occupa di sociologia urbana, sviluppo locale e politiche sociali. Ama la musica rock e i cantautori e ne scrive mescolando ricordi, sensazioni e aneddoti.

1 Comment

  1. Per i geografi umanisti esiste infatti un vero e proprio ”senso del luogo” (sense of place), secreto dai luoghi con i quali riusciamo ad instaurare un rapporto affettivo, emotivo. Così, i luoghi non restano meri spazi neutri, offettivi, fisici, ma si impregnano delle energie umane che vi scorrono e muovono; ecco perchè molti di noi si dicono così ”attaccati” ai luoghi, quasi si trattasse di persone.

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