Italia minore 1/4: oltre le città e i mari

di
Italia minore
Castrovalva (AQ)

Guardavo le galline razzolare confusamente tra i resti di vecchie case, addossate le une alle altre e con i tetti ormai sfondati. I labirintici vicoli, ormai invasi dalla vegetazione spontanea, passavano sotto i miei piedi e sempre più stretti ed impervi mi conducevano verso altri ruderi, verso luoghi un tempo abitati.

Mi ricordai allora di come mi apparve questo piccolo paese ai piedi del Gran Sasso, solamente sei o sette anni prima, ancora così vivo, così fiero della propria ruralità e così protettivo. Qualcuno se ne era andato, qualcun’altro aveva ceduto, lasciando quelle pietre a cuocersi sotto il sole d’estate e a sommergersi di neve d’inverno, senza la cura e l’amore a cui i secoli li avevano abituati.

L’ennesimo paese che muore lentamente in un’Italia incapace persino di celebrarne il funerale, troppo impegnata in Grandi Opere o in futuristici progetti metropolitani.

Con questo post inauguro una piccola e per nulla esaustiva inchiesta sull’Italia minore, come viene spesso definita da stampa e TV, o sulla “Italia dell’osso”, come la definì magistralmente l’economista Manlio Rossi-Doria. Un patrimonio inestimabile fatto di paesaggi, architetture, boschi, persone rischia di perdersi e di scomparire nelle spirali della storia, cancellato dalla nostra ignoranza geografica e dalla nostra indifferenza.

Il mio punto di vista parte quindi da quel grande dimenticatoio in cui galleggia una parte del nostro territorio, in perenne attesa di una rinascita, o quanto meno di un segnale di interessamento. Una parte consistente del nostro Paese sconosciuta ai più, difficile da raggiungere, difficile da vivere. Scomoda.

Un’Italia scomoda perché marginalizzata, con meno servizi, con problemi infrastrutturali e prospettive economico-imprenditoriali apparentemente più limitate e ingessate. Un’Italia scomoda perché già data per spacciata, il cui destino sembra già quasi completamente scritto, che soffre il paragone con la parte di Paese più urbanizzata, che si vergogna della propria perifericità.

Italia minore
Alpeggio di San Bernardo (SO)

Sono migliaia i comuni, sparsi su tutto l’entroterra del nostro territorio, che perdono continuamente abitanti e diventano una testimonianza vera dell’invecchiamento della società italiana e dell’assenza di una politica per il territorio capace di contrastarne il declino demografico, la devastazione ambientale e le tante, complesse conseguenze culturali e sociali.

Come scrisse il partigiano e scrittore piemontese Nuto Revelli, una società che abbandona al proprio destino le sacche di depressione e di miseria, che soffoca le minoranze, che permette a interi paesi – che si tratti di Marsica o di Langhe, di Murge o di Aspromonte – di svuotarsi e di andare in rovina, è una società malata. Malata e distratta.

L’eccessivo sbilanciamento della distribuzione territoriale della popolazione verso città e capoluoghi, verso la costa o verso il fondovalle, è una problematica sociale di enorme portata che se non governata può lasciare delle tracce indelebili nel futuro del nostro Paese.

Letture consigliate

Manlio Rossi-Doria, La polpa e l’osso. Agricoltura risorse naturali e ambiente, Napoli, L’Ancora del Mediterraneo (2005)
Nuto Revelli, Il mondo dei vinti, Torino, Einuadi, 1977

Foto | Andrea Petrella

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Sociologo, collabora con le Università di Trento e di Padova ed è ricercatore libero professionista. Si occupa di sociologia urbana, sviluppo locale e politiche sociali. Ama la musica rock e i cantautori e ne scrive mescolando ricordi, sensazioni e aneddoti.

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