Her, speculazioni sull’esorcismo di un amore finito

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Her, speculazioni sull’esorcismo di un amore finitoSi potrebbe partire dalla dotta esegesi del conflitto uomo versus macchina – quest’ultima intesa in senso lato – nella storia della cinematografia e fare di Her un semplice tassello di questo segmento. Magari condendo il tutto con la virulenta quanto falsa denuncia dell’anomia che segna i nostri tempi: una società dove l’uomo, sempre più individuo, è incapace di relazionarsi all’altro e al contesto, piegato com’è sul suo luccicante smartphone (o magari intento a leccarlo per migliorare la sua tecnica di cunnilingus, ‘grazie’ alla app Lick This).

Ma Lei di Spike Jonze, geniale cinematografaro polistrumentista dai tempi di Essere John Malkovich, non è questo. Non credete infatti che si tratti dell’ultima speculazione filmica sulle macchine che domineranno il mondo, magari corrompendo i sentimenti di fragili uomini. Samantha, il sistema operativo di cui si innamorerà il protagonista Theodore Twombly, non è una matrice, non è un replicante, non è Hal e non è – per scivolare nel grossier e completare lo spettro di alternative possibili – nemmeno la Kelly LeBrock de La donna esplosiva.

Samantha è la proiezione dell’universo femminile di Theodore, di quella parte di sé che nel film impareremo a conoscere attraverso le sue dolci lettere. Samantha cioè, o per meglio dire il sistema operativo OS, è il MacGuffin hitchcockiano – quell'(in)significante espediente filmico intorno al quale si avviluppa una trama – funzionale nel determinare il conflitto interiore di Theodore, ovvero la speculazione solipsistica sul tema dell’identità. Una caratura quest’ultima classica della filmografia di Jonze, declinata in Her nell’esorcismo di un amore finito, di un passato immanente da raccontarsi e semplicemente assumere.

“Chi sei? Chi potresti essere? Dove stai andando? Cosa c’è nel mondo? Quali possibilità ci sono?”, sono infatti queste le domande che irretiscono Theodore davanti allo schermo che pubblicizza Os, ovvero “un’entità intuitiva, che ti conosce e ti capisce (…), una coscienza e non una entità operativa”.

Theodore, interpretato mirabilmente da Joaquin Phoenix, con i suoi pantaloni ascellari, in un futuro dai colori tenui e pastellati e senza le ‘costrizioni’ di cinte e cravatte, scrive per professione dolci lettere, nel frattempo subisce, crogiolandosi nel dolore, la malinconia di una storia d’amore finita. È bloccato, non avanza e non recede, come nel videogioco che lo impegna tristemente la sera. Ha bisogno di una svolta, “ha male dappertutto”, come si legge nelle sue lettere, e non può più semplicemente aspettare che non gli importi più di lei, di Catherine (interpretata da Rooney Mara) la sua-non-ancora-ex-moglie.

Si imbatte così in Os, in Samantha (che nella versione originale ha la voce di Scarlett Johansson, da noi quella aspirata di Micaela Ramazzotti) e da qui, dalla costruzione di un amore perfetto, modellato com’è sulla natura stessa di Theodore, parte il processo di transazione per esorcizzare Catherine. Non a caso il senso di straniamento e di alienazione paralizzante che pervade Her ha delle assonanze con Lost in Translation, a partire dall’incidenza dello skyline di una Los Angeles futuristica travestita da moderna Shanghai. E lasciamo perdere gli intrecci personali (e le relative influenze) di Spike Jonze con il clan dei Coppola.

In questa storia d’amore perfetta e perciò irreale, in questa masturbazione senti-mentale, Theodore imparerà a non nascondersi, che l’amore è sì disperazione ma di una forma socialmente accettabile e che il cuore non è come una scatola che si riempie perché in realtà più ami e più si espande. La chiave è donarsi, completamente, come Sheldon (il robot di I’m here, il cortometraggio di Jonze del 2010) faceva con pezzi del suo corpo androidizzato, donati alla ragazza di cui si era innamorato.

Ok, il tasso di glicemia è decisamente fuori controllo ma Her è uno di quei film che a suo modo parla a tutti – come lo sono le lettere di Theodore, non a caso saranno pubblicate col titolo Lettere dalla nostra vita – e il cui giudizio si plasma in ragione dello stato d’animo di chi lo vede: il processo di immedesimazione è totalizzante, quindi per i cuori infranti è bene astenersi. A meno che non si colga nelle parole dell’amica di Theodore, Amy (la Amy Adams di American Hustle), anche lei coinvolta in una relazione amicale con un Os dopo aver interrotto una decennale relazione sentimentale, il suggerimento salvifico: “La vita dura un attimo e finché la vivo mi voglio concedere gioia… perciò vaffanculo!”.

Chiudiamo con gli orpelli. La colonna sonora è stata affidata a Win Butler, front runner degli Arcade Fire, e Owen Pallett, compositore nonché ex collaboratore della indie band canadese, ed è il contrappunto malinconico della sequenza d’immagini. Da seguire il “nero” riempito da sole musiche che accompagnano l’etereo amplesso tra Theodore e Samantha. The moon song, cantata dalla stessa Johansson e vanamente candidata all’Oscar, è stata scritta dallo stesso Jonze in combutta con Karen O, sua ex compagna nonché leader degli Yeah Yeah Yeahs.

La fotografia di Hoyte Van Hoytema ci consegna un futuro a tinte pastello, smussato e smerigliato, malinconicamente funzionale al processo transeunte di Theodore.

Il film, dopo il premio dato a Roma alla Johansson come miglior interprete femminile (?), su diverse nomination è stato premiato come migliore sceneggiatura originale, scritta dallo stesso Spike Jonze.

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Classe '79, nato a Napoli e, nella migliore tradizione partenopea, emigrato nella capitale alla ricerca di lavoro. Sono un giornalista, di quelli iscritti all'ordine dei professionisti (ma chi vuoi che ci creda ancora a 'ste robe?!), eppure da qualche anno sono impiegato nella, pur nobile, arte della stampa-e-propaganda. Faccio alcune cose, molte delle quali non mi qualificano. Tra queste mi annichilisco spesso al cinema.

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