Happy Days?

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Happy DaysSono andata a vedere Happy Days di Samuel Beckett, interpretato da una bravissima Juliet Stevenson diretta da Natalie Abrahami.

Ci sono andata con dei colleghi che non sanno niente del teatro, di Beckett, dell’opera e quasi non sanno bene neanche perché sono venuti. Molta importanza nella loro scelta di passare questo giovedì sera un po’ strano ha avuto il fatto che questi biglietti ce li ha generosamente offerti il nostro capo.

Questi giovani spettatori un po’ schoccati, un po’ annoiati sono il pubblico ideale. Per quanto sia strano per me pensare che ci siano persone che non abbiano idea di cosa sia Happy Days, la loro reazione allo spettacolo è quanto più vicina al puro e spontaneo ci possa essere. Non temono di offendere Beckett o chi per lui, di fare osservazioni scontate, di ammettere di non capire.

Ho assaporato quanto può essere importante andare a teatro con gente non di teatro. Pubblico vero. Io ancorata alle mie righe di storia e di critica, loro liberi di sgranocchiare caramelle per tutto il corso dello spettacolo.

Alla fine ci siamo guardati in faccia, io fingendo di non sapere, loro esprimendo liberamente il loro non capire. Cercando disperatamente un senso alla fine sono stati tutti d’accordo sul fatto che si trattasse di un’opera sulla pazzia. Io mi sono ingoiata le mie paroline magiche che mi hanno aiutato nella mia storia con Beckett (incomunicabilità, borghesia, routine, bla bla bla) e me ne sono tornata a casa pensando a “pazzia”.

Un paio di giorni dopo a lavoro ho dovuto affrontare una situazione difficile: un genitore si è scatenato con aggressività contro una bambina che aveva fatto piangere sua figlia. Tutto questo in una scuola elementare privata, cattolica. La reazione di tutti i genitori è stata (giustamente) di paura ma poi sono scattati i giudizi. Pesanti, definitivi.

Pazzia è stata la parola che è ritornata con frequenza. Con facilità.

Non c’è nulla di più incomprensibile di un adulto che non riesce a controllare il suo istinto davanti a un bambino, in un contesto che dovrebbe essere sì protettivo ma che invece è troppo spesso erroneamente edulcorato.

Pazzo è chi fa cose che non capiamo o che non ci sforziamo di capire. Ci sono relazioni, dinamiche che ci riguardano molto da vicino ma che rimuoviamo con talmente tanta forza da non riuscire più a riconoscerle e quindi a comprenderle. Pazzia quel territorio dal quale siamo giustificati a stare alla larga, sbirciando dall’uscio, esprimendo giudizi affrettati e gravi.

Quella madre non ha giustificazione, bisogna prendere provvedimenti. Mi riservo il diritto di osservare quell’evento da spettatore esterno ai fatti. Vedo.

Vedo una madre sola con tre figli, tutti autistici. Uno dei quali affetto da molteplici altre sindromi. Ha visto sua figlia piangere, come una leonessa inferocita si è gettata verso chi ha ferito il suo cucciolo, seminando terrore.
Siamo tutti più tranquilli a pensare che sia semplicemente “pazza”.

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Si laurea in Storia del Teatro e dello Spettacolo e conduce laboratori teatrali con ragazzi disabili e pazienti psichiatrici. Si specializza in Pedagogia e Didattica del teatro presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico. Fonda un centro di narrazione teatrale. Nel 2011 si trasferisce a Londra dove frequenta un corso per Drama Teaching e fa la steward per lo Shakespeare Globe Theatre.

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