Decalogo di Kieslowski: tutto è sofferenza umana

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Decalogo di Kieslowski recensioneSulla base di un’idea di Krysztof Piesiewicz, avvocato polacco e difensore di molti oppositori del regime, Kieslowski realizza per la televisione polacca tra il 1988 e il 1989 dieci mediometraggi (ogni episodio dura circa 55 minuti) liberamente ispirati ai Dieci Comandamenti. L’intera opera fin da subito viene riconosciuta come uno dei capolavori della cinematografia recente. La sceneggiatura di tutti gli episodi è curata dallo stesso Kieslowski insieme a Krzysztof Piesiewicz.

Decalogo di Kieslowski recensione

Umano troppo umano

Sforzarsi di parlare di Kieslowski è impresa donchisciottesca. Un po’ perché gran parte del suo cinema ci è rimasta occultata, ostracizzata, nascosta, burocraticamente bloccata, un po’ perché è il suo stesso cinema a mostrare e mostrarsi solo per meglio occultare, per spingerci a cercare qualcosa di nascosto, qualcosa di altrove o meglio qualcosa di altrove dentro di noi.

Cinema di dilemmi il suo, cinema di domande, mai di risposte, di punti interrogativi, mai di esclamativi. Si tratta di affrontare, come lo ha definito lo stesso Kieslowski, il silenzio degli eventi della vita che si mescola ineluttabilmente con l’indecifrabilità dei comportamenti umani, l’insondabilità dei misteri (della vita, della morte, dell’amore, della memoria), di dare un volto, un nome e una forma, come se fosse una matrioska, ad un enigma dentro un enigma dentro un mistero, quel mistero che anzitutto è l’essere umano.

La cosa più ragionevole e salutare sarebbe procedere per sprazzi, indizi, squarci, suggestioni, rispondendo al suo cinema interrogativo con altre domande mascherate da risposte. Vagare senza un centro e giocare di specchi (lo specchio, il “riflesso”, il “riflettersi” è uno degli elementi cardine di tutto il Decalogo, basti pensare all’incipit del quinto capitolo o al ruolo che hanno le “superfici” riflettenti nel Decalogo I e VI).

Il suo Decalogo non comanda, domanda, vive, si alimenta di contraddizioni, anche perché quel che sembra profondamente antitetico (fede e scienza, amore e inganno, crimine e legge, affermazione e negazione) si pone già come sintesi, quel che sembra tara, fardello morale/esistenziale è in realtà plusvalore e viceversa.

Il laico è viatico per la sacralità e viceversa, sacralità che si apre al “terreno”, alla bassa materia, a una realtà spesso meschina e sempre tutt’altro che fragile e trascendentale, a sua volta incastonata in una narrazione sospesa, fluttuante, che ha il sapore di sogno lucido non decodificabile, di mistero che penetra e “ammorba” chi prova a penetrarlo e soprattutto a capirlo.

In tal senso è interessante notare come tutti e dieci gli episodi siano abitati e veicolati dal liquido: dall’acqua al latte, dall’inchiostro al sangue, quindi da una condizione che non è né solida (le risposte) né evanescente (l’impossibilità di ottenerle quelle risposte), che è sia l’anello mancante tra le due ma anche, potenzialmente, entrambe. È un liquido quasi mai legato alla catarsi, che mai lava e purifica, ma che sempre insozza, profana, riscrive, rimodella, macchia, perverte, perturba.

Questa mutevole liquidità la si ravvisa anche nella fotografia, che passa di mano a staffetta di episodio in episodio a un diverso direttore: una molteplicità di contributi che permette all’intera opera di ricevere un notevole arricchimento estetico ed espressivo (ad esempio il grigiore che permea il Decalogo I o il verde e l’ocra che quasi metaforizzano il sangue del capitolo V).

Come tutti i grandi “poeti del dubbio”, Kieslowski non insegna dicendo qualcosa, ma creando una condizione che renda possibile trovare in se stessi qualcosa o un mondo, o quanto meno una riscoperta dell’attenzione al mondo, felicemente lontano dagli –ismi di certo “cinema dell’insegnamento”, puro cinema fatto di sensi (e di sentimenti) il suo, puro sguardo pieno di pietas nei confronti delle (inevitabili) debolezze dell’animo umano.

La realtà parziale

La trasgressione della legge fonda la comunità e la legge stessa. La legge, per auto-giustificarsi e rafforzarsi, ha costantemente bisogno di essere trasgredita ma al contempo, come se fosse una ragnatela, se ne viene tirato via un filo la si sfalda completamente. E non è un caso (o forse sì) che man mano che si prosegua lungo gli episodi ciascun comandamento infranto, concentricamente infranga gli altri nove (a comprovarlo i nessi narrativi che interfacciano i vari episodi come ad esempio la citazione del tema del Decalogo II come esempio morale proposto durante la lezione universitaria di Etica nel capitolo VIII).

Di fatto, se la giustizia umana è imperfetta, quella divina non è da meno. Sta tutta qui, la filosofia dell’autore (il cui nome ma anche quello del suo sodale co-sceneggiatore, vedi caso, rimanda a Cristo): non la presenza di forze sovrannaturali, capaci di dirigere o determinare il destino dei personaggi, ma l’ammissione dell’esistenza di una verità (parziale, frammentata, perché intrisa di domande, dilemmi e mai accessibile alle risposte) per lo più misteriosa e sconosciuta, che, a seconda dei casi, può assumere la forma di un ammonimento o di un rimorso.

Come ogni città, anche la Varsavia (e il suo condominio Stowski, luogo per eccellenza della varia humanitas che “popola” i dieci episodi) del Decalogo è un ideale limbo: è un’urbe tremendamente tangibile ma esentata dagli eventi dell’epoca. Non c’è politica nel Decalogo (quasi tutti i personaggi hanno uno “status” sociale e delle professioni – spesso sono medici, avvocati, professori universitari – che permettono a Kieslowski di togliersi dall’empasse del cosiddetto cinema “sociale” per proiettarsi su temi e domande universali, su cui l’umanità ha riflettuto fin dalla notte dei tempi).

La “politica” che interessa a Kieslowski è la “politica” dei volti, raccontata attraverso primi piani ravvicinati come pochi se ne son visti nella storia del cinema (la destinazione televisiva fa molto gioco al regista per rendere i primi piani degli ideali tubi di scarico che tutto inghiottono e dai quali tutto sgorga, idem dicasi per l’attenzione ai dettagli degli oggetti e ai particolari dei corpi), primi piani tesi a dimostrare come la comunicazione (e il cinema stesso) passi per sguardi, battiti, tensioni, dubbi, dolore.

I portatori sani di questa oscillante complessità sono tutti condomini di una stessa abitazione (i cittadini del mondo?), destinati a circostanze che sembrano non ammettere scampo, o il cui solo scampo è dato da una presa di coscienza che ha a che fare con il rompersi delle convenzioni (ad esempio i Comandamenti) e delle convinzioni (umane). Sarà paradossalmente proprio questa frattura a ricostituire la fede di ciascun personaggio, a costituirne il coté etico come estetico.

La religiosità presente nel Decalogo è, tranne in rari casi, implicita, nascostamente presente nel doppio fondo di un sottotesto; non è quasi mai oggettivizzata dai dialoghi dei personaggi o elemento narrativo fondante i vari episodi. Si manifesta, invece, come una sorta di consapevolezza che lo spettatore percepisce, attraverso una serie di tracce sparse, di schegge conficcate a caso, di premonizioni, di legami interni al testo, e attraverso i dubbi e le esitazioni dei protagonisti.

La visione del destino è incombente, ma non totalizzante, in quanto dimostra a ogni passo, a ogni minuto (di visione), come sia estremamente difficile (improbabile? Impossibile?) essere moralmente integri, onesti, puri o giusti e, forse, ci dice Kieslowski, proprio questo è il destino degli esseri umani. E a questo punto chi è quel “testimone silenzioso” (così lo ha definito il regista) che appare in quasi tutti gli episodi del film? Incarna lo sguardo pietoso, consapevole e solidale del regista? È un angelo custode dei protagonisti e dello spettatore? L’angelo della morte? Lucifero? Gabriele? Dio stesso? L’incarnazione della coscienza? Mosé? Tutto questo assieme? Ancora una volta il segno, per diventar tale, acquisire forza e senso, deve mostrarsi vuoto ed essere riempito a piacimento da ciascun spettatore.

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Sceneggiatore e produttore di cortometraggi, videoclip, video educativi, spettacoli teatrali. È speaker radiofonico presso Radiofano dove si occupa di rubriche cinematografiche. Collabora con RSM-Radio San Marino e con MondoRadio. È il fondatore di Lobecafilm che si occupa di realizzazioni audiovisive. Il cortometraggio Sotto il mio giardino da lui co-sceneggiato ha ottenuto il Golden Globe Italiano nel 2009.

2 Comments

  1. Complimenti, Luca. Con la tua asciutta scrittura hai portato uno sguardo complessivo su un’opera cinematografica di cui leggo volentieri analisi e critiche. Mirabile, sia il post che “Decalogo”.

  2. Grazie Paolo, troppo gentile. D’accordissimo su quanto sia “mirabile” il Decalogo di Kieslowski.

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