Capitalismo e clima: la Terra è fottuta?

di
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@DFID – UK Department for International Development

Qualche settimana fa è uscito su newstatesman.com un articolo davvero interessante della giornalista e attivista Naomi Klein, famosa per No Logo e Shock Economy, sulle recenti conclusioni a cui sono arrivati i climatologi, o una parte di loro non emebedded, ossia non finanziati da quegli stessi governi a cui dovrebbero porre dei limiti. L’articolo di Naomi Klein affronta frontalmente l’emergenza clima e ha suscitato un grande polverone; è stato ripreso questa settimana in Italia da Internazionale. Ma cosa dice esattamente?

Il discorso parte dall’intervento dello scienziato Brad Warner al Convegno dell’American Geophysical Union che si è tenuto a San Francisco, un momento di confronto a cui hanno partecipato 24 mila studiosi di scienze della Terra e dello Spazio. L’intervento dello scienziato si intitolava così: La Terra è f***uta? La futilità dinamica della gestione ambientale globale e le possibilità di garantire la sostenibilità attraverso l’azione diretta degli attivisti.

Brad Warner e altri scienziati con lui sostengono una cosa molta chiara, semplice e senza possibilità di equivoci: il sistema economico capitalista così come lo conosciamo oggi, l’ideologia della crescita ad ogni costo (come continuiamo a sentire nei dibattiti politici, bastava guardare ieri sera il Ministro Giovannnini a Ballarò), l’indifferenza al continuo deterioramento del clima e del sistema Terra quando richiede una politica di decrescita (parola davvero impopolare in un periodo di crisi), stanno uccidendo il Pianeta.

La politica e l’economia sostanzialmente se ne infischiano dei cambiamenti climatici –come dimostrano le scarse conclusioni del vertice di Varsavia di novembre dove tutto si è bloccato come al solito per i contrasti tra i diversi interessi di Unione Europea, Stati Uniti, Cina e India- salvo poi fare promesse da mercante e esibire lacrime da coccodrillo quando succedono catastrofi continue come il tifone nelle Filippine o, per restare ancora più vicini, i disastri in Sardegna. L’emergenza è divenuta normalità, ogni anno accadono catastrofi in ogni parte del mondo e si piangono decine di migliaia di morti, eppure a livello politico si continua come se niente fosse. Fino al prossimo disastro.

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@International Organization for Migration

Clima: non c’è più tempo, o forse è già troppo tardi

Alla domanda “Siamo Fottuti?” Brad Warner ha risposto “Più o meno”. Lo scienziato, lanciando una specie di appello di resistenza politica ha individuato nei movimenti che si oppongono allo scempio ambientale la vera speranza che rallenti un meccanismo economico fuori controllo e riesca a mettere un freno a questo innarrestabile processo di autodistruzione. Ha aggiunto:

Se pensiamo al futuro della Terra e della nostra relazione con l’ambiente, dobbiamo inserire la resistenza nel quadro di questa dinamica. Non si tratta di un’opinione ma di un problema geofisico.

Non è un caso che molti scienziati siano passati direttamente dalla ricerca all’attivismo, arrivando a farsi arrestare durante sit-in di protesta come l’esperto di fama mondiale di scioglimento dei ghiacci Jason Box davanti alla Casa Bianca nel 2011. Alla testa di questo movimento di scienziati c’è uno dei più importanti climatologi britannici, Kevin Anderson, il vice direttore del Tyndall Centre for Climate Change Research.

Anderson denuncia come le scelte che vengono dagli incontri internazionali come Varsavia siano una presa in giro e gli obiettivi prefissati dai leader mondiali delle chimere che non verranno mai raggiunte: per esempio, per raggiungere l’obiettivo concordato a livello internazionale di contenere il riscaldamento climatico entro i due gradi i paesi industrializzati dovrebbero ridurre le emissioni del 10% già quest’anno, mentre invece le emissioni continuano ad aumentare. Parlare del 10% di tagli alle emissioni significa adottare misure drastiche che provocherebbero senz’altro un impatto fortemente negativo sul Pil (Prodotto Interno Lordo) dei diversi paesi.

In un momento di crisi come quello attuale, chiedere ai governi un cambiamento di questo tipo equivale a parlare con un muro: il Pil da indicatore economico è divenuto il falso dio del sistema economico neoliberista di oggi, che tutto permette in nome della crescita. Mentre il clima si avvicina al punto di non ritorno quindi, i nostri politici continuano a sfidarsi a suon di slogan. Come fare? Non è forse arrivato il momento di mettere in discussione il sistema capitalistico nel suo insieme invece di portare avanti battaglie che prevedono modeste e inutili tassazioni sulle emissioni nocive?

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Si occupa della community di Le Nius, in pratica delle relazioni con le persone qui dentro e sui social media. Di mestiere editor e SEO. Da sempre ha un debole per i troiani e una forte antipatia per gli achei (semicit.). davide@lenius.it

5 Comments

  1. Non critico quello che spieghi. Pero, vorrei aggiungere che nel tuo articolo, fa riferimento all’aumento degli episodi climatici come il tifone nelle Filippine. In realtà, i dati disponibili dalla fine del periodo coloniale in questo paese dimostrano che non ci sono più sismi o cicloni oggi che nel XIX secolo…

  2. Grazie della precisazione. Però a livello globale disastri di questo tipo sono aumentati decisamente, secondo quello che sostengono gli scienziati come Anderson. E i dati dicono di un livello di emissioni insostenibili, come non più sostenibile è il surriscaldamento del clima.

  3. Ciao. Condivido la riflessione sull’impossibilità della crescita continua e sulla necessità della cura ambientale, però nello specifico sono d’accordo con Thibault. Penso che si tratti soprattutto di una questione di percezione: si dà sempre più peso a quel che si vede nel presente che ne passato e in aggiunta oggi questi eventi vengono seguiti dai media in maniera molto più dettagliata, con una tendenza alla spettacolarizzazione (come tende alla spettacolarizzazione intitolare un intervento “La Terra è fottuta”). Poi però bisogna andare oltre le impressioni e verificare i dati che si hanno a disposizione, che spesso contrastano con le tesi dei catastrofisti.

    Allo stesso modo, nel parlare dell’impronta umana sul cambiamento climatico (che sono convinto sia presente, ma bisogna capirne la rilevanza) è anche necessario tenere presente che nella storia della Terra ci sono sempre stati periodi di innalzamento e abbassamento anche drastico delle temperature (vedi la piccola glaciazione del 1700). Sono insomma convinto che affinché la (sacrosanta) causa ambientalista riesca a trovare maggiore appoggio, debba lasciare da parte la tendenza alla drammatizzazione e cercare un approccio un po’ più concreto.

    • Bé, in questo caso è un approccio molto concreto. Si parla di dati geofisici e percentuali ben precise; se hai tempo leggiti tutto l’articolo di Naomi Klein, mi pare che lì si affronti un approccio molto concreto. Al di là della spettacolarizzazione, che è un approccio pervasivo, mi pare che a essere molto fumoso è l’idea che si è sempre fatto così o è sempre stato così, perchè gli studi dicono ben altro. E, se fosse anche una dimensione irreversibile che l’uomo sta accelerando con i suoi fumi tossici varrebbe comunque la pena opporsi, non credi? Questo lasciando parte quanto morti ogni anno sono conseguenza delle emissioni.

  4. Per carità, non metto in dubbio le conseguenze sulla salute di emissioni inquinanti e via dicendo. Trovo solo che certi approcci catastrofisti (alle volte al limite del terrorismo psicologico) finiscano per essere controproducenti, anche perché spesso sono basati su dati parziali.

    Klein nell’articolo cita una serie di ricerche, ma sono solo una parte delle ricerche sull’argomento. Dire che tutte le ricerche contrarie sono foraggiate dai governi mi sembra una soluzione un po’ comoda per liquidarle.

    Tutto questo per chiarire che ritengo necessaria una riduzione delle emissioni inquinanti o dello scempio del territorio, ma non perché “se non facciamo così l’umanità morirà fra tre anni”, bensì perché se non facciamo così ci ammaleremo molto più di tumore, oppure alla prossima alluvione i fiumi andranno di nuovo in piena. Insomma, è questo che intendo quando parlo di riportare la discussione a una dimensione più “concreta”.

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