Alberto Oliva: fare teatro nell’Italia di oggi

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Alberto Oliva è un personaggio che, con la sua sola esistenza, ti spinge a mettere in forse le tue certezze. Ventotto anni, quindici regie teatrali alle spalle, collaborazioni con realtà importanti come il Teatro Litta di Milano e nessuna intenzione di lasciare il Paese: sembra la negazione vivente dei luoghi comuni sull’Italia gerontocratica che costringe i giovani all’espatrio.

Lo scorso 14 novembre, presso lo Spazio Tadini di Milano, Oliva ha presentato la sua prima fatica letteraria: L’odore del legno e la fatica dei passi – Resto in Italia e faccio teatro. Il volume, distribuito dalla casa editrice ATì, è una sorta di sintesi non sistematica della breve ma già ricca carriera di questo enfant prodige. Abbiamo approfittato della presentazione per rivolgere ad Alberto qualche domanda.

Alberto Oliva 2La tua è una storia eccentrica nel nostro panorama nazionale: la maggior parte degli under 30 è convinta che sia difficile, se non impossibile, “farcela” restando in Italia. Che opinione hai dei tuoi coetanei?
«La nostra generazione ha potenzialità enormi, ma anche un grosso limite: una totale mancanza di fiducia nel prossimo. Qualche anno fa, in vista del mio esordio come regista, volevo organizzare un laboratorio per attori sul testo dello spettacolo, le Baccanti di Euripide. Sono stato sommerso di critiche: molti ci hanno visto un pretesto per rubare idee ad altri giovani artisti. Da allora, per evitare equivoci di questo tipo, ogni volta che cerco un nuovo collaboratore sono costretto a chiedere ai candidati di non esporre idee originali e di attenersi al mio progetto. Purtroppo i miei coetanei presuppongono sempre che chiunque faccia qualunque cosa con l’obiettivo di fregarti: un clima di sospetto che alla lunga è controproducente».

Nel tuo libro, malgrado l’ottimismo di fondo, non nascondi che fare teatro nell’Italia di oggi presenti diverse difficoltà. Al di là delle ovvie questioni di budget, quali sono i problemi della scena teatrale italiana?
«Di sicuro c’è un grosso problema di carattere formativo. Io ho studiato teatro sia all’università statale di Milano, sia alla scuola Paolo Grassi: due ottime istituzioni, che però hanno il demerito di non dialogare tra loro. Una è concentrata in modo esclusivo sulla teoria: rischi di arrivare alla laurea senza aver mai incontrato un attore. L’altra è prettamente pratica: impari canto e dizione, e magari non sei in grado di collocare Molière nella storia del teatro. In altri paesi non è così. Ho avuto modo di trascorrere un breve periodo presso l’Accademia teatrale di Cracovia: lì c’è una maggiore integrazione tra teoria e prassi».

Tra la crisi economica e i recenti tagli alla cultura, il teatro italiano sta attraversando una fase particolarmente spinosa. Quale potrebbe essere una via d’uscita?
«Sono contrario a iniziative come l’occupazione del Teatro Valle, che hanno come unico effetto quello di catalizzare l’attenzione su di sé, togliendo pubblico ai teatri più piccoli. Credo che ci sia un solo modo per riportare gli spettatori in sala: fare teatro il meglio possibile».Alberto OlivaL’autore presenterà nuovamente il suo libro il 22 novembre, presso il Museo della Fotografia di Brescia, alle 18:30.

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Classe 1975, è laureato in Lettere. Lavora come editor in campo letterario, televisivo e cinematografico. Vive con la sua famiglia a Segrate, in provincia di Milano.

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