Nuove forme di analfabetismo: leggere e scrivere nell’era digitale

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L’alfabetismo non è solo la capacità di leggere e scrivere, ma implica sempre la gestione esperta di strumenti e tecnologie: saper tenere una penna, saper associare segni e suoni, saper utilizzare una tastiera, saper muovere le dita su un supporto a schermo. Insomma: coinvolge un insieme di prerequisiti, conoscenze e abilità, e la sua competenza può realizzarsi a diversi livelli cui corrispondono forme diverse di integrazione sociale. Come abbiamo visto, gli strumenti della comunicazione non sono sempre stati uguali e il loro continuo e rapido mutamento sta producendo anche oggi, proprio sotto i nostri occhi, nuove forme di analfabetismo.

Nuove forme di analfabetismo: gli analfabeti digitali

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@Craig Sunter

La prima delle nuove forme di analfabetismo odierne coinvolge la cosiddetta vecchia generazione: uomini e donne nati fra gli anni Quaranta e Settanta, con un’esperienza di scolarizzazione molto variabile a seconda del contesto di provenienza.

Pur non mancando le eccezioni di chi, nato in ambito rurale, è rimasto un analfabeta totale, queste persone sono cresciute nel mondo della parola scritta e, anzi, della lettura e scrittura hanno fatto il cavallo di battaglia dell’educazione, la chiave di accesso al mondo del lavoro e dell’emancipazione sociale. Era il mondo degli appunti presi sui quaderni, dei diari scritti in segreto, delle note stenografate sui blocchi da ufficio: quello in cui la calligrafia doveva essere bella, la scrittura ordinata e la brutta copia doveva sempre travasarsi in una versione più leggibile di sé stessa.

Parte di questa generazione ha avuto le sue belle grane già con la scrittura a mano, che per molti è rimasta una pratica saltuaria e lontana dalla quotidianità, associata soprattutto ai moduli da compilare, ai documenti da firmare, insomma all’universo incomprensibile e fastidioso della burocrazia, o al massimo alla lista della spesa da aggiornare o alle ricette da annotare. Seppure più sviluppata della scrittura, per molti di loro anche la lettura è stata e rimane un’esperienza imposta e faticosa, ma comunque praticabile.

Molto più problematico è invece il loro rapporto con le tecnologie digitali, davanti alle quali le nuove forme di analfabetismo sono divenute ormai tangibili. La maggior parte di queste persone ha infatti poca o nessuna consuetudine con l’universo informatico e digitale: in Italia si stima che in media fra il 40 e il 50% degli adulti non possieda un computer e non sappia usare internet (dati Istat su Cittadini e nuove tecnologie riferiti al 2013). Computer, telefonini e tablet sono per loro oggetti strani, quasi alieni, staccati dal vivere di ogni giorno.

La terminologia informatica è per loro una lingua straniera, e non solo perché elaborata per lo più in inglese. La stessa modalità pratica di produzione e condivisione delle informazioni è a loro estranea: la struttura, il lessico e le funzioni di un computer, l’utilizzo del mouse (il gesto del cliccare), la logica di organizzazione visiva di un desktop, i processi e i supporti di memorizzazione, l’architettura e le logiche di funzionamento del web. Le stesse persone hanno forti difficoltà, anche se con gradi diversi, nell’utilizzo dei telefonini, soprattutto degli smartphone.

Possiamo parlare, a tal proposito, di un analfabetismo informatico (o, nel caso di internet, digitale) perché a mancare a queste persone sono la conoscenza dei costituendi di base di un certo linguaggio e la consuetudine con i suoi strumenti, nonché più in generale le competenze per l’utilizzo delle cosiddette TIC (Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione).

Gli analfabeti informatici di solito si interfacciano con il mondo digitale attraverso i figli o i nipoti, che percepiscono come più esperti e a cui dunque chiedono aiuto, ad esempio per prenotare un viaggio o utilizzare l’home banking: l’analfabetismo diventa dunque una delle dimensioni attraverso cui si consuma l’attuale divario generazionale.

Tra le nuove forme di analfabetismo, questa è forse la più evidente e radicale. Abbiamo già chiarito infatti quali siano le potenziali implicazioni dell’analfabetismo in termini di vulnerabilità ed esclusione sociale. Non importa rispetto a quale codice essa si manifesti: se la mancanza di competenze genera sempre un rischio di emarginazione, allora la generazione degli analfabeti digitali rischia, nel giro di una decina d’anni, di venire esclusa non solo dall’universo della conoscenza ma anche dall’accesso a tutta una serie di servizi e pratiche quotidiane di base, indispensabili per la formazione del sé e per quella che viene già chiamata “cittadinanza digitale”.

Nuove forme di analfabetismo: i migranti digitali

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@Guian Bolisay

La seconda fra le nuove forme di analfabetismo della società italiana (e non solo italiana) di oggi è una condizione ibrida e di passaggio: la vivono coloro che sono nati fra gli anni Settanta e Ottanta e che chiameremo, secondo la definizione datane da Marc Prensky nel 2001, “immigrati digitali” (o “nativi analogici”). Gli immigrati digitali sono coloro che hanno imparato ad utilizzare le tecnologie in età adulta o comunque tardivamente, apprendendone quindi l’uso come si apprenderebbe una seconda lingua.

Io stessa faccio parte di questa generazione: ho iniziato ad utilizzare il computer ed il telefonino quando ero adolescente e ho costruito le mie competenze in parte attraverso percorsi formali (ad esempio il corso di informatica a scuola: ricordo chiaramente che del linguaggio MS-dos non capivo assolutamente nulla: per fortuna è arrivato Windows a salvarmi), in parte attraverso pratiche intuitive, per tentativi ed errori, insomma attraverso l’uso. Tutt’ora impiego il computer e il tablet principalmente per scrivere, navigare in internet e fare ricerca, ma molte delle potenzialità di questi strumenti rimangono per me ancora sconosciute.

Mi considero parzialmente alfabetizzata al mondo digitale ma, ad un tempo e mio malgrado, anche una sua parziale analfabeta: fatico a leggere a lungo da un pc, a lavorare esclusivamente in modalità cloud, e soprattutto continuo ad operare il confronto fra lo schermo ed un foglio di carta. Non si tratta di romantica nostalgia, ma di abilità che sono hardwired e dunque solo parzialmente ri-configurabili: la mia architettura cerebrale è, in altre parole, quella di chi è cresciuto scrivendo a mano e leggendo libri di carta stampata.

Noto comunque che la mia stessa manualità va gradualmente modificandosi: scrivo sempre più raramente a mano e sempre più spesso al computer, usare la penna inizia a sembrarmi un’attività un po’ troppo lenta, mentre mi sono accorta di saper ormai digitare un testo al pc senza nemmeno guardare la tastiera: i miei automatismi, insomma, stanno inesorabilmente cambiando attraverso la consuetudine con i nuovi strumenti della scrittura, insieme al mio modo di cercare, selezionare e processare le informazioni e alla mia soglia di attenzione.

Un aspetto molto interessante di questo passaggio da uno strumento di scrittura all’altro, e che è stato già analizzato molto a fondo dalle scienze del linguaggio e della comunicazione, è proprio la modifica che sta coinvolgendo la nostra conoscenza e l’utilizzo dell’alfabeto e da cui nascono domande cruciali su possibili nuove forme di analfabetismo. Le nuove tecnologie producono un analfabetismo di ritorno? Una regressione nella competenza linguistica? O una semplice trasformazione del codice a cui secoli di storia ci hanno abituato?

Se fino alla scorsa generazione si è avuta, dell’alfabeto, una visione tutto sommato lineare (il famoso ordine alfabetico, convenzionale ed utile alla memorizzazione e alla consultazione dei dizionari), oggi i rapporti visivi fra le lettere sono sempre più quelli della loro distribuzione sulla tastiera (in Europa è in uso la cosiddetta QWERTY) di un pc, tablet o smartphone.

La messaggistica istantanea e le mail hanno generato forme lessicali sempre più essenziali e una sintassi stringata che assomiglia molto alla scrittura telegrafica diagnosticata nei casi di afasia: a metà fra l’orale e lo scritto, questo linguaggio immediato ed altamente simbolico (chiamato in inglese textese o txt-speak) è caratterizzato, per esempio, da caduta delle vocali, ideofoni, scrittura fonica, prestiti stranieri, sigle ed acronimi. Insomma, qualcosa di simile ad un vero e proprio gergo, comprensibile solo se se ne conosce la logica di funzionamento, ma che di fatto sembra funzionare piuttosto bene sul piano comunicativo. La scrittura intuitiva o T9, d’altra parte, favorisce la composizione delle parole e solleva spesso chi scrive dal problema di conoscere l’esatta ortografia della propria lingua. Gli hashtag (#), infine, stanno modificando alle fondamenta i meccanismi della composizione sintattica.

Sia nell’apprendimento di un linguaggio informatico in continua evoluzione, che in quello delle nuove e vivacissime lingue della messaggistica, i migranti digitali stanno attraversando il travaglio quasi morale dell’abbandono di un sistema di scrittura appreso da piccoli e provando la vertigine di alfabetizzarsi ad un linguaggio e ad un sistema di scrittura nuovi, con le difficoltà ed il potenziale innovativo che ciò comporta.

Come in tutti i casi in cui non si padroneggia più bene un linguaggio o si fatica ad acquisire il nuovo che lo va sostituendo, il rischio è quello di non potersi informare, aggiornare, interfacciare a sufficienza con i soggetti (come i propri figli) che il mondo digitale lo abitano invece da nativi, e di cui ci occuperemo fra poco trattando dell’ultima delle nuove forme di analfabetismo.

Nuove forme di analfabetismo: i nativi digitali

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@Lucelia Ribeiro

Sempre secondo Prensky, i nativi digitali sono coloro che, nati a partire dagli anni Novanta, sono cresciuti fin da subito in un ambiente caratterizzato dalle TIC, dai supporti multi schermo, dalla tecnologia touch e dall’iper-connessione: coloro che, insomma, abitano queste tecnologie come elemento del tutto naturale e parlano la lingua della rete come lingua madre.

Quando penso a loro, mi torna spesso in mente una scena vista qualche tempo fa al ristorante. Ad un tavolo sedevano padre e figlioletta di circa cinque anni: mentre aspettavano le pizze da asporto, il papà aveva aperto il giornale davanti alla bimba e lei, invece di usare il dito per seguire le righe del testo o voltare pagina, aveva iniziato semplicemente a strisciarlo sopra le pagine, come per cambiare schermata.

I nativi digitali, potremmo dire, funzionano in base ad un software diverso, installato in un hardware che si è a sua volta strutturato sui nuovi mezzi e codici della comunicazione: supporti informatici, e-book ed e-reader, LIM, piattaforme per l’e-learning, uso di figure, fotografie ed emoticon. Forse non passeranno nemmeno attraverso la scrittura a mano, o comunque l’andranno perdendo una volta usciti dall’ambiente strettamente scolastico.

Ecco dunque come si presenta questo particolare caso tra le nuove forme di analfabetismo: alfabetizzati sin dalla nascita al digitale, i nativi digitali diventeranno probabilmente analfabeti in ciò che noi invece conosciamo bene: la scrittura amanuense e lineare. Scrivere, infatti, oggi significa sostanzialmente digitare.

Nel corso dei secoli l’impiego privilegiato di una certa modalità comunicativa è andato sempre di pari passo con il potenziamento di uno specifico canale sensoriale: così, se alla fase dell’oralità è corrisposto lo sviluppo dell’apparato uditivo, con l’avvento della scrittura e poi della stampa si è venuta privilegiando sempre di più la vista. Oggi, invece, le tecnologie d’avanguardia stanno spingendo i nostri corpi a una rivalutazione radicale del tatto e della capacità tattile.

Sicuramente si rischia in tal modo il depotenziamento delle abilità cognitive stimolate dall’uso della calligrafia e della scrittura intesa in senso tradizionale: una certa capacità di analisi e pensiero discorsivo, la linearità e sequenzialità del ragionamento, il transito verso quello che l’Ocse ha definito “analfabetismo funzionale”, cioè l’incapacità di usare in modo efficiente le abilità di lettura, scrittura e calcolo nelle situazioni della vita quotidiana, di comprendere a fondo i testi e produrne di organici e strutturati.

Ad un tempo, però, proprio grazie agli ambienti di apprendimento virtuale, ma anche ad esperienze ludiche come i videogame, stiamo recuperando e rinforzando, per esempio, l’attitudine a pensare per immagini (tipica già, in realtà, dei nostri antenati e delle scritture ideografiche), il pensiero analogico, la capacità di un continuo monitoraggio del contesto e dei suoi innumerevoli stimoli, quella di pensare in parallelo, il multi-tasking, la capacità di generare e gestire contenuti in senso orizzontale (peer-to-peer) e, con essa, un nuovo tipo di socialità.

Rispetto ai precedenti universi comunicativi, quello attuale è dunque semplicemente diverso, e non è detto che implichi una perdita, ma semmai una trasformazione e riconfigurazione dei nostri processi fisico-mentali e delle nostre abilità di base. Pur parlandone come di nuove forme di analfabetismo siamo di fronte, di fatto, a nuove grammatiche e a nuove forme non solo del linguaggio ma anche, e soprattutto, del pensiero e dell’esperienza che lo alimenta.

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Antropologa culturale e insegnante di italiano a stranieri con una passione per l’etnografia, la glottodidattica e la narrazione. Lettrice onnivora e compulsiva, scrive col contagocce perché non ama sprecare le parole. Adora le birre artigianali e, finora, le migliori idee le sono venute andando in bicicletta.

5 Comments

  1. Seduto ad un tavolo al ristornate, qualche giorno fa, stavo osservando come ormai l’uso dei dispositivi tecnologici abbiamo condizionato le buone maniere, e non solo quelle, tra e dei commensali. Ad un tavolo una famiglia di quattro persone china, ciascuno sul proprio smartphone noncurante della presenza degli altri. Ad un altro un signore, con marcato accento meridionale, che conversava animatamente e questo per almeno un quarto d’ora seduto ad una tavola con altri quattro commensali che nel frattempo bisbigliavano tra loro per non disturbarlo. Ad un altro, una ragazza, mentre ascoltava il suo compagno, intenta a messaggiare. Oltre ad un radicale cambiamento dei costumi sociali, la cosa che più mi ha incuriosito è stato un libro del prof. Manfred Spitzer: “La demenza digitale. Come la nuova tecnologia ci rende stupidi”. Spitzer è un tedesco che colleziona lauree, primario di psichiatria della clinica universitaria di Ulm che dopo decennali studi sull’argomento e, nonostante le pesanti accuse, nessuno ha mai smentito, asserisce che per come è strutturato il cervello umano dirottare la didattica in età preuniversitaria in prevalenza su strumenti digitali è deleterio per un adeguato sviluppo neurale del cervello e, aggiungo io, deleterio anche per la buona educazione a tavola. La tesi è che i giovani seppur digitalmente alfabetizzati, che abusano trastullandosi passivamente con queste tecnologie, saranno fortemente soggetti a forme di demenza precoce. Quindi se è vero che chi non conosce la tecnologia informatica è un analfabeta digitale, quelli che sono troppo digitalizzati saranno dei dementi precoci.

  2. Salve Ulisse, grazie del tuo commento (mi permetto il “tu”).
    Non c’è dubbio che l’utilizzo delle tecnologie digitali stia modificando la nostra architettura cerebrale (primo fra tutti andrebbe segnalato il fatto che, con la lettura a schermo, si sta riducendo e trasformando in modo drastico il nostro span di resistenza medio nel leggere).
    Per quanto riguarda la strutturazione cognitiva dei nativi digitali, temo che la cosa – nel bene e nel male – non potrà essere giudicata che fra un ventennio, quando quelli che ora sono bambini piccoli o piccolossimi saranno giovani adulti chiamati a confrontarsi col mondo extrascolastico e quelli che invece lo sono adesso – e, in effetti, qualche segno inquietante rispetto al problema di cui sopra già lo esibiscono – saranno adulti veri e propri all’apice della loro vita lavorativa e sociale.
    Personalmente, non credo si dovrebbe collocare nel digitale tutta la didattica in età universitaria, così come, in generale, non la si dovrebbe concentrare tutta nel cartaceo ossia sui “libri” in senso tradizionale: la didattica dovrebbe essere sempre distribuita non solo e non tanto fra supporti diversi di letto-scrittura, ma anche fra esperienze motorie, sensoriali, pratiche, sociali: è la pochissima attenzione a questi aspetti, secondo me, il vero problema.
    Riguardo l’utilizzo degli smartphone a tavola e la perdita di buone maniere e abilità di interazione vis-a-vis, ti invito a dare un’occhiata alla campagna contro il “phubbing” (http://stopphubbing.com/), neologismo coniato apposta per indicare l’atteggiamento maleducato di chi, pur sedendo con amici o parenti a tavola, interagisce più col proprio telefono che con loro.

    • Se è ancora precoce, come dice lei, conoscere la morfologia dell’evoluzione della struttura celebrale e quindi cognitiva dei nativi digitali, lo stesso testo di Spitzer analizza la capacità linguistica, artistica di bambini delle elementari suddivisi in categorie per ore giornaliere trascorsi davanti alla televisione; i risultati evidenziano quello che molti sostengono ma si sa, gli interessi, soprattutto economici, sono ingentissimi e i tempi cambiano. E’ indubbio, dopo l’appello di oltre seimila, tra docenti e formatori universitari, che denunciano le carenze linguistiche dei loro studenti (grammatica, sintassi, lessico), che commettono errori appena tollerabili in terza elementare e la correzione dei test di candidati alla docenza nella scuola primaria (C6, nn, xchè, aquisto…), ricerche scolastiche tutte identiche, avendo pero l’accortezza di cambiare il carattere, fatte con copia incolla da Wikipedia… le cause vanno ricercate anche nello spasmodico uso dei ragazzi che dipendono da questi strumenti e che la disinformazione spaccia per “atti a migliorare l’apprendimento”. Come dice lei, se l’integrazione al classico libro cartaceo è auspicabile per approfondimenti di natura multimediale il consultare il web in aula, durante le lezioni del docente, per verificare la lezione fa capire quale livello di volgarizzazione culturale abbiamo raggiunto.

  3. Ulisse, dammi pure del “tu” per favore. Concordo con quanto scrivi e, in base agli esempi che porti, suppongo tu sia insegnante. Non so se si possa parlare di “volgarizzazione culturale” ma senz’altro è in atto una trasformazione molto problematica dei modelli di apprendimento.

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