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Come funziona la cittadinanza in Italia e perché bisogna riformarla

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Siamo italiani o no? Questo è il dilemma che affligge migliaia di ragazzi di seconda generazione, che come me si sentono spezzati tra due culture, italiani solo a metà perché non formalmente riconosciuti come tali dallo Stato.

La questione è tornata sotto i riflettori dopo la discussione sul dare o non dare la cittadinanza a Ramy e Adam, i due ragazzini che a Crema sono stati fondamentali per il salvataggio dei compagni di classe chiamando i soccorsi durante il dirottamento del loro autobus da parte di un italo-senegalese.

Pochi mesi prima era sorta un’altra sterile polemica, quando a Sanremo ha vinto Mahmoud, figlio di coppia mista (madre sarda e padre egiziano). Il ragazzo, all’anagrafe Alessandro Mahmoud, si sente italianissimo e ingiustamente preso in causa perché considerato “immigrato” e “non italiano”, quando è nato a Milano da madre italiana.

La questione della cittadinanza, insomma, pur non essendo in cima alle attuali priorità politiche torna ad affacciarsi frequentemente all’interesse dell’opinione pubblica perché è, a tutti gli effetti, una questione che sempre più riguarda la vita quotidiana nella nostra società.

Basti pensare che negli ultimi dieci anni in Italia un milione di stranieri sono diventati cittadini italiani e la maggior parte di questi sono giovani nati o cresciuti in Italia. Nell’anno scolastico 2016/2017 gli studenti e le studentesse di origine straniera presenti nelle scuole italiane erano circa 826 mila, con l’aumento di oltre 11 mila unità rispetto all’anno precedente. Di questi 826 mila studenti, il 61% è nato/a in Italia.

Ripercorriamo allora le principali tappe del dibattito sulla cittadinanza in Italia degli ultimi dieci anni, dopo aver brevemente presentato come funziona attualmente l’acquisizione della cittadinanza italiana.

Come funziona la cittadinanza in Italia

L’attuale normativa sulla cittadinanza, regolamentata dalla legge n. 91 del 5 febbraio 1992, è basata sul principio dello ius sanguinis, secondo il quale acquista di diritto la cittadinanza alla nascita chiunque nasca da madre o padre cittadini italiani, dunque sulla base della discendenza e non del luogo di nascita.

La norma era entrata in vigore per regolamentare questo fenomeno in un momento in cui la presenza di stranieri in Italia era molto ridotta. In base a questa legge, lo straniero che non nasce da almeno un genitore italiano può fare domanda di cittadinanza:

  • se è nato in Italia e vi ha risieduto legalmente senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore età, qualora dichiari di voler acquisire la cittadinanza entro un anno dal compimento dei 18 anni;
  • se non è nato in Italia ma vi ha risieduto legalmente senza interruzioni per almeno 10 anni, non avendo precedenti penali e dimostrando il requisito economico richiesto (un reddito pari almeno all’importo dell’assegno sociale che basti per tutti i membri del nucleo familiare, dimostrato per gli ultimi tre anni);
  • se ha contratto matrimonio con un cittadino italiano;
  • se ha prestato servizio alle dipendenze dello Stato italiano, anche all’estero, per almeno cinque anni.

La legge del 1992 prevede che la persona straniera che fa domanda di cittadinanza italiana deve aspettare 24 mesi (730 giorni) affinché si concluda il procedimento con l’accoglimento o il rigetto della domanda. Se trascorso tale periodo non riceve risposta (spesso succede che essa arrivi dopo tre o anche cinque anni) il richiedente ha diritto di sollecitare la revisione della propria domanda con l’assistenza di un avvocato per velocizzarne l’iter.

Questo in estrema sintesi quanto prevede la legge attuale. Negli ultimi anni tale legge è stata messa in discussione all’interno di un dibattito politico, sociale ed economico più ampio sull’integrazione degli stranieri in Italia, con particolare riferimento ai giovani nati in Italia o arrivati da piccoli nel paese.

Tale dibattito era già sfociato in una proposta di riforma della legge presentata nel 2008 durante il governo Berlusconi, su iniziativa di alcuni deputati del Partito Democratico – ma poi non approvata – che avrebbe diminuito il requisito di residenza da 10 a 5 anni, previo accertamento dell’integrazione linguistica e sociale del richiedente, ampliato i casi in cui i bambini stranieri nati in Italia o che vi avessero compiuto un percorso di studi avrebbero potuto accedere alla cittadinanza, e introdotto la possibilità di revoca della cittadinanza in caso di condanna per gravi reati.

Il dibattito è poi proseguito con toni ancora più accesi negli anni successivi, sfociando in una proposta di riforma che è arrivata ad essere discussa in Parlamento (e nel paese) proprio nel periodo in cui si registrava un notevole incremento negli arrivi di migranti sulle coste italiane. Questa corrispondenza ha creato una connessione fuorviante tra la necessità di migliorare l’integrazione dei giovani stranieri nati e/o cresciuti in Italia e l’attualità della gestione di un’emergenza migratoria e umanitaria.

Cittadinanza in Italia: la proposta di riforma del 2015

Nella precedente legislatura, a partire dal 2013, la Commissione Affari Costituzionali della Camera aveva esaminato ben 25 proposte di legge di riforma della cittadinanza in Italia. Il 13 ottobre 2015 l’Assemblea della Camera dei Deputati aveva approvato un disegno di legge, sintesi delle precedenti proposte, per riformare la normativa che regola le disposizioni per ottenere la cittadinanza italiana (la sopra citata legge 91 del 1992).

La riforma era pensata per facilitare l’iter di concessione della cittadinanza italiana ai figli di stranieri più integrati nella cultura italiana dopo un percorso di studi. Essa interessava potenzialmente circa 800 mila ragazzi figli di stranieri in possesso di requisiti non facili da possedere in termini di anni di residenza, reddito, casa e idoneità linguistica.

A livello mediatico è stata presentata come legge sullo ius soli, ma in realtà la riforma introduceva, rispetto alla legge 91 del 1992, una nuova fattispecie di acquisizione di cittadinanza per nascita, ius soli temperato, e un’altra in seguito a un percorso scolastico-formativo, ius culturae.

A differenza dello ius soli puro, in cui per ottenere la cittadinanza è sufficiente nascere sul suolo italiano, in base allo ius soli temperato previsto dalla proposta di riforma occorreva nascere sul territorio italiano da genitori stranieri di cui almeno uno titolare del diritto di soggiorno permanente o in possesso del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo.

Per ottenere un diritto di soggiorno permanente o di lungo periodo è necessario aver soggiornato legalmente nel paese per almeno cinque anni, dimostrare di avere un reddito pari o superiore all’importo dell’assegno sociale, avere un alloggio idoneo all’abitabilità e superare un test di conoscenza della lingua italiana. Non si sarebbe quindi trattato di un diritto di cittadinanza concesso a chiunque fosse nato in Italia.

Il secondo caso, lo ius culturae, riguardava invece il minore straniero nato in Italia o che vi avesse fatto ingresso entro il compimento del dodicesimo anno di età, e che avesse frequentato regolarmente per almeno cinque anni in Italia uno o più cicli scolastici o di formazione professionale. Secondo alcuni proprio lo ius culturae, e non il più divisivo ius soli, dovrebbe essere il fondamento di un nuovo dibattito sulla riforma della cittadinanza in Italia.

Qui abbiamo risposto ai commenti dei lettori sulla riforma della cittadinanza

La grande speranza tradita

Migliaia di ragazzi di seconda generazione e attivisti avevano lanciato in quel periodo alcune campagne per sensibilizzare i politici sulla questione e spronare la discussione della proposta di legge. Alcuni dei movimenti, come Italiani senza cittadinanza e L’Italia sono anch’io, appoggiati da sindaci, sindacati e associazioni, avevano portato le voci e le storie dei ragazzi nati e cresciuti sul territorio della Repubblica attraverso manifestazioni nelle piazze italiane, campagne online e flash mob davanti al Parlamento.

Eppure, dopo l’approvazione alla Camera, il disegno di legge è rimasto fermo in Senato per due anni e l’iter della riforma non si è concluso prima dello scioglimento delle due Camere. La proposta è stata infatti calendarizzata al Senato dopo continui slittamenti il 23 dicembre 2017, durante l’ultima seduta parlamentare prima di Natale, quando è mancato il numero legale per la votazione. Non erano assenti solo i rappresentanti dei partiti di opposizione contrari alla riforma, ma anche molti dei senatori di centro-sinistra che si dichiaravano favorevoli.

Si chiudeva così un periodo di autentica e concreta speranza per i ragazzi di nuova generazione, nati e cresciuti in Italia, che si sono sentiti traditi dalle promesse infrante. Alcuni politici, come Graziano Delrio, riconoscono ora che ai governi Renzi e Gentiloni è mancato il coraggio per far passare la riforma. Una mancanza di coraggio che, chissà, ha forse pesato negativamente sul pessimo risultato elettorale del centro-sinistra nel 2018.

C’è ancora spazio per una riforma della cittadinanza?

Oggi non si parla quasi più di cittadinanza, ma solo di sicurezza. Con il decreto legge n. 113/2018, cosidetto Decreto Sicurezza, convertito in legge 132/2018 ed entrato in vigore il 4 dicembre 2018, l’attuale governo ha infatti introdotto anche alcune disposizioni in materia di cittadinanza che vanno a modificare la legge 91/1992.

La nuova legge estende da 24 a 48 mesi il termine per la conclusione dei procedimenti di riconoscimento della cittadinanza sia per matrimonio che per naturalizzazione dalla data di presentazione dell’istanza da parte del richiedente. Il termine si applica anche ai procedimenti in corso, poiché la legge è retroattiva, dunque chi aveva fatto richiesta di cittadinanza prima che la legge entrasse in vigore si vede raddoppiati i tempi di attesa.

Le altre modifiche introdotte dalla legge 132 sono l’aumento del contributo per fare domanda da 200 a 250 euro, la necessità di dimostrare il possesso di un’adeguata conoscenza della lingua italiana del richiedente mediante test e la revoca della cittadinanza italiana in caso di condanna definitiva per gravi delitti.

Eppure, all’Italia continua a servire una nuova legge che promuova una cittadinanza più inclusiva. C’è infatti una crescente fetta di popolazione che ha scelto di mettere radici in Italia e far parte del futuro del paese che non è riconosciuta come italiana dallo Stato. Per sperare di ottenere questo riconoscimento occorre sottoporsi a un lunghissimo iter burocratico fatto di scartoffie, redditi da dimostrare, lunghe file negli uffici preposti, con l’ulteriore necessità, se si è nati all’estero, di raccogliere altri documenti anche nel paese di origine.

Non è però solo una questione che interessa questo gruppo di persone, ma tutta la società. È giusto tenere ai margini della società, come cittadini di serie B, chi nasce e cresce in Italia e vuole far parte di questo paese e contribuire alla sua crescita?

In questo modo si creano discriminazioni tra compagni di classe, perché chi non è cittadino italiano ha meno opportunità di chi acquisisce la cittadinanza alla nascita.I media hanno più volte raccontato le storie di bambini e ragazzi che non riescono a ottenere il visto per partecipare a gite all’estero con i loro compagni, o che non possono presentare domanda a bandi e concorsi pubblici che hanno come requisito la cittadinanza italiana.

Io stessa sono cresciuta in Italia, dove ho studiato dalla prima elementare fino all’università, ma non avendo cittadinanza italiana non ho potuto e non posso cogliere alcune opportunità offerte dai bandi europei. Durante la laurea triennale ho dovuto rinunciare a candidarmi per un’esperienza di Erasmus in Inghilterra, per la difficoltà di ottenere il visto. Non posso accedere ai tirocini formativi al Consiglio Europeo, che hanno come requisito la cittadinanza di un paese membro dell’Unione. Queste e altre barriere hanno intaccato non poco la mia carriera universitaria e lavorativa, facendomi spesso sentire limitata nelle opportunità rispetto a molti miei coetanei.

Si creano poi discriminazioni all’interno delle stesse famiglie straniere: quando i genitori ottengono la cittadinanza la trasmettono ai figli minori ma non a quelli maggiorenni, che devono seguire l’iter per la cittadinanza per residenza. Inoltre senza cittadinanza non si ha il diritto di voto, per cui non si può contribuire alla scelta dei rappresentanti politici. Alcuni sportivi di origine straniera si ritrovano a gareggiare per l’Italia nelle competizioni internazionali, senza però essere di fatto italiani.

Si rischia che per alcuni di questi ragazzi considerati sempre “diversi” si creino situazioni di emarginazione, frustrazione e rabbia nei confronti di una società che non li include.

Sarebbe banale dire “sono italiana perché a casa mia mangio sempre la pasta e la pizza”, ma la verità è che la cultura italiana è entrata a far parte di noi, come noi ragazzi di nuova generazione con background migratorio siamo entrati a far parte di questa splendida cultura.

Ragazzi come me che vivono ormai da tanti anni in Italia si vedono costretti ad aspettare ancora per poter essere formalmente italiani, dopo essere cresciuti in Italia, aver frequentato le scuole e magari anche l’università, aver lavorato e essersi perfettamente integrati nella società. Spesso in casa parlano più italiano che la lingua dei genitori, mangiano italiano, si sentono italiani, pensano in italiano, eppure non sono italiani per colpa di leggi datate e restrittive, che invece di cambiare per riflettere la situazione attuale del paese, discriminano migliaia di ragazzi che si sentono italiani e vorrebbero essere riconosciuti come tali.

Tempo fa avevo scritto anche questa lettera ai miei coetanei italiani

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