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Game box cover art: Giappone vs Occidente

Game box cover art
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I videogiochi per console sono stati per lungo tempo un affaire preponderantemente nipponico. Noi appassionati, dall’altra parte di uno dei due oceani, aspettavamo con pazienza – a volte decisamente in odore di santità – il rilascio della versione localizzata dei titoli che ci appassionavano, leggendo avidamente ogni trafiletto a riguardo su copie di Game Power o Consolemania sgualcite dal passaggio di mani per tutto il circolo di amicizie.

Il processo di localizzazione, allora come oggi, cerca di rendere un prodotto più appetibile per il mercato sul quale si vuole introdurlo: nel caso dei videogiochi questo non riguarda unicamente aspetti macroscopici, come traduzione e doppiaggio, ma anche dettagli come il tono dell’eventuale campagna pubblicitaria e, questione che vogliamo approfondire con questo post, l’illustrazione della confezione: il primo approccio che l’eventuale acquirente avrà con il titolo sugli scaffali dei negozi.

Se l’idea di tradurre anche il paratesto del gioco per una sensibilità diversa potrebbe quasi apparire ragionevole, in questo processo spesso noi giocatori occidentali subiamo le scelte di focus group che ci pensano dei buzzurri dall’intelligenza artistica inesistente e sono innumerevoli i casi in cui delle illustrazioni un po’ vaghe e liriche sono state rimpiazzate con soluzioni più… basiche.

Il caso più famigerato è probabilmente quello di Ico: il pregevole paesaggio metafisico, un po’ dechirichiano della versione originale è stato rimpiazzato da una cover art più fumettosa e diretta che mal si addice allo spirito del gioco. Questo errore storico è stato fortunatamente corretto nella riedizione in HD del titolo di qualche anno fa, in cui si è scelto di utilizzare l’illustrazione giapponese originale per tutti i territori.

Altrettanto nefando è il caso dell’originale Megaman (Rockman in Giappone) per NES. Lo stile manga dell’originale viene cambiato con un’illustrazione abbastanza pregevole da romanzo sci-fi per la versione europea e con un tragicomico sgorbio per la versione US, talmente famigerato da essere diventata parte integrante della mitologia videoludica: sfruttando la celebrità di questa terribile copertina Capcom ha inserito “ugly-megaman” come personaggio parodia in Street Fighter X Tekken del 2012.

Non meno spassosi sono i più subdoli tentativi di cambiare l’attitudine dei personaggi per renderli maggiormente idonei al mercato di destinazione. Esemplificazione perfetta di questo meccanismo è la rotonda mascotte di Hal laboratories, Kirby. Pacioso e puccettoso nella versione originale, nelle versioni occidentali viene in pratica posseduto dallo spirito di Sonic mostrando una cockiness del tutto estranea al personaggio e dandoci modo di cementarci nel sempreverde passatempo “scova le differenze”.

Per effetto di questa revisione le diverse iterazioni della cover art di Kirby Squeak Squad per Nintendo DS raccontano una storia molto diversa ai miei occhi: nell’originale (sotto a sinistra) l’eroe Kirby sta strenuamente cercando di proteggere uno scrigno da dei topastri malintenzionati mentre nella versione occidentale (a destra) la malvagia pallina rosa ha appena svaligiato la casa di una malcapitata famiglia di roditori che ora lo insegue per acciuffarlo.

A volte dietro un cambio di copertina ci sono questioni di copyright: non avendo acquistato i diritti di Hokuto no Ken per i mercati occidentali, Sega pubblicò in Europa Hokuto no Ken: Shin seiki matsu kyūseishu densetsu come il generico Last Battle nel Luglio del 1989, spogliandolo dei riferimenti alla serie (e di una buona dose di violenza).

Altre volte ci sono delle scelte di marketing ben precise dietro l’adattamento delle cover art: nel caso della serie The Legend of Zelda il fatto che la confezione e la cartuccia del primo episodio per NES fossero dorate è diventato iconico. Per questo nelle versioni occidentali lo sfondo dell’illustrazione di copertina originale assume questa colorazione in ogni iterazione della saga.

L’approccio minimalista e consistente del packaging originale della saga Final Fantasy, che presenta per ogni capitolo della saga il logo del gioco disegnato da Yoshitaka Amano su sfondo bianco viene sostituito per il mercato nordamericano da illustrazioni di varia natura, anche pregevoli, spesso incentrate sugli eroi del capitolo.

Discorso a parte merita l’estetica spiccatamente manga di moli giochi di ruolo di origine nipponica: in occidente può essere un forte richiamo per una fetta di mercato e alienarne completamente un’altra. Per questo a volte i publisher decidono di “epurare” questo aspetto dall’immagine di copertina sperando di poter abbracciare un pubblico più vasto.

Questo è un vero e proprio disservizio nei confronti dell’acquirente occasionale – a cui viene volutamente celata l’atmosfera del gioco: per quanto taciuta nella copertina, l’estetica anime di un titolo come Breath of Fire 3 o quella shojo-manga di un titolo come Atelier Rorona è predominante in tutto il gioco: inutile travestirlo da generico RPG per venderlo a chi non ne fosse attratto.

Ora che l’industria videoludica ha subito un deciso spostamento di gravitazione verso i mercati occidentali è più evidente che questa traduzione d’immagini funziona anche in senso contrario: talvolta si tratta semplicemente della diversa sensibilità spaziale e compositiva, di un differente modo di sfruttamento di spazi e dell’impaginazione come nel caso di Mass Effect o Infamous.

Altre volte si ha un’orientalizzazione del tratto, più o meno marcata, come nel caso di mascotte o animali antropomorfi.

Altre volte il soggetto originale viene trovato poco interessante o troppo generico per il mercato nipponico e viene commissionata un’illustrazione completamente nuova.

E nella vostra collezione c’è qualche vittima della localizzazione delle illustrazioni?

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