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Pearl Jam Milano: I wish I was Eva Kant

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@Nicolò Bonazzi

[quote align=”center” color=”#999999″]Per me il week end del 20-22 giugno 2014 è il week end del “O sei andato al concerto dei Pearl Jam a Milano o sei andato a quello dei Rolling Stones a Roma” (o comunque conosci gente che fa parte di una delle due categorie).[/quote]

Io faccio parte del primo gruppo, di quelli che venerdì, zaino in spalla (o no, a seconda del punto geografico di partenza) si sono diretti verso San Siro.
Stretto con me avevo il biglietto, comprato il 20 dicembre 2013: sei mesi di attesa, sei mesi di preparazione, sei mesi di aspettative.

Ed è proprio con questo spirito che mi ritrovo a San Siro, su per le scale fino al mio “secondo anello verde, settore 244, fila 9, posto 5”. Lo stadio era già gremito di gente, circa 62.000 persone (questo dicono i dati) in trepidante attesa di ascoltare, cantare e ballare sulle note dei Pearl Jam.

Il palco è semplice, spoglio, minimal o come dir si voglia. Ai lati del palco due maxi-schermi che proiettano immagini in bianco e nero. Le luci sono spente, a Milano c’è ancora la luce del giorno.

Sul palco noto un movimento, sarà un fonico? E invece no… dal nulla sbuca Eddie Vedder. Eccolo lì, camicia sbottonata e maglietta con un 34, intona Release.

È un boato improvviso, un’esplosione di voci, io che guardo sgomenta l’orologio: sono “solo” le 20.40. E lui è già lì, la sua voce potente, calda, profonda si fa sentire per tutto San Siro.

Neanche il tempo di realizzare che uno dei miei idoli in carne e ossa (bello&sexy) è lì che canta e mi ritrovo a seguirlo, cantando con lui, sulle note di Nothing Man, will be destined to remember.
Ebbene sì, sarò destinata a ricordarle queste tre ore di adrenalina, salti, urla ed emozioni.

I Pearl Jam incalzano grintosi, le luci sul palco si accendono mentre cala il sole, Eddie con in mano una bottiglia di vino brinda con noi, ci fa sognare, ci racconta anche un po’ di sé. Ci parla in un italiano stentato che sfoggia leggendo degli appunti che ogni tanto recupera da qualche parte lì sul palco.

Ci emoziona (soprattutto a noi donne, sicuramente a me) quando dedica Just Breathe a sua moglie per il loro quattordicesimo anniversario di matrimonio (si conobbero proprio a Milano come lui stesso ci ricorda), la sua Eva Kant, che è lì con le loro figlie. E infatti a seguire è il momento di Daughter.[youtube height=315 width=600 allowfullscreen]

https://www.youtube.com/watch?v=TKvtYIB-qVk

Siamo tutti in piedi, accendini in mano, ma anche tablet e smartphone (sicuramente meno romantici ma è l’era del digitale, che voglio pretendere?): la magia del momento è potente. Si va avanti così, a suon di brindisi, grunge, Eddie che corre da una parte a l’altra del palco, noi mai stanchi, lui verso la fine zoppicante ma still Alive.

Poi in un baleno mi ritrovo a cantare Keep on rockin’in the free world, cover di Neil Young con cui i Pearl Jam salutano Milano: le luci si riaccendono, Eddie se ne va, io rimango a bocca aperta, soddisfatta, iper divertita ed emozionata, riguardo l’orologio, le 23.40: i Pearl Jam mi hanno fatto sognare, ballare, sudare per tre fantastiche ore.

Non avrei potuto chiedere di meglio… forse avrei voluto sentirgli intonare anche Wishlist, ma in fondo, dopo tanto rock, la mia whislist era stata tutta esaudita!

Grazie Eddie, grazie per avermi fatta sentire un po’ la tua Eva Kant!

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