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L’Operetta burlesca di Emma Dante porta in scena la diversità

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Ritorna a Roma, nell’ambito del festival Romaeuropa, la drammatica e vivace passionalità di Emma Dante in scena al Teatro Vittoria fino al 1 novembre con Operetta burlesca, figlia di Le pulle, spettacolo del 2010 che raccontava di prostitute e transessuali.

In Operetta burlesca Emma Dante continua a parlare di omosessualità, raccontando la storia di Pietro, nato e cresciuto vicino Napoli da due genitori siciliani, che vive fin da bambino il suo disagio di “donna” imprigionato in un corpo maschile. Ritroviamo tutto il verismo della drammaturga palerminatana nelle sue note di regia:

“Questa storia parla di Pietro, un ragazzo della provincia meridionale, nato femmina ai piedi del Vesuvio, parla in falsetto, ha un corpo sbagliato e un animo passionale, influenzato dal vulcano».

L’originalità di questo personaggio sta proprio nella sua consapevolezza e nella sua ricerca di libertà: Pietro per tutta la vita cerca, inutilmente, di essere ciò che sente di essere, per questo indossa vestiti e scarpe della madre nella sua cameretta e rispecchia la sua bellezza da femmina in una figura danzante che lo accompagna sul palco per buona parte dello spettacolo.

Ogni mercoledì Pietro, solo per un giorno a settimana, si trasforma nella donna che vorrebbe essere. Il suo disagio, interpretato con naturalezza e forte passionalità da Carmine Maringola, deriva dall’arretratezza e dalla brutalità della sua stessa famiglia che non comprende il suo essere diverso da ciò che tradizionalmente bisogna essere.

Il padre non accetta la sua fragilità e delicatezza e lo disprezza, la madre considera la sua diversità un capriccio “fa finta che tutto vada bene, sposati, fatti una famiglia come tutte le persone normali, e semmai ogni tanto te ne vai a Napoli e ti togli questo sfizio, di nascosto”, l’importante è che la gente non lo sappia, che la famiglia non si sporchi a causa di un figlio difettoso, che difetta di “normalità”.

Pietro ha carenza di amore ed è quello che cerca andando travestito da donna a Napoli, dove si sente libero di essere attraente e ammiccante. Inizia una relazione e per due anni la speranza di un progetto di vita con l’uomo che ama lo rende forte e pronto ad affrontare qualsiasi pregiudizio.

Lo spettatore viene accolto fin da subito da bambole gonfiabili con abiti da burlesque, due sedie che sorreggono corpi in perenne tensione ritmati da dialetti (siciliano e campano) sprezzanti che rendono maggiormente realistica la vicenda.

Ritroviamo il simbolismo di Emma Dante nelle musiche e nella corporalità degli attori, l’utilizzo del burlesque alleggerisce la brutalità claustrofobica della famiglia di Pietro, ma fa da contraltare al fenomeno da baraccone che non può essere considerato un travestito, come spiega la regista:

«Certo. Non a caso l’ho intitolato Operetta burlesca. Un gioco dove si intersecano i malesseri del Sud, la diversità, la marginalità… Soprattutto il dialogo impossibile tra il corpo femminile e quello maschile del mio protagonista: due corpi che sono entrambi monchi e Pietro cerca una completezza che non trova nelle sue fughe, nell’anonimato, in vestiti e scarpe da donna che può indossare solo in segreto, di nascosto…».

Viola Carinci, Roberto Galbo e Francesco Guida sono interpreti di una vita semplice, di una famiglia tradizionale fatta da padre, madre e un figlio quarantenne, che con la sua diversità anima il vuoto in cui è cresciuto, dove la violenza paterna si contrappone a una madre accondiscendente e civettuola, entrambi interpretati da un unico attore, entrambi uguali nella loro apparente diversità, perché entrambi schierati dalla parte di una cultura della repressione. In nome della normalità si sceglie di sabotare una vita, condannando Pietro a non poter essere perché la differenza tra il bene e il male imprigiona la sua identità.

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