World Press Photo 2013

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Southbank Centre è un luogo magico che si affaccia sulla riva sud del Tamigi, composto dai teatri-auditorium Royal Festival Hall e Queen Elizabeth Hall e da spazi come la Purcell Room, la Hayward Gallery, la biblioteca Saison Poetry, oltre a ristoranti, bar, negozi e mercatini. Un polo culturale dove sia internamente che esternamente vengono allestiti spettacoli, concerti, mostre, installazioni urbane e tanto altro. Un angolo spettacolare da vedere illuminato la sera.

In ogni momento dell’anno ci sono iniziative allettanti dedicate ad adulti o bambini, a pagamento o gratuite e all’interno della Royal Festival Hall c’è sempre un mare di gente, spettatori o anche semplici passanti che lavorano al computer, si rifocillano al bar o si riposano sui divanetti. Non mancano mai bimbetti caotici e roteanti.

Ogni anno qui nel foyer viene allestita la mostra World Press Photo che espone fotografie definite “the most powerful, moving and sometimes disturbing images of the year” (le immagini più potenti, commoventi e talvolta inquietanti dell’anno), scattate da fotografi di tutto il mondo, vincitori di premi importanti. Immagini di sport, natura, guerra, malattia. La sfida è quella di catturare la realtà in tutta la sua crudezza.

A differenza delle scorrevoli immagini di cronaca del telegiornale, l’apparente staticità della fotografia ti costringe a stare fermo davanti a essa, a prenderti il tempo di scrutarla e venire investito dalla sua potenza, a specchiarti o allontanarti. Purtroppo, come già detto, a Londra tutto questo diventa complicatissimo. Difficilmente una foto la riesci a vedere nella sua interezza, c’è sempre qualcuno davanti e dietro di te, si procede tra la folla e molte immagini si intravedono dai buchi dei corpi, tra il collo e la spalla, o tra le gambe.

Le gigantografie del World Press Photo sono espressione di abilità tecniche straordinarie, talmente reali da sembrare finzione. Ho bisogno di fare uno sforzo per immaginare che il fotografo in carne e ossa si trovasse lì, a Gaza o in quell’ospedale o in Messico o sott’acqua e non rinchiuso nel suo studio, col pennello in mano. Come al solito però un esercizio di distacco è necessario. Faccio un passo indietro.

Che cosa stiamo guardando? Cosa ammiriamo? Col nostro calice di vino rosso in mano (pronto a rovesciarsi a ogni urto umano) abbiamo deciso di dedicare del tempo all’osservazione: ci compiacciamo dell’ardire delle immagini o della bravura dell’obiettivo? Che cosa premiano i premi? Tra noi e quei mondi c’è il fotografo bravo che lavora per l’agenzia figa o la testata importante, il suo occhio e le sue mani sconosciute, il nostro sguardo assuefatto alla morte e al dolore infantile e tanti altri strati.

L’apparente contraddizione tra la realtà estrema di orrore umano innalzata alla sua massima potenza da queste fotografie e la loro indiscutibile bellezza non è la cosa che mi disturba, perché questo è lo stridore della vera arte. Confesso di essere afflitta da un dubbio più piccolo e umano che potrebbe con molta facilità essere etichettato come espressione di moralismo, ma non me ne preoccupo.

Un dubbio al limite del materno, ammetto che mi disturba il fatto che quel bimbo nudo e deteriorato che ha subito sul suo corpo la guerra dei grandi o i corpi di quei due bambini morti debbano essere esposti e osservati dalla signora inglese che sorseggia vino e che sta passando il suo sabato sera in un modo che possa farla sentire appagata dal punto di vista dell’impegno socio-culturale. Se fossero i figli suoi? Perché i corpi o i volti dei nostri bambini devono essere extra tutelati e per dovere di cronaca (o di premio) ci sentiamo in diritto di mostrare quelli dei popoli i cui diritti umani sono già lacerati fino all’inverosimile? Aiutatemi a capire.

Immagine |  World Press 2013, General News, 2nd prize stories, Paolo Pellegrin

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Si laurea in Storia del Teatro e dello Spettacolo e conduce laboratori teatrali con ragazzi disabili e pazienti psichiatrici. Si specializza in Pedagogia e Didattica del teatro presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico. Fonda un centro di narrazione teatrale. Nel 2011 si trasferisce a Londra dove frequenta un corso per Drama Teaching e fa la steward per lo Shakespeare Globe Theatre.

3 Comments

  1. “Ho bisogno di fare uno sforzo per immaginare che il fotografo in carne e ossa si trovasse lì, a Gaza”. Se ci riferiamo alla stessa foto, devo fare anch’io lo stesso grande sforzo. faccio fatica a stare nei canoni estetici e narrativi attuali, a me piace il bianco e nero sporco e diretto (che, pure, è un’alterazione della realtà che vediamo a colori) e qualsiasi variazione sul tema mi irrita. ma anche le variazioni sono operazioni artistiche e rappresentative di un tempo. come uscirne? non so, io mi tengo il mio bianco e nero sporco e diretto, seguo con interesse le trasformazioni ma non mi piacciono (in genere).

    • in realtà mi riferivo all’esperienza di fruitore non di fotografo, che peraltro non sono, pur avendo una passione che mi ha portato a realizzare degli scatti. come puoi immaginare, si trovano rigorosamente impressi su carta fotografica e non hanno una versione digitalizzata. ma vediamo cosa si può fare.

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