Guerra in Ucraina, un viaggio a Leopoli per portare viveri11 min read

4 Aprile 2022 Cooperazione -

Guerra in Ucraina, un viaggio a Leopoli per portare viveri11 min read

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Marco Rodari e Paolo Dell’Oca, portavoce di Fondazione Arché e uno dei fondatori di Le Nius, sono appena stati in Ucraina nella città di Leopoli per un’operazione umanitaria: li intervistiamo per sapere da loro che cos’hanno trovato e come è stata questa esperienza.

Davide Fracasso: Paolo, tu lavori per Fondazione Arché: qual è stato il motivo del viaggio, e come l’avete deciso?

Paolo Dell’Oca: Buongiorno a tutti, come molte organizzazioni del terzo settore siamo stati travolti da questa guerra. Sia dal punto di vista emotivo individuale, come molti cittadini italiani, ma anche dal punto di vista professionale per quello che riguarda la nostra azione sociale. La domanda che ci siamo posti è come il nostro impegno lavorativo dovesse essere rivolto ad un conflitto che più di altri ci è vicino per tre motivi: per prossimità territoriale, perché conosciamo molte persone ucraine in Italia e perché un’escalation che nessuno vuole potrebbe coinvolgerci direttamente. Sappiamo che ogni momento nel mondo i conflitti sono numerosi, e questo effettivamente sta avendo ripercussioni nel nostro quotidiano che ci colpiscono significativamente.

Fondazione Arché si occupa di affiancare famiglie con bambini in situazioni di difficoltà. Lo facciamo in Italia, e per l’Ucraina abbiamo deciso di attivare una serie di iniziative per la pace volte soprattutto all’accoglienza di alcuni nuclei che arrivano a Milano, a Roma e a San Benedetto del Tronto, dove alcune famiglie sono state accolte proprio in questi giorni.

Contemporaneamente abbiamo ricevuto una richiesta diretta da parte di p. Ihor Boyko, che è il rettore del seminario greco-cattolico di Leopoli (Lviv, in ucraino), e abbiamo deciso di attivarci perché abbiamo la possibilità, grazie all’amicizia e alle relazioni con i nostri donatori, di poter disporre in breve tempo di donazioni di beni alimentari per una causa del genere.

P. Giuseppe Bettoni (il secondo da sx), Paolo Dell’Oca e Marco Rodari insieme alla fondatrice dell’hospice neonatale (Sr. Giustina Olha Holubert) e al rettore del seminario greco cattolico (p. Ihor Boyko, il terzo da dx).

Lunedì pomeriggio è arrivata questa domanda a p. Giuseppe Bettoni, il presidente di Arché, e mercoledì pomeriggio eravamo su due furgoni in direzione di Lviv: uno dei due guidato da me, Marco (che avevo coinvolto in quanto relazione personale mia, ma che aveva già collaborato con Arché) e Thomas, altra persona che si è data disponibile a sobbarcarsi la fatica di guidare (20 ore ad andare e 20 ore a tornare) e a cui siamo grati.

Abbiamo portato esclusivamente beni alimentari perché la richiesta era circoscritta a quelli per il seminario greco cattolico di Lviv, città che funge da ultima tappa per le famiglie di cittadini ucraini che lasciano l’Ucraina ad Occidente: Lviv si trova ad un’ora e mezza (80 km) dalla frontiera polacca.

Il viaggio è stato faticoso per la guida ma è proceduto velocemente e senza particolari difficoltà, al netto del fatto che Thomas, sprovvisto di passaporto, come previsto si è fermato in Polonia alla frontiera per poi accompagnarci a casa al ritorno: infatti una delle ipotesi del viaggio era che Marco, per la sua attività, potesse fermarsi qualche giorno in più a Lviv.

Siam partiti mercoledì 16 arrivo e tornati in Italia venerdì 18 in quattro persone su cinque: Marco è rientrato domenica 20.

DF: …quindi a tre settimane dall’avvio della guerra. Marco ti chiederei un punto di vista emotivo ma anche narrativo: cos’hai trovato a Leopoli, una città in guerra?

Marco Rodari: L’Ucraina per me era la prima volta, io avevo vissuto altre realtà (che poi sono tutte diverse): Iraq, Siria, Gaza. Ho trovato una situazione a Leopoli ancora accettabile, diciamo così, rispetto ad altri contesti di guerra nella stessa Ucraina (immagino) o ad altri contesti di guerra che ho vissuto in giro per il Medio Oriente. Accettabile vuol dire che si riesce a vivere ancora la città e che c’è ancora la corrente elettrica (fondamentale). Certo, di notte senti le sirene che suonano e ci si rifugia dov’è possibile e quindi le notti non sono impossibili, ma la costante presenza delle sirene disturba la vita quotidiana.

E poi a Leopoli ci sono tantissime persone che sono arrivate da altri luoghi e che sono pronte a lasciare il Paese. Emotivamente il mio incontro è sempre con i bambini che in ogni situazione del mondo quando vivono una guerra hanno grande paura, non parlano più e sono frastornati. È straordinario come l’incontro con un pagliaccio a volte permetta in poco tempo di tornare a sorridere. Poi, è chiaro: un bambino che vive anche un solo giorno di guerra o un solo bombardamento è ferito per tutta la vita, ecco, però devo dire che ho trovato una situazione ancora vivibile in questa città. Sperando che rimanga così e sperando che torni ad essere vivibile tutto il resto dell’Ucraina.

DF: La maggior parte dei nostri lettori ti conoscono perché han letto le interviste o perché ti seguono sui social, però tu parlavi di Iraq, Siria e Gaza perché fai il clown in zone di guerra, dove stai anche per lunghi periodi, giusto?

MR: Sì, questa è stata un’occasione, nel senso che Paolo mi ha chiamato e un po’ per l’amicizia e la stima che ci legano e un po’ perché c’era questa possibilità di fermarsi qualche giorno in più e di avere a che fare con bambini traumatizzati dalla guerra, che è un po’ il mio campo, e io ho accettato immediatamente. E poi nutro l’idea che in un momento diverso, e strutturando la cosa, possano partire parecchi clown per aiutare i bambini all’interno dell’Ucraina come sta già avvenendo anche in Moldavia, in Polonia, in Romania e anche in Italia. Perché è giusto che si attivi tutta la comunità clown per dare una mano in questo momento visto che in questo caso è possibile.

Marco Rodari, conosciuto come Claun il Pimpa, in azione nel seminario minore di Lviv.

DF: Paolo, per te è la prima volta in zona di guerra, immagino, e avrai incontrato persone a Leopoli, come raccontavi, che arrivano da città più provate: insomma, che cosa hai trovato tu a Leopoli (o Lviv)?

PD: A differenza di Marco non ho esperienza di guerra, però ho ritrovato alcuni aspetti legati ai tempi della cooperazione internazionale e alle esperienze nei Balcani. Quando siamo entrati in Ucraina ci sono degli elementi paesaggistici da Paese in conflitto che riconosci e degli altri che magari proietti tu, soprattutto sui volti delle persone che incroci o in alcuni movimenti in città, magari è semplicemente una tua proiezione dovuta alla consapevolezza di dove ti trovi. Questa è un’introduzione necessaria da fare.

I primi segni del conflitto li abbiamo trovati immediatamente sulla strada che unisce Budomierz (da dove siamo entrati in Ucraina) a Lviv: c’erano degli improvvisati o comunque molto artigianali posti di blocco (o che diventeranno posti di blocco) che ci sembravano presidiati più da cittadini che non da militari, con la doppia bandiera: quella ucraina e quella rossonera che fa riferimento all’Esercito Insurrezionale Ucraino, ala paramilitare dell’OUN, l’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini nata nel 1929 dalla fusione di diversi gruppi nazionalisti ucraini, che hanno avuto un ruolo di protagonismo negli scorsi decenni per l’indipendenza dell’Ucraina.

L’arrivo a Lviv ci ha consegnato la visione di una città dove la vita apparentemente proseguiva indisturbata anche perché di fatto di bombardamenti di giorno fino a giovedì 17 marzo non ce n’erano stati ma neanche di notte: era stato bombardato soltanto a 40 km un centro di addestramento; la notte stessa di giovedì (quando noi eravamo usciti mentre Marco era lì) c’è invece stato un bombardamento vicino all’aeroporto.

Abbiamo trovato una città apparentemente vivace, chiaramente un po’ inquieta però con i mezzi che andavano, traffico, ragazzi che giocavano a ping pong per strada. Naturalmente c’erano anche i cavalli di frisia negli incroci principali e appunto volti di persone naturalmente molto preoccupati.

incrocio leopoli
Uno degli incroci di Lviv presidiato.

L’incontro, vero cuore della nostra esperienza, è stato poi lo scambio di qualche parola con le persone che erano accolte in seminario e in un centro di accoglienza presso l’ex seminario o seminario minore a 15 km dalla città. Lì abbiamo incontrato donne e bambini, nessun uomo: è un incontro per cui non si può mai essere pronti, quello con la sofferenza, con il dolore provocato dall’essere umano. Il desiderio di raccontarsi di persone che hanno perso la casa, che hanno perso una vita, che hanno perso la presenza del marito, del padre o del figlio che è rimasto a combattere. È un racconto che ferisce, è l’assaggio dell’orrore della guerra, che lascerà il segno per sempre anche nelle vite dei più deboli e non solo in quelle dei combattenti. E ci si sente davvero molto piccoli.

DF: Vorrei concludere chiedendovi, visto che quella che ci state testimoniando è un po’ un’ondata di grande reattività e voglia di aiutare, secondo voi come singoli cittadini che cosa possiamo fare, qual è il modo migliore di essere vicino a una popolazione così in difficoltà.

MR: In questo momento di emergenza come sempre è buona cosa appoggiarsi ad associazioni: per esempio Arché comincia ad avere dei contatti lì dentro. Io quello che vi sconsiglio davvero in questo momento perché non ce n’è più la necessità di partire andare al confine polacco a cercare di portare a casa, o portare verso le loro case in altri luoghi d’Europa, le persone ucraine. Ve lo sconsiglio perché nessuno oramai sale più su un’auto privata, il governo l’ha detto chiaramente, ci sono tante strutture che funzionano e tanti modi per raggiungere l’Italia, la Francia, la Polonia. Quindi se avete un contatto certo per andare a prendere alcune persone partite, se no non fatelo perché è totalmente inutile, impiegate il vostro tempo in un altro modo magari mettendovi a dare una mano in Italia: stanno arrivando tanti ucraini e quindi date la vostra disponibilità qui; non c’è veramente bisogno di persone che partono e vanno alla ricerca di qualcuno da portare a casa.

PD: Naturalmente sono d’accordo e quindi poi ciascuno può affiancare organizzazioni che percepisce come degne di maggiore affidabilità: il supporto può essere di diverso tipo, sia economico che di donazione beni che di ragionamento per un’accoglienza che è un’accoglienza che ci coinvolge, ci impegna, credibilmente sul medio periodo; quindi anche stare attenti a riconoscere in sé un’emozione naturalmente istintiva del “voglio fare qualcosa subito” e lasciarla depositare, sedimentare, capire che cosa poi è sostenibile per ognuno di noi.

Sicuramente l’informazione più approfondita, di maggiore qualità possibile, è importante da cercare e nel momento in cui la si trova anche condividerla perché fare pulizia dell’informazione sul conflitto in questo periodo è molto importante; è davvero la prima guerra in cui social network pensati completamente per altro indossano vesti di protagonismo da più parti proponendo letture completamente diverse tra loro e condizionando i nostri approcci a questa drammatica realtà.

Tutti abbiamo chiaro che la pace non è l’assenza di guerra ma lavorare per la pace è un qualcosa che ci coinvolge individualmente e socialmente (le nostre famiglie, i nostri gruppi) in ogni periodo e allora quando accade la guerra purtroppo si pagano le conseguenze di quei comportamenti che anche noi abbiamo avuto magari in maniera superficiale in termini di scelte; e non parlo soltanto di scelte politiche (anche) ma anche di scelte individuali in termini di formazione personale, in termini di quali acquisti fare, in termini anche banalmente, ma neanche tanto, di conto in banca. Sono tutti aspetti che è importante approfondire per capire come questi poi parlano ad un conflitto che magari ci coinvolge o non ci coinvolge direttamente, ma rimane un orrore vicino a noi, e che caratterizza tutti gli orrori in corso in questo momento.

DF: Ultima curiosità, avete deciso di partire in poche ore: è stato più lungo il viaggio di andata o il viaggio di ritorno? Quali sono stato le mozioni nell’approcciarsi al viaggio alla missione e quali invece le sensazioni del ritorno?

MR: Per me è sempre più lungo il viaggio di andata. Io oramai cerco di calmierare in me questa voglia di arrivare. Perché a volte non ci vogliono 20 ore per arrivare (da Damasco ad Aleppo ci son volute tre settimane la prima volta, son 300 km) quindi quello è sempre in viaggio più lungo. Il ritorno poi è un momento in cui hai tempo per rielaborare e quindi di solito arrivi in un attimo a casa, anche con la voglia poi di pensare a cosa devo fare.

PD: Sì, il viaggio di andata è stato più lungo perché abitato dai nostri pensieri, dai nostri confronti (“Cosa troveremo?”, “Cosa succederà?”, “Cosa stiamo facendo?”) e quindi si dilata. Il viaggio di ritorno è stato più lungo perché per certi versi, senza fare filosofia, io non so se sono completamente tornato. Mi accorgo che, pure per una permanenza a Lviv soltanto di una manciata di ore, ho dentro ancora tanti elementi che considero decisamente irrisolti, sia a livello di testa che a livello di cuore. Quindi mi sento ancora sulla strada del ritorno.

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Le materie che lo hanno sempre affascinato di più sono la filosofia e la semiotica. Prova a prendersi cura della comunità di Le Nius, in pratica delle relazioni con le persone. Formatore nelle scuole. Per lavoro si occupa di strategie digitali. davide@lenius.it
Commento
  1. Daniela Bosoni

    Dove vivo, a Valtournenche, sono arrivati 14 ucraini, mamme, una nonna, quattro bimbi e tre adolescenti. Per i piccoli, già inseriti a scuola, il percorso dovrebbe essere più semplice. Per le mamme, invece, ho pensato subito che avremmo potuto dare disponibilità per un po' dì alfabetizzazione, occasione anche per conoscerci e per loro dì uscire da casa. Senza problemi ho coinvolto giovani colleghe/i, il comune mi ha offerto la sala consiliare, così lunedì martedì mercoledì dalle 14 alle 16 facciamo un po' dì italiano (il mercoledì anche con i bimbi, perché non c'è scuola). La notizia si è già diffusa e domani avremo altre quattro signore, ospitate a Antey, il comune vicino. Sono molto contente e noi più dì loro.

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