L’ultimo film di Woody Allen: un’illusione dietro l’altra

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Ultimo film di Woody Allen
@Ultimo film di Woody Allen

Adoro Woody Allen. Ma, vi giuro, quando inizia uno dei suoi ultimi film, mi sembra di averlo già visto. L’eleganza di stile, l’ossessione per la musica jazz dei ruggenti anni ’20, quei dialoghi così scoppiettanti e letterari.
Trasuda tutto il suo ego di ebreo newyorkese, bulimico di vita e di film e innamorato di una certa idea di Europa.

Poi, man mano che la trama procede, capisci che no, non è così. Ancora una volta ti ha sorpreso, sedotto, ammaliato. Esci dalla sala ristorato, come dopo una visita a un vecchio zio coltissimo e bisbetico, che, mentre ti offre il miglior the e pasticcini della città, ti snocciola senza parere le istruzioni per l’uso del gran casino chiamato vita.

In Magic in the moonlight tutto inizia in una Berlino affascinata da un celebre illusionista ”cinese”. È il 1928, e i tedeschi stanno per assistere, altrettanto passivi, a ben più cupi spettacoli. Lo showman è un inglese scettico e ateo, che traduce il suo ferreo raziocinio vendendo illusioni al prossimo. Nulla esiste, sostiene Stanley (interpretato dal sempre sobriamente magistrale Colin Firth), se non quello che percepiscono i sensi. E il mondo finto creato dalla magia.

È il credo del regista, laico convinto, feroce e sottile critico del sacro ma disposto a lasciare aperta una porta a quel surrogato artigianale della trascendenza che è il mondo magico. Quelle illusioni create ad hoc, non-reali ma benefiche per lo spirito.

Posizione forte e coraggiosa, che nell’ultimo film di Woody Allen è attaccata dai begli occhioni di Sophie (Emma Stone), sedicente medium al servizio di una high society sempre meno salda nelle proprie convinzioni.

Anche lei vende illusioni. Anche lei porta un po’ di calore e svago nel cuore affaticato del prossimo. Smaliziati sacerdoti di questa luccicante paccottiglia emotiva, Stanley e Sophie si scontrano, per poi incontrarsi nell’unico grande gioco più serio: l’amore.

E mi viene da pensare che magia e illusione, nel pensiero di Woody Allen, siano due grandi requisiti di quella concretissima realtà che è, appunto, l’amore.

CONSIGLIATO: a chi odia gli spettacoli di magia.

Immagine / Aldoaldoz

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Aspirante antropologo, vive da sempre in habitat lagunar-fluviale veneto, per la precisione svolazza tra Laguna di Venezia, Sile e Piave. Decisamente glocal, ama lo stivale tutto (calzini fetidi inclusi), e prova a starci dietro, spesso in bici. Così dopo frivole escursioni nella giurisprudenza e nel non profit, ha deciso che è giunta seriamente l'ora di mettere la testa a posto e scrivere su tutto quello che gli piace.

2 Comments

  1. Nei film di Woody Allen ritrovo sempre tre cose:
    -una favola
    -una morale della favola
    -una marea di citazioni, rimandi
    il tutto perfettamente amalgamato da una malinconia ironica che coincide perfettamente con il mio modo di “sentire” le immagini in movimento.
    Qui non fa eccezione e se ogni tanto è bello lasciarsi andare ai sentimenti tutto sommato, la morale, secondo me, è che possiamo permettercelo quanto più siamo solidamente razionali. Insomma non si può passare tutto il tempo a suonare l’ukulele… o no?

  2. Già, la ”malinconica ironia” è cifra piuttosto esatta dell’ultimo Allen. Per quanto riguarda il suonare l’ukulele, beh, è lo strumento che non va, vuoi mettere se lo spasimante perdente avesse suonato il sax o il piano? E difatti Stanley vince il cuore della bella Sophie anche perché sa ”orchestrare” molto bene una partitura completa di emozioni, sa mettersi in gioco, scoprirsi vulnerabile ma senza mai perdere la saldezza della razionalità.

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