Ucraina, qualcuno sogna ancora l’Europa

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La marcia di un milione di persone. Questo è  stata l’imponente manifestazione per l’Europa di domenica 8 dicembre a Kiev. Un’enorme massa di cittadini è confluita in Maidan Nezalezhnosti (Piazza dell’Indipendenza) – ora ribattezzata EurMaidan e già luogo simbolo della Rivoluzione Arancione del 2004 – appena appresa la notizia che il Presidente Yanukovych avrebbe deciso di aderire all’Unione Doganale Euroasiatica di Putin, piuttosto che all’Accordo con l’UE.

La notizia della presunta firma tra Mosca e Kiev di venerdì 6 dicembre ha esacerbato ulteriormente gli animi dei manifestanti: centinaia di migliaia di persone che sfidano gelo e repressione dei Berkut – la polizia anti sommossa ucraina – già dal 21 novembre contro Yanukovych, reo di aver rinunciato alla conclusione dell’Accordo di Associazione Economica con la UE, allontanando l’Ucraina dall’orbita europea e riavvicinandola a quella russa.

Ucraina: Russia o Unione Europea, questo è il problema

Il nodo delle contestazioni è lo stesso della Rivoluzione Arancione del 2004 e forse di sempre: decidere se stare con l’Europa o con la Russia.
 L’indipendenza ucraina dall’URSS si votò per via referendaria il 1° dicembre del 1991, sulla scheda una semplice domanda: “Approvi l’Atto di Dichiarazione di Indipendenza dell’Ucraina?”.

Vinse il “Sì”, con il 90,32 %. Dopo l’indipendenza, la transizione verso la democrazia – e l’economia di mercato – fu ardua, a causa della varietà dei gruppi etnico-linguistici e del peso dei legami con la Russia. Nel 1994 vinse Kučma, oligarca autoritario filo-russo, rieletto nel 1999. A partire dal 2001, la popolazione insorse contro Kučma e alcuni esponenti del suo governo passarono all’opposizione: tra loro Yulia Tymoshenko e Victor Yushenko.

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Ucraina, la Rivoluzione Arancione del 2004

Nel novembre 2004, Viktor Yanukovych, filo-russo, erede politico di Kučma, vinse le elezioni presidenziali contro Victor Yushenko, filo-occidentale, per soli 3 punti percentuali. Yushenko denunciò brogli e irregolarità, ebbe così inizio la “rivoluzione arancione”: per giorni centinaia di migliaia di persone vestite d’arancione protestarono pacificamente a Kiev e nelle principali città del paese per chiedere nuove elezioni.

Accertate infine le violazioni, su pressioni dell’OCSE, furono indette nuove elezioni, vinte da Yushenko nel dicembre 2004. Nel febbraio 2005 nasceva un governo filo-europeo guidato dalla premier Julia Tymoščenko. In seguito, la Tymoščenko lasciò a favore dell’ex ministro delle Finanze Azarov (attuale premier) e le elezioni parlamentari del 2012 videro vincitore il Partito di Yanukovych (attuale Presidente). Nel frattempo, però, Yushenko è stato avvelenato e costretto a lasciare, la Tymoščenko arrestata, processata e condannata per abuso di potere. Julia Tymoščenko, affetta da vari problemi di salute, sconta oggi una pena di sette anni di carcere: anche questo ha a che fare con le proteste di questi giorni.

Ucraina, l’Accordo di Associazione Economica con l’UE

La vexata quaestio – Russia o Europa? – riguarda oggi un fatto in particolare: un importante accordo di libero scambio con i paesi dell’UE. Il 21 novembre scorso, dopo anni di negoziato, il governo ucraino decideva di sospendere il processo per la firma, che sarebbe dovuta arrivare il 28-29 novembre nel vertice a Vilnius. Molti davano ormai per certo l’accordo tuttavia, dopo un incontro segreto con Putin, è arrivata la retromarcia del Presidente ucraino.

Secondo fonti rilevanti, infatti, la Russia ha adottato atteggiamenti aggressivi per convincere l’Ucraina a rinunciare alla firma, con una specie di embargo alimentare e minacce inerenti alle forniture di gas naturale. Putin spinge per una propria unione doganale Eurasiatica – comprendente Russia, Bielorussia, Armenia, Kazakhstan, Abkhazia, Ossezia del Sud e a cui potrebbe aderire anche la Siria di Assad – in cambio di 15 miliardi di dollari, con vantaggi tuttavia inferiori a quelli derivanti da una collaborazione con l’Europa.

Dall’altra parte c’è l’Europa, che oltre al libero scambio commerciale offre il miraggio futuro di quei diritti civili che l’Ucraina fatica a riconoscere e che di certo la Russia non offre. L’UE aveva infatti vincolato la sua disponibilità a concludere l’accordo alla liberazione della Tymoščenko. Ma proprio il 21 novembre il parlamento bocciava la legge che avrebbe consentito all’ex premier di andare all’estero a curarsi, con la decisiva astensione del Partito del Presidente Yanukovych. Pertanto, il mancato accordo con l’UE e il presunto ingresso nell’Unione doganale eurasiatica – cui aderirebbero per ora solo Bielorussia e Kazakhstan – ha reso la situazione politica ucraina incandescente.

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Ucraina, le scelte, la democrazia e l’Europa

Sullo sfondo c’è  la storia di un popolo da sempre schierato “con o contro la Russia”. Sentimento radicato anche territorialmente, con le regioni occidentali sempre più lanciate verso il sogno europeo. E proprio questo è il punto essenziale.

In un periodo di euroscetticismo, esiste un popolo – o buona parte di esso – che ritiene l’Europa un sogno e una speranza. Una speranza per la quale lottare in piazza e sfidare il carcere e la repressione. Farà sorridere noi europei occidentali, che diamo per scontati benefici economici e rispetto dei diritti civili (anzi, ci sputiamo anche sopra), ma un milione di persone in piazza con le bandiere dell’Unione Europea dovrebbe farci interrogare su cosa di buono si è costruito e su cosa può rappresentare agli occhi di chi, per molto meno, deve lottare.

Devono essere gli Ucraini a decidere del loro destino. Ovvio. Sì ovvio, almeno in democrazia. Per questo, infatti, il tema è molto più alto di quello rappresentato da un accordo commerciale, sia esso con l’UE o con la Russia. Non si tratta di scegliere il partner commerciale migliore. Non ci sarebbero in piazza centinaia di migliaia di persone per questo. È in gioco molto di più.

Sono in gioco la democrazia e i diritti. Il diritto di scegliere e autodeterminarsi. È illuminante vedere così tante persone reagire al tradimento delle proprie istituzioni, le quali dopo aver guidato per anni i negoziati in una direzione – quella europea –hanno fatto dietrofront sotto il ricatto e la minaccia della Russia. Qualunque la posta in palio, qualunque lo scenario e la direzione, viva la protesta di un popolo che rifiuta ricatto e minaccia, pretendendo la democrazia. E se quest’ultima viene identificata con l’Europa, faremmo bene a sentirci responsabili e orgogliosi. Altro che scettici.

Immagine| The Guardian

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