Tutti pazzi per Downton Abbey

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Tutti pazzi per Downton Abbey. Nel mondo 120 milioni di persone seguono la serie tv anglo-americana.
In Italia siamo alla IV serie.

La trama. In un’immaginaria tenuta inglese si dipanano le vicende degli aristocratici Crawley e della loro servitù. Si parte dal 1912, il naufragio del Titanic, per giungere (nell’odierna programmazione italiana) al 1922, l’Irlanda indipendente.

In Downton Abbey c’è il mondo di sopra, i nobili britannici all’apogeo dell’Impero, ma pervasi dalla sottile angoscia che tutto possa finire. Si parla di rendite, eredità, matrimoni/patrimoni, borghesi che addirittura lavorano, e con i quali (oh my God!) sta diventando inevitabile mescolarsi.

E c’è il mondo di sotto, la ”Down Town”, un formicaio di numerosissimi domestici (più di due per ogni Crawley) indaffarati tra banchetti da preparare, carriere da aggiustare, flirt da coltivare. Conservatori più dei padroni, sotto l’accigliato dominio del capo-maggiordomo Carson.

I due mondi si sfiorano, si controllano, ma mentre uno – il microcosmo ”di sotto” – si interessa alla vita di quello ”di sopra”, sorta di soap in tempo reale, i nobili, com’è naturale, si occupano solo di rado dei loro servitori. Ma così era l’Inghilterra dell’epoca, e Downton Abbey ce la restituisce davvero fedelmente, senza buoni contro cattivi, con tutte le sfumature del chiaroscuro.

Downton Abbey è figlia di un raffinato film di Altman, Gosford Park (2001), con cui condivide il geniale sceneggiatore Julian Fellowes, e la primattrice anziana, la neo 80enne Maggie Smith. Girato all’americana, come ormai il pubblico tv series/dipendente monotono esige (montaggio frenetico, dialoghi serrati, narrazione stringente con più trame), vanta ottimi attori, costumi maniacali, scenografie perfette. La valanga di premi che ha riscosso se li merita, tutti.

Ma perché tanto successo per un period drama? Vero che lo stesso Fellowes lo attribuisce al ”raccontare qualcosa che ha a che fare con la vita di tutti’, e la confezione di Downton Abbey è esemplare. Ma quello che ci colpisce e ci affascina è proprio la sua rassicurante raffigurazione di un mondo classista che non c’è più. Smarriti nella nostra realtà in continuo mutamento, i due mondi fissi, conchiusi, prevedibili della serie, in cui l’ascensore sociale è bloccato a seconda di dove nasci, ci consola. E qualcuno, forse, lo vorrebbe di nuovo.

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Aspirante antropologo, vive da sempre in habitat lagunar-fluviale veneto, per la precisione svolazza tra Laguna di Venezia, Sile e Piave. Decisamente glocal, ama lo stivale tutto (calzini fetidi inclusi), e prova a starci dietro, spesso in bici. Così dopo frivole escursioni nella giurisprudenza e nel non profit, ha deciso che è giunta seriamente l'ora di mettere la testa a posto e scrivere su tutto quello che gli piace.

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