Turchia, le elezioni 2015 e la sconfitta di Erdogan

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Turchia, le elezioni 2015 e la sconfitta di Erdogan
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Le ultime elezioni in Turchia hanno riservato una brutta sorpresa al “sultano” Erdogan: il suo partito AKP per la prima volta dopo dodici anni non è riuscito ad ottenere la maggioranza assoluta al Parlamento. Questo ridimensiona non poco le ambizioni di riforma del Presidente turco e costringe il suo partito a cercare un accordo con gli oppositori nel tentativo di creare un governo di coalizione. Ma vediamo assieme quali erano le premesse a queste elezioni e i possibili scenari che si aprono per la Turchia.

La Turchia e il regno del sultano Erdogan

Erdogan ha ricoperto il ruolo di Primo Ministro turco dal 2003 al 2014, per poi essere eletto Presidente della Repubblica direttamente dal popolo per la prima volta nella storia turca. La nomina del Capo dello Stato, prima di quella elezione, avveniva tramite votazione parlamentare ma una riforma voluta dallo stesso Erdogan aveva cambiato le procedure, adottando un sistema vicino a quello presidenziale. La volontà più volte ribadita dal Presidente Turco è, infatti, quella di trasformare l’attuale modello parlamentare proprio in un modello presidenziale. Per rendere completo questo passaggio è però necessaria una riforma costituzionale. Con la sola maggioranza assoluta, di cui l’AKP ha disposto nei suoi governi monocolore, queste modifiche potrebbero però essere respinte tramite un referendum costituzionale. L’obbiettivo di Erdogan per queste elezioni era dunque quello di ottenere, solo col proprio partito, i due terzi del Parlamento, necessari ad approvare le riforme costituzionali senza dover passare da un eventuale referendum. I successi politici passati e la sua forte personalità di leader sembravano essere premesse sufficienti per raggiungere senza troppe difficoltà tale scopo. Gli avversari principali dell’AKP (partito per la Giustizia e lo sviluppo islamico) per queste elezioni erano il CHP (Partito Popolare Repubblicano), il MHP (partito nazionalista) e il partito emergente HDP, formazione filo curda nata nell’interesse alla tutela delle minoranze etniche, religiose e d’opinione del Paese.

Elezioni Turchia 2015: i risultati

I risultati elettorali hanno fin da subito ridimensionato i progetti dell’AKP: dopo dodici anni di governo incontrastato, l’AKP perde la maggioranza assoluta e si ferma al 40,6% (ottiene 254 seggi, 22 in meno per la maggioranza assoluta); il CHP raccoglie il 25% (131 seggi); MHP il 16% (82 seggi); altra grande sorpresa è l’HDP che riesce ad entrare per la prima volta nel Parlamento con uno storico 12,8% (79 seggi), superando l’alto sbarramento del 10%. L’affluenza totale è stata dell’86%, superando di gran lunga il 75% di affluenza delle precedenti politiche e con il 9% in più rispetto alle elezioni presidenziali del 2014.

La debacle dell’AKP

Sicuramente, la paura di buona parte della popolazione riguardo lo strapotere che Erdogan ha raggiunto in questi anni di governo ha influito sui risultati. Gwynne Dyer, giornalista canadese, descrive sulle pagine di Internazionale il Presidente Turco come un “piccolo Putin capace di dominare la Turchia per molti anni“. Il suo ruolo di riformatore, che aveva portato Erdogan a governare per la prima volta nel 2003, nel corso degli anni ha subito una trasformazione agli occhi della popolazione che adesso teme il concretizzarsi di una nuova dittatura celata sotto una forma di presidenzialismo elettivo. Questa prospettiva ha convinto ancor più cittadini a recarsi alle urne ed ha spostato molte preferenze verso l’HDP, formazione che ha come suo scopo primario l’interesse di quelle minoranze che, con ogni probabilità, sarebbero le prime ad essere perseguitate in uno Stato completamente in mano agli integralisti dell’AKP. Un altro aspetto che ha giocato un ruolo importante nel delegittimare Erdogan agli occhi non solo dei suoi cittadini, ma anche per la comunità internazionale, riguarda le sue iniziative di sostegno agli jihadisti siriani. A sottolineare questo punto tutt’altro che secondario è Cengiz Candar, giornalista turco, che commenta così i risultati elettorali:

La politica di Erdogan in Siria a favore dei gruppi jihadisti e contro i curdi, oltre all’ostilità diffusa alle sue mire autocratiche è costata la maggioranza di governo

(Fonte: Il Sole 24 Ore).

È stato provato dalle inchieste di molti quotidiani, sia turchi che esteri, che il governo guidato dall’AKP abbia fornito armi e risorse ai miliziani all’Isis in funzione anti curda e anti Assad, aggirando le difese curde di Kobane attraversi i servizi segreti. Da questo fatto si evince che Erdogan vede i curdi come un pericolo per lo Stato più impellente dello stesso Califfato, visione che la maggior parte dei cittadini turchi non condivide. La Turchia si è quindi trovata a rifornire i nemici dei suoi stessi alleati della NATO. Un paradosso difficile da digerire per la popolazione, anche perché l’avanzata dell’Isis ha portato una grande massa di profughi sul confine siriano che adesso le autorità locali della periferia del Paese non riescono più a gestire. Le ambiguità nella politica estera e la mancanza di misure di accoglienza adeguate per i rifugiati ha portato ad una quasi completa scomparsa dalle urne del partito del Presidente in queste province periferiche.

Le reazioni e possibili scenari

A godersi il risultato elettorale sono i simpatizzanti dell’HDP, che finalmente trovano voce in un Parlamento che per anni era stato loro precluso. Il leader della formazione Selahattin Dermitas ha ribadito l’importanza di questa vittoria per tutti i perseguitati e le minoranze del Paese:

Hanno vinto le donne; ha vinto il rispetto per le persone: per le loro diverse credenze, abitudini, tradizioni e religioni; hanno vinto tutti coloro che credono nella uguaglianza tra i sessi.

Nel suo discorso, non è mancata un riferimento alla lotta dei curdi siriani del PYD contro l’Isis, attraverso un’analogia volutamente provocatoria:

Ora l’HDP combatterà contro il Presidente nello stesso modo in cui il PYD combatte contro l’Isis.

Dall’altra parte, il deludente risultato elettorale è staro incassato e metabolizzato. Dopo alcuni giorni di silenzio, il Presidente Erdogan ha richiamato ad un comportamento di responsabilità tutti i partiti affinché si possa presto trovare l’intesa per un nuovo Governo. Anche se lo scenario più verosimile è quello di nuove elezioni anticipate, l’AKP proverà ad aprire un dialogo con le opposizioni cercando con ogni probabilità l’appoggio del partito nazionalista MHP, il più vicino in termini ideologici. Il vero ostacolo che separa il partito di Erdogan dai potenziali alleati riguarda la netta distanza fra le sue posizioni sull’Isis e quella delle altre formazioni elette in Parlamento. Di queste, nessuna ha mai dimostrato simpatia per i miliziani jihadisti e l’AKP non sembra al momento voler negoziare sui contenuti della politica estera. Solo nelle prossime settimane vedremo se il tira e molla fra l’AKP ed opposizioni si concluderà con un accordo o se si concretizzerà l’incubo di Erdogan di un nuovo ritorno alle urne, nel quale potrebbe definitivamente tramontare il suo sogno di riforma presidenziale.

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Fiorentino di nascita, nativo digitale e content creator di professione, anche se ancora devo capire in cosa consiste questo mestiere. Da nerd di prima categoria ho scelto di seguire la più emozionante delle mie passioni: la politica.

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