La Tunisia a 5 anni dalla Primavera Araba

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Cinque anni fa iniziava la Primavera Araba. Era il 14 Gennaio 2011 e il presidente tunisino Ben Ali fuggiva da Tunisi sotto la spinta delle manifestazioni di piazza, mettendo fine a 23 anni di governo autocratico e dittatoriale.

Il trionfo della piazza tunisina e la fuga del presidente danno l’avvio a una stagione di manifestazioni popolari che rivendicano maggiore libertà di espressione, diritti civili, interventi a sostegno dei giovani e dell’occupazione in Egitto, Libia, Siria, Yemen, Bahrein e, in misura minore, altri stati del mondo arabo.

A distanza di cinque anni le rivolte del 2011 hanno avuto esito diverso in ciascuno di questi paesi, poiché diverse sono le storie e le condizioni sociali, economiche e politiche di ciascuno.

La Tunisia, a detta di molti analisti, continua ad essere l’unico paese ad aver portato avanti con un certo successo le istanze democratiche della rivoluzione del 2011. Il paese ha vissuto un percorso difficile, illuminato da momenti importanti e storici – come le prime elezioni libere del 23 ottobre 2011, l’assemblea costituente, una nuova carta costituzionale – e scosso da avvenimenti tragici – gli omicidi politici dei leader di sinistra Belaid e Mohamed Brahmi nel 2013, lo spettro del fondamentalismo islamico e di un’imminente guerra civile, gli attentati del 2015 di Tunisi e di Sousse.

Nel 2011 erano pochissime le Ong ammesse a lavorare nel paese e i progetti di cooperazione non potevano riguardare la sfera dei diritti umani. Ci siamo chiesti quindi come, in virtù delle nuove aperture, la cooperazione allo sviluppo abbia seguito e supportato il percorso tunisino. Lo abbiamo fatto intervistando tre persone che lavorano nel settore e che nel periodo precedente e successivo al 2011 hanno vissuto e lavorato in Tunisia.

Anis Khelifi lavora nella cooperazione internazionale dal 2007. Attualmente è National Program Officer presso la Cooperazione svizzera in Tunisia e si occupa del settore sviluppo economico e creazione di impiego. In particolare, si occupa di progetti relativi alla macroeconomia, alla microfinanza, allo sviluppo del settore privato, alla formazione professionale e al turismo alternativo.

Rossella Angotti
lavora nella cooperazione allo sviluppo dal 2008. Dal 2010 vive tra Marocco e Tunisia, occupandosi della scrittura e gestione di progetti di sviluppo. Da aprile 2013 è capo progetto per le Onlus Cefa e GVC – Gruppo di Volontariato Civile del progetto “Sostegno all’emancipazione socio-economica delle donne delle aree rurali della Tunisia e del Marocco attraverso la loro inclusione nel tessuto dell’economia sociale”, finanziato dall’UE.

Micol Briziobello lavora nel campo della cooperazione internazionale. Appassionata della cultura e delle dinamiche del mondo arabo, negli ultimi 10 anni ha vissuto e viaggiato in numerosi paesi del Nord Africa e del Medio Oriente. Dal 2010 al 2014 ha lavorato e vissuto in Tunisia.

Tunisia Primavera Araba: intervista a tre cooperanti

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Nel gennaio 2011, prima dello scoppio della rivoluzione, qual era la situazione della Tunisia da un punto di vista dello sviluppo economico, sociale e dei diritti umani? E i giovani quali prospettive pensavano di avere?

Anis: prima della rivoluzione, gli indicatori socio-economici erano piuttosto soddisfacenti, ma non riflettevano il malcontento dei cittadini circa la qualità della vita e i problemi concreti: povertà, disuguaglianze regionali, elevato tasso di disoccupazione. I giovani si auguravano di trovare un impiego stabile e dignitoso e, tra quelli che non vi riuscivano, alcuni si orientavano verso alternative diverse, come per esempio partire per l’estero.

Sono arrivata in Tunisia nell’aprile del 2010, ci racconta Rossella, per lavorare come capoprogetto su un intervento dell’Ong CISS (Cooperazione Internazionale Sud-Sud) a Ain Draham, una città del nord ovest della Tunisia. A prima vista il paese sembrava in pieno sviluppo, ma le inquietanti gigantografie del presidente e la paura di tutta la popolazione ad esprimere un pensiero critico facevano subito comprendere il livello di controllo e di oppressione esistente.

Lo sviluppo economico era particolarmente concentrato sul turismo di massa dei grandi hotel. Tutte le maggiori società erano in mano al presidente Ben Alì e alla sua famiglia. Dal punto di vista sociale esistevano grandi divari tra ricchi e poveri e tra un quartiere e l’altro della stessa città. I giovani potevano studiare poiché l’accesso all’educazione era garantito a tutti, sebbene a Tunisi le possibilità fossero maggiori che nelle campagne. Tuttavia quasi tutti finivano per orientarsi verso l’estero: all’epoca, per esempio, erano molti i tunisini che andavano a lavorare in Libia.

Anche io sono arrivata in Tunisia nel 2010, dice Micol. Si viveva molto bene dal punto di vista della sicurezza e della stabilità del paese. A livello economico la situazione non era molto diversa da quella di adesso: il tasso di disoccupazione dei giovani, diplomati e non, era molto alto e non c’erano alternative di formazione e occupazione; i ragazzi erano comunque destinati ad aspettare che qualcosa cambiasse seduti nei numerosi caffè tunisini o a sperare nella migrazione in Europa.

A livello sociale, era un paese apparentemente tranquillo, basato però su una serie di menzogne che Ben Ali aveva costruito strategicamente nascondendo i veri problemi. Ben Ali voleva piacere all’Occidente: per questo aveva cercato di diffondere all’estero l’immagine di una Tunisia finta. Cercava di nascondere il più possibile l’influenza della religione musulmana perseguitandone i fedeli, impedendo alle donne di indossare il velo altrimenti non avrebbero avuto accesso ad impieghi pubblici e minacciando coloro che si recavano in moschea per le cinque preghiere quotidiane.

Ben Ali era riuscito a celare all’Europa il fatto che la Tunisia fosse un paese enormemente corrotto, che non ci fosse libertà d’espressione, che i computer e le telefonate di tutti fossero controllati dalla cosiddetta cyber-police. Un paese di facciata, che aveva ratificato praticamente tutte le Convenzioni Internazionali ma che trovava puntualmente validi cavilli per non rispettarle.

Poi, nel dicembre 2010, le prime proteste, le manifestazioni, un crescendo di raduni spontanei, soprattutto di giovani, che si organizzavano tra le pieghe del controllo della polizia e del governo, fino ad arrivare a gennaio e allo scoppio di quella che la stampa avrebbe poi chiamato la Rivoluzione dei gelsomini. Dove ti trovavi e quali sono i tuoi ricordi?

Mi ricordo che eravamo tutti sotto choc, dice Anis, non riuscivamo a realizzare cosa stesse succedendo, gli avvenimenti si susseguivano rapidamente ed eravamo presi da due emozioni: la gioia e l’inquietudine. Quello che mi ha colpito è stata l’anarchia regnante di quei giorni.

Il 12 Gennaio 2011 mi trovavo in missione ad Ain Draham, ricorda Rossella, e dall’Ambasciata italiana ci era stato consigliato di tornare immediatamente a Tunisi, perché la situazione era calda a causa delle manifestazioni. Il viaggio è stato tranquillo, ma appena arrivata a Tunisi e nei giorni successivi mi sono resa conto dell’entità della situazione. Sinceramente, però, non avrei mai immaginato che si potesse arrivare ad un rovesciamento della dittatura.

Mi ricordo che con altri amici italiani siamo rimasti bloccati nella mia casa a La Marsa, alla periferia di Tunisi, senza poter uscire a causa dei vari commando legati al regime che sparavano per le strade. Proprio a La Marsa si trovavano le ville della famiglia di Ben Ali e l’esproprio, gli incendi dolosi e la rabbia della gente non rendevano gli spostamenti facili per noi espatriati, anche se le situazioni più gravi sono state vissute a Tunisi centro, Thala e Sidi Bouzid. Da parte mia e degli amici tunisini che frequentavo all’epoca c’era un forte dolore per le perdite umane ma anche la speranza che, una volta passato quel momento tragico, la Tunisia potesse risorgere come un nuovo paese democratico e laico.

Quando tutto è cominciato era il 18 dicembre ed ero in Italia, dice Micol. I giornali italiani non avevano riportato nessuna notizia pertanto non capivo la portata di quello che stava accadendo. Poi è stato un crescendo, fino a quando mi sono ritrovata in strada catapultata in mezzo ad un movimento popolare spontaneo dalla forza inaspettata e indescrivibile. Sono stati dei mesi, almeno quattro, in cui la Tunisia sembrava un fiore finalmente sbocciato, tutta la popolazione partecipava alle manifestazioni e il popolo tunisino era accomunato da un progetto comune, quello di aspirare ad una democrazia. La gente era solare, energica, felice, sorridente, fiduciosa, fiera di ciò per cui si stava battendo: era davvero primavera.

Già ad aprile del 2011, però, nelle strade era tornato il torpore e l’entusiasmo cominciava a svanire. Ogni giorno aumentava il numero di donne che indossava il velo, di uomini in tunica e con la barba lunga. Fu lampante constatare come gli eventi di quel gennaio stessero portando verso tutt’altra direzione rispetto a quella iniziale. Ormai era chiaro a tutti che Ben Ali, scappando, aveva fatto emergere un aspetto che non era stato abbastanza preso in considerazione: gli islamisti si erano liberati degli anni di repressione subiti sotto Ben Ali e si stavano affermando come parte integrante della società tunisina.

Il paese dei gelsomini, da allora, ha intrapreso un percorso tutto suo, distanziandosi dalla passata ingerenza occidentale e riscoprendo le sue specificità, una tra tutte quella di essere un paese musulmano, benché moderato, sulla base delle quali doveva ricostruire la sua società.

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Nel corso del 2011 quali sono i grossi cambiamenti, positivi e negativi, che hai visto accadere nella società tunisina e nel paese?

Tutti concordano che il principale cambiamento positivo è stata una totale riacquistata libertà di espressione nei caffè, in taxi, per le strade. Una liberazione delle coscienze oppresse e tramortite da anni di dittatura, la definisce Rossella. Tra i cambiamenti lampanti, continua, molte più donne velate e l’islamizzazione di certe categorie di popolazione, le fasce più povere ma anche gli studenti universitari. Ben Ali aveva fortemente combattuto l’islamismo radicale e da molti la rivoluzione è stata vissuta come un riappropriarsi della propria identità musulmana ma solo nel senso di estremismo.

Di identità riacquisita parla anche Micol, ma con una sfumatura diversa: dopo tanti anni, finalmente, la Tunisia riscopriva una forte appartenenza identitaria, non più succube dell’Occidente o dell’Islam, vittima della frustrazione del trovarsi a metà tra l’Europa e l’Africa: in quei giorni tutti erano accomunati dal solo fatto di essere tunisini. Un altro aspetto credo fosse la speranza. Poteva esistere un’alternativa alla corruzione, si poteva aspirare al cambiamento e alla creazione di una società civile attenta e decisiva nel determinare le dinamiche di una Tunisia nuova.

Tra gli aspetti negativi, poi, gli intervistati citano un nuovo sentimento di mancanza di sicurezza e un aumentato divario tra ricchi e poveri.

Tutti e tre lavorate nel settore della cooperazione allo sviluppo. In seguito alla caduta del regime, qual è stato l’impegno degli stati esteri e dell’Italia nel supportare il processo democratico? Ricordate qualche esempio di iniziativa concreta?

I donatori storici hanno rinsaldato il loro appoggio al processo democratico in Tunisia e nuovi attori sono arrivati, ci dice Anis. Come esempio di iniziativa, indicherei il sostegno alla società civile tunisina attraverso il rafforzamento delle sue capacità, al fine di realizzare progetti di sviluppo regionale a beneficio delle comunità locali. Un altro esempio è un progetto della Cooperazione svizzera che mira a sviluppare la formazione professionale in Tunisia. In particolare, una componente di questo progetto permette di offrire ai giovani universitari e diplomati l’opportunità di acquisire competenze pratiche accedendo a delle formazioni “on the job training”, effettuate presso delle “aziende di pratica” ispirate al modello già sviluppato in Svizzera. L’idea è quella di offrire ai giovani, impiegati in queste aziende per un periodo di 3-6 mesi, un’esperienza di lavoro reale al fine di sviluppare quelle competenze indispensabili a una futura assunzione nel mercato del lavoro (lavoro di squadra, puntualità, conoscenza pratica delle attività commerciali, lingue..) e certificare queste competenze.

Continua Micol: la cooperazione internazionale ha iniziato ad occuparsi di settori e tematiche che prima del 2011 erano considerati tabù, come i diritti umani, l’Hiv, l’educazione, tutto quanto avesse a che fare con il sociale. Prima del 2011 potevano lavorare solo le Ong che si occupavano di agricoltura e ambiente e non era ipotizzabile in alcun modo lavorare su diritti umani e libertà d’espressione. Dal 2011, invece, la cooperazione ha potuto occuparsi delle problematiche reali del paese, che toccano più da vicino la popolazione, finanziando progetti di sviluppo, educazione e sostegno alla società civile.

Rossella, in particolare, si occupava di un progetto che coinvolgeva i giovani di Kairouan, la città “santa” della Tunisia. In seguito alla caduta della dittatura è cambiato qualcosa nella loro quotidianità o nel modo di approcciare il futuro?

Alcuni ragazzi hanno abbandonato il progetto e sono fuggiti in Italia, altri dopo qualche mese di fermo delle attività hanno ripreso la loro vita regolare. Per le ragazze nessun cambiamento. Una ragazza kairouanese del quartiere di Sidi Amor Abada (luogo dell’intervento) non ha molta coscienza di quello che le succede intorno. Se le manifestazioni non toccano la sua città, che ci sia Ben Ali, un altro dittatore o la democrazia le è totalmente indifferente, la sua condizione resterà comunque infelice e sotto la dittatura dell’uomo a cui appartiene sia esso il padre, lo sposo o il fratello.

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Rispetto alla riduzione della disoccupazione giovanile, che era una delle cause delle manifestazioni del 2011, in che modo gli attori della cooperazione (governi, organizzazioni internazionali e Ong) hanno cercato di intervenire?

Risponde Micol: La cooperazione internazionale, sia governativa che non, ha cercato di supportare la Tunisia in questa lunga e delicata fase transitoria occupandosi delle categorie più toccate dalla crisi quali giovani e donne. I fondi sono stati destinati ad aiutare i ragazzi a crearsi un profilo professionale, a migliorare le loro competenze specifiche e tecniche e a finanziare piccoli progetti imprenditoriali attraverso iniziative di microcredito. Sono aumentati i programmi di vocational training e il numero delle borse di studio per l’Italia. Anche a livello governativo, sia l’Unione Europea che i singoli governi hanno destinato fondi al sostegno al budget, alla bilancia dei pagamenti e alle riforme economiche. Senza dubbio si è trattato d’interventi utili ma non decisivi perché la cooperazione internazionale non può sostituirsi al governo di un paese e quello della Tunisia è ancora troppo debole per poter inaugurare importanti cambiamenti economici.

Quindi, secondo voi, ci sono stati degli interventi e dei progetti realmente utili ed efficaci?

Risponde Anis: non mancano esempi di progetti utili. Ho precedentemente citato la formazione professionale, ma potrei anche menzionare un altro progetto finanziato dalla Cooperazione svizzera e realizzato dalla Banca mondiale che mira a contribuire a una gestione più efficace delle finanze pubbliche e a stabilizzare il settore finanziario, attraverso attività di assistenza tecnica e rafforzamento delle capacità a breve e medio termine. Il Programma comprende due componenti: Gestione delle finanze pubbliche (formulazione del budget, contabilità pubblica, controllo e audit, decentralizzazione e finanze locali, ecc.) e Settore Finanziario (stabilità finanziaria e supervisione bancaria, ristrutturazione del settore bancario, accesso al finanziamento, finanza inclusiva e micro-finanza).

Micol, hai lasciato la Tunisia nel 2014: che paese lasciavi?

Un paese disilluso, stanco e spento. A livello economico la situazione era peggiorata: il settore privato, grossa fonte economica nel Paese, era drasticamente ridotto. Nessuno era più disposto ad investire in un luogo che non era sicuro come prima. A livello sociale, lasciavo una Tunisia con una società civile che si stava strutturando ma che faceva fatica a trovare uno spazio tutto suo. Un Paese in cui non era chiaro quale sarebbe stato il ruolo dell’Islam. Con una presenza molto importante di libici che stavano contribuendo ad aumentare il costo della vita e ad influire sulla coesione sociale della Tunisia. Un paese che s’interrogava sul risultato elettorale delle prime elezioni libere della sua storia, aveva assistito inerme a due omicidi politici rimasti senza colpevoli ed in cui la libertà d’espressione stava subendo importanti restrizioni. Lasciavo un paese decisamente incerto sulla strada da seguire.

Anis, dal 2011 ad oggi, quasi cinque anni dopo, come è cambiato il tuo paese? Puoi farci qualche esempio?

Libertà di espressione accresciuta, organizzazione delle elezioni, adozione di una nuova costituzione, transizione economica in corso (rilancio economico previsto a partire dal 2017).

Rossella, da pochi giorni sei ritornata in Tunisia: quali sono le tue prime impressioni? Negli ultimi mesi il paese è stato oggetto di diversi attentati terroristici. Che clima hai trovato? Questo ritorno della democrazia, seppur minato da varie fragilità, ha davvero messo radici nel paese? E nelle persone?

Sono rientrata in Tunisia a dicembre 2015, ma con frequenti missioni in Marocco e con le ferie natalizie di mezzo è ancora troppo presto per avere un’idea chiara. Al momento vivo a Tunisi, a Carthage Salambo precisamente. Quando sono arrivata c’era ancora il coprifuoco, ma a prima vista la gente sembra non curarsi del pericolo degli attacchi terroristici; la strage di Parigi ha dimostrato che nessun luogo è sicuro, Tunisi come tante altre città. La vita deve andare avanti altrimenti il terrorismo ha già vinto.

Non parlerei di ritorno alla democrazia perché in Tunisia la democrazia non c’è mai stata. Ci sono elezioni democratiche questo si, ma alla popolazione interessa di più avere lavoro e stabilità economica, non la democrazia in quanto termine. Alcuni rimpiangono l’epoca Ben Ali dicendo che, tutto sommato, si stava meglio perché c’era minore disoccupazione, la maggior parte esalta l’epoca Bourguiba come periodo d’oro della Tunisia.

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Micol, nella tua carriera professionale hai avuto l’opportunità di viaggiare, vivere e lavorare in molti paesi arabi (Marocco, Algeria, Tunisia, Egitto, Libano, Palestina). La Tunisia viene spesso indicata come modello virtuoso tra gli altri paesi in cui è scoppiata la cosiddetta primavera araba. Sei d’accordo?

La Tunisia era ed è il paese più avanzato del Maghreb, quello che più di tutti aveva le basi per intraprendere un percorso di cambiamento. Sarei cauta però nel definirlo un modello virtuoso, è difficile capire cosa sia veramente cambiato, nonostante la Tunisia resti un paese moderno e avanzato.

In generale credo che ogni paese arabo abbia delle sue specificità e sarebbe opportuno analizzare ogni esperienza separatamente. La situazione egiziana, ad esempio, è molto più complessa: c’era un regime che di fatto è cambiato nei volti ma resta dittatura. In Yemen, anche se i media tradizionali ne parlano poco, la situazione è molto complessa e resta molto tesa. L’Algeria ha vissuto un percorso unico, legato indissolubilmente alla presenza francese e agli anni bui del terrorismo islamico che hanno segnato in modo definitivo l’evoluzione del paese per farne ciò che noi vediamo oggi. La Palestina vive ed ha vissuto una quotidianità totalmente diversa da quella degli altri paesi, basata tutta sulla relazione con lo Stato d’Israele.

Ecco, ogni luogo ha le sue specificità e proprio quelle vanno considerate per analizzare approfonditamente il perché di certi percorsi e capire le differenze tra un paese e l’altro.

Sempre a Micol chiediamo: Sulla base della tua esperienza professionale, la cooperazione può avere un ruolo efficace nel supportare lo sviluppo della democrazia?

Potrebbe, se lavorasse molto con i governi, se fosse davvero incentrata sul miglioramento delle dinamiche politiche di un paese e sul suo sviluppo sociale ed economico, piuttosto che soffermarsi sulle relazioni meramente economiche tra l’Italia e il paese in questione.

La cooperazione, in parte, lavora molto con la società civile che, una volta formata o resa cosciente, ha bisogno di vedersi riconosciuta dal governo come attore politico ma se il governo non le dà spazio, il lavoro della cooperazione resta limitato e la democrazia resta un’utopia. A livello bilaterale invece sì, la cooperazione potrebbe fare la differenza formando le amministrazioni pubbliche, inserendosi in effettivi programmi di sviluppo, ma i governi si occupano più di economia che di diritti civili o politici e democrazia.

Rispetto alla Tunisia, in che modo la cooperazione può intervenire a supportare lo sviluppo economico e sociale? Indicate i settori che giudicate prioritari.

Secondo Anis, il ruolo della cooperazione internazionale (sostegno finanziario e assistenza tecnica) è fondamentale specificamente per quanto riguarda le riforme strutturali (riforma fiscale, riforma bancaria). Altri settori di intervento: inclusione, riduzione delle disparità regionali, miglioramento della governance, lotta contro la radicalizzazione dei giovani.

Secondo Micol, i settori prioritari sono gli stessi di prima del 2011. Prima fra tutti l’educazione, sia primaria che secondaria. Poi la formazione professionale, ossia l’acquisizione di competenze tecniche che contribuiscano alla professionalità dei giovani e offrano alternative al lavoro tradizionale. E l’economia in termini di nuovi modelli di sviluppo economico, per fare della Tunisia un Paese in grado di attrarre investimenti e di essere anche competitivo a livello commerciale.

Anis, come vedi il futuro del tuo paese tra cinque anni? Quali sono le grandi sfide che attendono la Tunisia?

La realizzazione delle riforme strutturali programmate, la gestione della sicurezza e un ambiente internazionale più favorevole sosterranno una ripresa economica a medio termine.

Immagini | Veronica Puma

Come per la Tunisia, la cooperazione allo sviluppo può essere un canale privilegiato attraverso cui seguire e leggere i cambiamenti in contesti che raramente abbiamo la possibilità di conoscere da vicino. È ciò che facciamo nella rubrica Racconti di Cooperazione, curata dall’Associazione Mekané.

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Laureata in Scienze Politiche, un Master in Cooperazione e Progettazione per lo Sviluppo e co-fondatrice di Mekané - ideas for development, dal 2008 si occupa di gestione, monitoraggio e valutazione di progetti di sviluppo, alternando esperienze in Italia e all’estero – Tunisia, Etiopia, Mozambico.

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