Transizione: basta cambiare energia o dobbiamo cambiare modello?7 min read
Reading Time: 6 minutesTra smantellamenti normativi e nuovi obiettivi geopolitici, la transizione energetica sembra oscillare. Ma sotto la superficie politica, mercati e tecnologie raccontano una storia più complessa. E pongono una domanda più radicale: basta cambiare energia, o serve cambiare modello?
Quando Mark, 42 anni, specialista in rendicontazione ESG in una società di consulenza di Houston, ha ricevuto la lettera di licenziamento, la motivazione era semplice: “ristrutturazione delle priorità strategiche”. Tradotto: meno sostenibilità, più fossili. In pochi mesi, negli Stati Uniti diversi team dedicati alla transizione climatica sono stati ridimensionati o chiusi.
Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha segnato un’inversione netta rispetto all’agenda di Joe Biden. L’Inflation Reduction Act del 2022, il più grande piano federale di investimenti climatici della storia americana, è stato in parte smantellato o svuotato. Washington ha annunciato l’uscita dall’Accordo di Parigi sul clima, ha interrotto la partecipazione ai lavori dell’IPCC e ha avviato tagli e ristrutturazioni in diverse agenzie federali, tra cui la l’Agenzia per la protezione dell’ambiente (EPA), l’Amministrazione nazionale per l’oceano e l’atmosfera (NOAA) e alcuni programmi del Dipartimento dell’Energia dedicati a ricerca climatica ed efficienza energetica. Il segnale politico è chiaro: priorità alla produzione di petrolio, gas e carbone, meno vincoli ambientali, più estrazioni. Ma non è solo una questione statunitense.
Anche in Europa il clima politico è cambiato. Il Green Deal non è formalmente archiviato, ma sta attraversando una fase di revisione profonda. Tra il 2025 e il 2026 la Commissione e il Parlamento hanno avviato un processo di “semplificazione” normativa per ridurre gli oneri burocratici per le imprese. La direttiva sulla due diligence (CSDDD) – che avrebbe dovuto obbligare le grandi aziende a verificare e prevenire violazioni ambientali e dei diritti umani lungo le proprie catene di fornitura – è stata ridimensionata: le nuove regole si applicherebbero solo alle imprese con oltre 5.000 dipendenti e 1,5 miliardi di fatturato. La direttiva Green Claims contro il greenwashing è stata sospesa. Rispetto alla rendicontazione di sostenibilità (CSRD), il pacchetto di semplificazione Omnibus I ha ridotto drasticamente l’iniziale perimetro di applicazione, ora limitato alle aziende con più di 1.000 dipendenti e 450 milioni di fatturato netto annuo.
Il risultato è un clima di incertezza. Molte aziende che avevano già investito per adeguarsi agli standard più stringenti si trovano ora in una zona grigia. L’idea di fondo è che la competitività europea richieda meno vincoli e più flessibilità, in un contesto di alti costi energetici e concorrenza globale. La domanda, allora, è inevitabile: siamo alla fine della transizione verde?
I mercati non aspettano la politica
Se si guarda oltre i titoli politici, il quadro appare meno lineare. I dati raccontano una transizione che continua ad avanzare.
Secondo il rapporto 2025 dell’Agenzia Internazionale per le Energie Rinnovabili (IRENA), i costi delle rinnovabili continuano a diminuire in modo strutturale. Il solare fotovoltaico e l’eolico onshore restano, nella maggior parte del mondo, le fonti più economiche per nuova capacità installata. In molte aree produrre elettricità da rinnovabili costa meno che mantenere in funzione centrali fossili esistenti.
L’Unione europea, nonostante le revisioni normative, resta in linea con l’obiettivo Fit for 55: riduzione delle emissioni del 55% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990. E a inizio anno il Parlamento europeo ha approvato la nuova Legge europea sul clima, che fissa un taglio del 90% delle emissioni entro il 2040.
I dati sul settore elettrico rafforzano questa tendenza. Il rapporto 2026 del think tank Ember evidenzia come, nel 2025, in Unione Europea il vento e il solare abbiano generato più potenza elettrica dei combustibili fossili.
A livello mondiale, un segnale importante arriva da Cina e India, i due Paesi più popolosi e tra i maggiori emettitori al mondo: nel 2025 la produzione da carbone è diminuita rispettivamente dell’1,6% e del 3%, pur in presenza di un aumento complessivo della domanda di elettricità. La nuova domanda è stata soddisfatta in larga parte da rinnovabili.
Paradossalmente, sono proprio gli Stati Uniti ad aver intensificato temporaneamente l’uso del carbone, anche per liberare gas da esportare, con un effetto di aumento dei costi energetici interni. In un contesto globale in cui la competitività industriale dipende sempre più da elettricità pulita e a basso costo, questa strategia rischia di penalizzare le imprese statunitensi nel medio periodo. Non a caso, molte grandi aziende e investitori continuano a puntare su rinnovabili ed elettrificazione per non perdere terreno rispetto a Europa e Asia.
La transizione, insomma, non si è fermata. Sta cambiando geografia e velocità. E sempre più spesso segue la logica dei costi, più che quella delle dichiarazioni.

Il limite del disaccoppiamento
C’è però un nodo più profondo. Anche se le emissioni territoriali scendono e le rinnovabili crescono, possiamo dire di aver davvero “disaccoppiato” crescita economica e impatto ambientale? Il cosiddetto decoupling indica la possibilità di far crescere il PIL riducendo al contempo le emissioni. Il disaccoppiamento è stato il principale piano di sostenibilità, almeno per l’OCSE e la Commissione europea, dal 2001, e una caratteristica fondamentale delle politiche ambientali e industriali di molti Stati membri dagli anni ’90. Scavando oltre le sue promesse, però, la questione è più complessa. Innanzitutto, occorre distinguere tra emissioni alla produzione ed emissioni al consumo. Molti Paesi dell’Unione europea hanno ridotto le proprie emissioni domestiche anche grazie alla delocalizzazione di produzioni energivore verso Asia e altre regioni. Se si contabilizzano le emissioni incorporate nelle importazioni – cioè quelle generate altrove per produrre i beni che consumiamo – il quadro cambia. Il disaccoppiamento si riduce, in alcuni casi scompare. Inoltre, la riduzione delle emissioni rimane spesso più lenta di quanto richiederebbero gli obiettivi climatici compatibili con l’Accordo di Parigi. E riguarda soprattutto l’intensità carbonica per unità di PIL, non l’impatto complessivo su materiali, suolo, biodiversità. Per questo una parte crescente della letteratura economica parla apertamente di “mito della crescita verde”: l’idea che sia possibile proseguire con un’espansione economica continua, sostituendo semplicemente le fonti energetiche, senza toccare volumi di produzione e consumo. La domanda, allora, si sposta: non solo quanta CO₂ emettiamo, ma che tipo di economia stiamo alimentando.
L’altra faccia della transizione
Ridurre il dibattito climatico alle sole emissioni rischia di oscurare un’altra dimensione: gli impatti sociali ed ecologici della transizione stessa. Le tecnologie rinnovabili, le batterie e le reti elettriche richiedono grandi quantità di minerali: litio, cobalto, nichel, terre rare. L’estrazione di queste risorse comporta consumo di suolo, acqua, distruzione di ecosistemi e conflitti sociali. In diversi Paesi dell’America Latina e dell’Africa, molte delle controversie legate a nuovi progetti minerari vedono coinvolte direttamente aziende europee, italiane incluse, accusate di pratiche di land grabbing e di progetti imposti senza un reale consenso delle comunità locali. Anche i biocarburanti, presentati come soluzione “verde”, possono determinare la conversione di foreste e terreni agricoli in monocolture intensive destinate all’esportazione, con effetti negativi su biodiversità e sicurezza alimentare. In diversi Paesi africani, dal Kenya al Congo al Mozambico, propri i progetti di sviluppo di filiere agro-energetiche di Eni sono al centro di controversie per i loro impatti sulle risorse idriche e sull’aumento del rischio di carestie.
Dai movimenti del Sud globale arriva un messaggio chiaro: no alle false soluzioni. Nella Dichiarazione della Cupola dei Popoli, la contro-COP organizzata a Belém in concomitanza con la COP30, organizzazioni sociali e indigene hanno denunciato le politiche climatiche che riproducono logiche estrattive e coloniali.
Oltre la crescita: prospettive tra Nord e Sud del mondo
Se anche una crescita alimentata da rinnovabili continua a produrre impatti enormi, il problema non è solo l’energia ma il modello economico: da qui nasce il dibattito sulla post-crescita. Nel Nord del mondo —nei Paesi cosiddetti “arricchiti” — il dibattito sulla post-crescita propone di riorientare la produzione verso beni e servizi realmente necessari, riducendo quelli superflui o dannosi. Numerosi studi dimostrano che oltre una certa soglia di consumo materiale ed energetico, il benessere non aumenta in modo proporzionale.
La questione è anche redistributiva: il 10% più ricco della popolazione mondiale sarebbe responsabile di circa i due terzi delle emissioni climalteranti dal 1990 a oggi. Non si tratta solo di jet privati o yacht, ma di modelli di consumo complessivi: secondo e terze case ad alta intensità energetica, mobilità aerea frequente, investimenti finanziari in settori ad alta emissione, catene di fornitura globali legate a consumi di lusso. L’attuale modello di crescita infinita, che si fonda sulle disuguaglianze e al tempo stesso le alimenta, è compatibile con i limiti fisici del pianeta?
La prospettiva della post-crescita, tuttavia, non può e non vuole essere globale. Nei Paesi impoveriti, dove milioni di persone non hanno accesso affidabile a elettricità, acqua potabile o servizi sanitari, la priorità resta l’uscita dalla povertà. In questo contesto, la necessità è quella di immaginare e costruire percorsi di sviluppo sostenibile capaci di garantire diritti e servizi essenziali senza replicare il modello fossile del Nord. La sfida è costruire collettivamente, tramite la politica e le istituzioni, uno spazio sicuro e giusto per lo sviluppo sostenibile, in cui prosperità e tutela degli ecosistemi possano coesistere.
[Foto in evidenza: © Plashing Vole/Flickr]




