Torneranno i prati di Ermanno Olmi

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Torneranno i prati di Ermanno Omi

Torneranno i prati, Ermanno Olmi. Inverno 1917. Da qualche parte sul fronte nord-orientale. È notte. Uomini in mantella spalano la neve, appena fuori dalla trincea. Attorno, solo il silenzio della luna. Vicinissimi, ”tanto da sentirne il respiro”, i nemici austriaci.

Inizia così Torneranno i prati di Ermanno Olmi. Con pochi, essenziali colori – grigio, marrone, bianco – ti porta letteralmente dentro la prima guerra mondiale. Dentro le trincee. Sei a fianco dei soldati. Respiri il gelo, condividi il rancio, il fiondare delle granate.

Non c’è bisogno di scene madri. Di tanto sangue, di quelle cose da action movie. Tutto accade quasi per necessità, perché deve accadere. Ci sono infatti due toni dominanti che percorrono tutto il film.

Il primo è l’attesa. Obbligata, totale, implacabile. La guerra di posizione, orrenda e schifosa come tutte le guerre, è un crudele esercizio di attesa. Aspetti il prossimo attacco, la posta, gli astratti ordini che qualcuno ”al caldo” invia al fronte. Aspetti soprattutto che la guerra passi. E tu di poterlo vedere.

Ma c’è anche un’altra linea. La paura. Come un lievito che impasta ogni battito di una vita sempre rubata alla morte. Paura che ne genera altre, in una perfida spirale, come quella di essere dimenticati dai propri cari, o della terribile febbre spagnola. Non a caso, il film è liberamente ispirato all’omonimo e incisivo racconto di Federico De Roberto, l’autore de I Vicerè.

Lontano da ogni bieco realismo documentario, Torneranno i prati di Ermanno Olmi è antimilitarista non (solo) per posizione ideologica, ma perché ti immerge nella sua assurdità psicologica ed emotiva. Odierai la guerra perché lo senti dentro di te. E alla fine un soldato guarda in macchina, augurandosi che, ”quando torneranno i prati”, non ci si dimentichi delle loro storie.

Nel centenario della grande carneficina, un’opera utilissima per capirne il significato, al di là di ogni retorica celebrativa.

Consigliato a: tutti quelli che parlano di guerra come se fosse una cosa normale

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Aspirante antropologo, vive da sempre in habitat lagunar-fluviale veneto, per la precisione svolazza tra Laguna di Venezia, Sile e Piave. Decisamente glocal, ama lo stivale tutto (calzini fetidi inclusi), e prova a starci dietro, spesso in bici. Così dopo frivole escursioni nella giurisprudenza e nel non profit, ha deciso che è giunta seriamente l'ora di mettere la testa a posto e scrivere su tutto quello che gli piace.

4 Comments

  1. Non ho ancora visto questo film che ricorda con grande sensibilità l’episodio di una notte vissuta in trincea dai nostri soldati, durante la guerra 1915- 1918.
    Mi torna alla mente la descrizione della logorante e terribile vita di trincea di mio suocero che era partito volontario per il fronte all’età di 18 anni. Uomo di grande coraggio e fedele sempre ai suoi principi, mi raccontava che egli stesso aveva provato lo stato d’ansia dell’attesa e la paura che facevano maturare alle volte nell’animo, pur di uscire allo scoperto, la determinazione di offrirsi per un’azione magari senza ritorno. I racconti erano tanti e vari ed io li ascoltavo turbata, molto commossa. Mi invadeva sempre un profondo senso di pietà per quei soldati che perdevano la loro vita per una guerra, alla quale forse non avrebbero voluto partecipare, spinti solo ‘dall’amore di Patria’. Mio suocero concludeva poi dicendo i Caduti devono essere sempre rispettati e ricordati: la guerra è purtroppo sempre una carneficina.

  2. Sì la prima guerra mondiale è veramente stata peggio di quel che si crede(va), sarebbe il caso di ricordarlo quest’anno senza impegolarsi solo in lontanamente astratte retoriche celebrative.

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