Thunder Road | Una storia di polvere e riscatto

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L’armonica ansima, il piano si intreccia e sembra alludere a qualcosa di già accaduto, qualcosa di grave ma che lascia ancora spiragli di speranza. Poi la storia. La più scontata e insieme la più universale delle storie, una casa che immaginiamo abbastanza isolata, all’imbrunire, il giardino polveroso lì davanti, la veranda e la radio che passa Roy Orbison. New Jersey, o forse Kentucky, o Arizona chissà, di sicuro estate. Cinque versi sono sufficienti a tratteggiare un paesaggio e a catapultarci lì, a osservare la gonna di Mary che svolazza, l’auto parcheggiata, la porta a zanzariera.

Ti va di rischiare Mary? Di lasciarti alle spalle le piccole certezze, gli spettri dei vecchi amori sfioriti, le promesse mai mantenute? Possiamo cambiare e ribaltare le direzioni verso cui le nostre vite si sono incanalate, se lo vogliamo. C’è un mondo, là fuori, che aspetta di essere esplorato.

Cos’è il sogno americano, se non questa incrollabile fiducia nella strada, nel proprio talento e nel raggiungimento di un altrove?

Lo Springsteen ventiseienne di Thunder Road, prima traccia del mitico album Born to Run, consegna al futuro questo grido di riscossa in perfetta simbiosi con il protagonista, forse un po’ spaccone, del pezzo: la voglia di agguantare il destino e scuoterlo al ritmo del proprio sound è insopprimibile.

Oh come take my hand
We’re riding out tonight to case the promised land

È un ragazzo inquieto e incazzato che impugna il volante e sfreccia via su carreggiate polverose con la stessa grinta con cui spreme la chitarra e affronta folle sempre più vaste. È l’immagine stessa dell’America che abbiamo imparato ad amare, il reietto che rincorre i propri sogni senza certezze verso orizzonti liberi e sconfinati. Nelle sue vene scorre e ribolle sangue olandese, irlandese e italiano, vero figlio di quella working class cresciuta nel ventre produttivo e oscuro degli States, senza il luccichio della grande città a cullarne i sogni di gloria.

Dentro quella voce, che esce quasi strozzata da un collo gonfio di vene e muscoli, si mescolano tutte le porte sbattute in faccia, i chilometri macinati, la polvere respirata, le notti randagie, i compagni di strada persi e le incazzature smaltite. Ogni singola nota un passo verso la redenzione e il riscatto.

Bruce ora aggredisce le parole, l’invito a Mary assume i contorni di una profezia, con qualche eco dylaniano a dirci che il messaggio di Mr Zimmerman è stato raccolto e prosegue, forse con più sfacciataggine ma con uguale poesia.

There were ghosts in the eyes
Of all the boys you sent away
They haunt this dusty beach road
In the skeleton frames of burned-out Chevrolets
They scream your name at night in the street
Your graduation gown lies in rags at their feet

thunder road storia
Photo credit: CLender via Visual Hunt / CC BY

Ma non sarà troppo tardi, per queste corse notturne verso le incognite? Non siamo più così giovani, dopotutto, suggerisce Bruce. L’età incute timore anche a vent’anni: tra una delusione e l’altra cominci a dubitare che la notte possa riservarti ancora qualche magia. Poi in fondo al buio riemerge la fiducia, irrazionale e un po’ impulsiva. Il traguardo è segnato:

Voglio andarmene da questa città di perdenti, voglio vincere

È la chiusura trionfale e ambiziosa che precede il sax esplosivo di Big Man in una melodia trascinante in cui ci sentiamo inconsapevolmente e irrimediabilmente coinvolti. Thunder Road non è più una strada solitaria o una chimera vagheggiata da un nostalgico beatnik, ma si trasforma ogni volta che viene suonata in un messaggio universale dando corpo a un “noi” dai confini indefiniti.

Mentre la coda strumentale si srotola epica ed energica afferriamo finalmente il senso di un qualcosa, abbiamo la risposta che almeno una volta nella vita avremmo voluto sputare fuori, incapaci di spiegare ciò che sentivamo dentro. È la risposta ai rifiuti ricevuti, ai dubbi espressi, alle ingiustizie subìte: voi vivete in città per perdenti, e io, come Bruce, mi sto muovendo da lì per vincere.

La Thunder Road che ognuno di noi, per destino o volontà, ha avuto il coraggio di percorrere è una strada a volte tortuosa a volte lineare, che dice molto di ciò che siamo e delle scelte, anche dolorose, che abbiamo fatto. Quell’eterno ragazzo del New Jersey è lì a ricordarci, concerto dopo concerto, che c’è una ricompensa, o un angolo di paradiso, da qualche parte lungo la strada. E questo, almeno un po’, ci è d’aiuto.

E non è poco, come scrive Nick Hornby in 31 canzoni: “Forse Thunder Road mi ha aiutato perché, malgrado il suo vigore, il volume, le macchine sportive e i capelli, ha pur sempre un tono elegiaco. Più invecchio più lo sento. In fondo, credo di essere anch’io dell’idea che se la vita è una cosa triste e molto seria, c’è sempre un po’ di speranza; sarò pure un depresso in preda al dramma esistenziale, o magari un idiota contento, ma in ogni modo Thunder Road dice esattamente come mi sento e chi sono, e questa in fin dei conti è una delle consolazioni dell’arte”.

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Sociologo, collabora con le Università di Trento e di Padova ed è ricercatore libero professionista. Si occupa di sociologia urbana, sviluppo locale e politiche sociali. Ama la musica rock e i cantautori e ne scrive mescolando ricordi, sensazioni e aneddoti.

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