Thailandia: la 626 birmana

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Thailandia la 626 birmana
Non sono storie di ordinaria follia, ma di ordinaria sopravvivenza quelle che costringono centinaia di migliaia di uomini, donne e minori birmani a scappare dal proprio Paese e rifugiarsi in Thailandia.

A cosa fare?

La “segheria-villaggio” fotografata si nascondeva dietro un anonimo cancello, lungo una strada in una qualsiasi area nordoccidentale thailandese. Sperando di non essere colto in flagrante dalla polizia locale, sono entrato in questo luogo che non esiste, dove vivono famiglie che lavorano per la propria sussistenza. Ma devono rimanere invisibili, e così i loro diritti.

La sicurezza sul lavoro è soggettiva; se l’imprenditore è thailandese e gli operai sono minorenni birmani, magari anche immigrati un po’ illegalmente, si può ottenere un’eccellenza di lombarda memoria.

Una “segheria-villaggio” che produce molto a costi ridotti: ecco un’efficiente formula di sviluppo.

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Fotografare mi mette in comunicazione, in relazione con l’altro, a volte in modo discreto, quasi invisibile, a volte in modo diretto ma sempre sincero, autentico. In particolare i volti, gli sguardi di quotidianità vissute sono i soggetti che prediligo: mi fanno sentire parte attiva di questo mondo, di questa terra comune da difendere, da proteggere.

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