Tg1: se è l’etnia a far notizia

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L’edizione di ieri sera del Tg1 ha trasformato in notizia uno sconto di pena assegnato a un giovane che nel gennaio 2012 aveva investito e ucciso un vigile urbano a Milano. Il ragazzo, allora 17enne e chiaramente senza patente, era alla guida di un suv.

Il giovane era stato condannato a 15 anni di carcere a marzo 2013, pena ora ridotta in secondo grado a 9 anni e 8 mesi per il riconoscimento del massimo delle attenuanti generiche.

tg1Il servizio è evidentemente costruito non tanto per riportare la notizia quanto per suscitare sdegno nel telespettatore.

La giornalista ricostruisce velocemente i fatti e poi lascia la parola a due parenti della vittima, giocando quindi sull’empatia per far identificare il pubblico con quelle che lei ha deciso essere vittime di una seconda ingiustizia.

Non ci permettiamo certo di entrare nel merito della correttezza e dell’opportunità di una simile decisione.

Quello che ci chiediamo è: perché trasformare uno sconto di pena in notizia? Cosa cambia se invece di 15 anni quel ragazzo se ne fa 10? Quanti sconti di pena ci saranno in Italia tra il primo e il secondo grado di giustizia?

Perché il Tg1 ha scelto di dare questa notizia, e perché lo ha fatto con il chiaro intento di screditare la magistratura e prendere le parti della parte offesa?

La risposta, io credo, è una sola: perché il ragazzo in questione è rom. È questa la notizia. È questo il fattore su cui giocare per moltiplicare lo sdegno.

È questo che trasforma un banalissimo sconto di pena in una notizia. Il nemico rom ha ucciso un vigile urbano (simbolo della difesa della legalità, e un’intervista non manca di sottolinearlo) e ora addirittura gli scontano la pena.

Forse a RaiUno, troppo impegnati ad ergersi a paladini dell’alterità e dell’umanità pur di difendere una cafonata come Mission, si sono un attimo distratti, passando una notizia inutile se non per la sua caratterizzazione etnica.

E questi due minuti di servizio fanno molto più effetto delle due ore di innocente buonismo di Mission.

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Sociologo freelance, lavora come progettista, ricercatore e formatore in ambito sociale. Per Le Nius è responsabile editoriale, autore e formatore. Crede nell'amore e ha una vera passione per i treni. fabio@lenius.it

1 Comment

  1. Premessa: non ho visto il servizio del Tg1. Ho però consultato sulla notizia 6 quotidiani e visto i relativi commenti online (la versione più equilibrata mi sembra in: http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/13_dicembre_09/vigile-ucciso-ridotta-15-9-anni-pena-l-investitore-47a03c6c-60ed-11e3-afd4-40bf4f69b5f9.shtml)
    Che l’omicida sia rom ha poca importanza. Il diritto penale non discrimina l’autore del fatto in base alla nazionalità. In sede di valutazione delle circostanze però esamina le caratteristiche personali del reo. Qui, solo ora, emerge la sua origine etnica.
    Il diritto considera il dato etnico per -in questo caso -diminuire la pena. La società, o una sua parte, e moltissimi media, invece, valutano la provenienza etnica come presupposto per mantenere la pena originaria.
    Il diritto analizza la condizione di rom, la ricollega alla storia personale del reo (qui un semianalfabeta minorenne ) e a quella generale di un’etnia che è considerata minoranza dall’Ue (Risoluzione del Parlamento Ue sulla protezione delle minoranze e le politiche contro la discriminazione nell’Europa allargata, 2005) ma non dall’Italia. Il diritto è uno strumento, che può essere usato per difendere e accusare; è flessibile, concreto.
    La società, o una sua parte non minoritaria, quando si parla di rom, quasi sempre condanna. Sembra granitica, inamovibile.
    Esprime le pulsioni più profonde della gente, le più ancestrali. Quelle che vanno comunque ascoltate.
    Difatti, la paura dello straniero, del nomade- ma molti rom non lo sono – in una società che da secoli si è stanzializzata, è forte e radicata. Crea miti, narrazioni, routine. Quasi tutte anti-rom.
    E’ la politica che dovrebbe mediare tra società e norme che essa stessa pone. Ma di solito è a senso unico, tesa a creare un allarme sociale elettoralisticamente sfruttabile.
    E allora qui la responsabilità è soprattutto di certi media -in questo caso, il Tg1- che hanno sposato questa linea, e che non in-formano, ma, non allargando la visuale, la de-formano.
    Che, dopo aver dato giusto rilievo alla vittima e al dolore della sua famiglia (non ci piove che è dalla vittima che dobbiamo partire!), non spiegano chi sono veramente i rom, perché sono qui, qual è il loro status.
    Di questi tempi non abbiamo bisogno di un capro espiatorio in più.

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