Sud Sudan: due anni di sanguinosa guerra civile e violazione dei diritti umani

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Sud Sudan: due anni di sanguinosa guerra civile e violazione dei diritti umani
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Sud Sudan: il conflitto dimenticato nell’Africa nord-orientale

Guerra dimenticata. Lontano dagli schermi internazionali e dalle questioni del terrorismo, nel Sud Sudan, stato dell’Africa orientale situato tra Etiopia, Uganda, Congo e Repubblica Centroafricana, si combatte da ormai due anni una guerra civile silenziosa ed estremamente cruenta, che ha portato alla creazione di uno scenario terribile con continue violazioni dei diritti umani sulla popolazione.

L’indipendenza. Il Sudan, dopo decenni di divisioni e conflitti dovuti alle rivalità tra le forze di governo, sembrava aver raggiunto un equilibrio nel 2011, con il referendum che ha confermava la volontà della parte meridionale del paese di rendersi indipendente, con il 98,81% di si. Il 9 luglio 2011 il Sud Sudan diventa uno stato indipendente, pur rimanendo aperte alcune controversie con il nord, in modo particolare sulla ripartizione dei proventi del petrolio.

Lo scoppio della guerra civile. A due anni e mezzo dall’indipendenza, nel dicembre del 2013, la rivalità tra il presidente Salva Kiir ed il suo principale avversario politico, l’ex-presidente Riek Machar, raggiunge livelli tali da rappresentare la scintilla per lo scoppio dell’ennesimo conflitto militare. Da allora sono decine di migliaia i morti, e circa 2,3 milioni gli sfollati.

Conflitto politico ed etnico. Dinka e Neur. L’elevatissima violenza del conflitto ha tra le cause una profonda divisione tra i due gruppi etnici Dinka e Neur, da sempre in lotta per il possesso di terre ed acqua nelle difficili condizioni dello stato africano. Il presidente Kiir appartiene al gruppo Dinka, mentre Machar ai Neur.

Torture e Genocidi. Secondo il report realizzato dall’AU, African Union, numerosissime e terribili sono le torture compiute su una vasta fetta di popolazione civile: dalla violenza sulle donne, alla mutilazione dei corpi, alle pratiche di cannibalismo. La scia di terrore e soprusi, perpetuati sia da una parte che dall’altra, è sfuggita a qualsiasi controllo, culminando in omicidi di massa e costringendo alla fuga una grandissima parte della popolazione civile. Numerose case e proprietà sono state distrutte dai soldati, lasciando le famiglie senza più nulla.

Rape camps. Una delle realtà più orribili è sicuramente quella dei cosiddetti Rape camps (letteralmente “campi di stupro”), dove un grande numero di ragazze e donne è stato trattenuto dai soldati armati, e dove sono state torturate e violentate ripetutamente; i soldati utilizzano lo stupro come mezzo di propagazione del terrore ed arma di guerra, nel quasi totale silenzio del resto del mondo. Secondo il report pubblicato dalle Nazioni Unite a circa metà marzo 2016, si potrebbe concludere che per l’anno 2015 la responsabilità maggiore in quanto a crimini di guerra e violenze sarebbe delle forze presidenziali, data la debolezza degli oppositori; solo nella zona di Unity, uno dei dieci stati interni del Sud Sudan, ci sarebbero stati 1300 stupri in cinque mesi, da aprile a settembre del 2015.

Crollo dell’economia e rischio carestia. E come se questo non fosse sufficiente, il danno creato alla giovane economia sudanese è stato enorme: secondo il IPC (Integrated Food Security Phase Classification) ci sarebbe un elevatissimo rischio che si giunga ad una terribile carestia tra ottobre e novembre di quest’anno. Leggiamo dall’ONU:

Circa 5,8 milioni di persone – vale a dire quasi la metà della popolazione del paese – non sanno con certezza da dove verrà il prossimo pasto, mentre il tasso di grave insicurezza alimentare ha ormai raggiunto il 12%, il doppio di un anno fa.

La FAO e l’Unicef hanno richiesto completo e totale accesso a tutte le aree colpite dal conflitto, in modo da poter salvare il maggior numero possibile di famiglie e bambini. Doctors without borders informa invece che la mancanza di medicinali ha raggiunto livelli critici, non essendoci nessun tipo di fondi stanziati a quel proposito; la spesa statale per le armi è invece nettamente in crescita.

Accordi di pace possibile. Nel frattempo, i gruppi di ribelli principalmente appartenenti ai Nuer, che cercano di combattere per porre fine alle torture ed alle violenze, hanno recentemente preso controllo di alcune zone della capitale, Juba, in attesa del ritorno del loro leader Machar, messo in fuga precedentemente dalle forze presidenziali; secondo i possibili nuovi accordi di pace, Machar dovrebbe essere prossimamente eletto come vice-presidente. Il governo del paese si dice al lavoro per “assicurare una soluzione pacifica e duratura alla continuativa crisi politica, in modo che i lavori umanitari e di sviluppo possano continuare”. Ma, dopo il fallimento del trattato di pace dello scorso agosto, non si può dire con certezza se i prossimi tentativi per ristabilire l’ordine nel paese avranno finalmente esito positivo.

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23 anni, ho studiato Scienze Linguistiche a Milano. Eternamente indecisa. Ho vissuto un mese a Valencia e forse ne passerò un altro in Inghilterra; dopo aver partecipato come volontaria in un’associazione culturale ed in un festival di fotografia, ho iniziato a scrivere, l’unica passione sulla quale non ho mai cambiato idea.

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