Storie di badanti | Mirela5 min read

25 Novembre 2021 Società -

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Psicologa e giornalista

Storie di badanti | Mirela5 min read

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Il lavoro domestico in Italia impiega 850 mila lavoratori e lavoratrici, per il 70% stranieri/e e per l’89% donne. Contando anche il lavoro sommerso, il numero sale a due milioni. Tra le righe di questi numeri vivono le persone, e le loro storie. Ne abbiamo raccolte alcune.

Mirela Iftimoaie
Mirela Iftimoaie | Foto: Barbara Gnisci

Mirela guarda la luna dai buchi sul tetto della mansarda in cui vive. Posiziona bacinelle sul pavimento per raccogliere l’acqua piovana e di notte patisce il freddo, restando sveglia tutta intirizzita fino al mattino.

«Sono arrivata in Italia nel 2005 – racconta la donna – inizialmente a Roma dove ho raggiunto una cugina e poi, grazie a un’amica, ho trovato un posto come badante a Cesena. Ci sono andata perché si guadagnava di più, ma è stato un periodo veramente difficile. La signora mi sgridava se mangiavo un frutto o mi fermavo qualche minuto davanti alla televisione. Ci sono rimasta per otto mesi, non sapevo parlare italiano, non sapevo andare in bicicletta. Andavo a prendere l’acqua al pozzo, ma non mi sono spaventata, perché io sono una contadina, una gran lavoratrice».

Mirela Iftimoaie, 57 anni, di Iasi, città universitaria della Romania, prima di arrivare in Italia lavorava in una fabbrica di mobili, fino a quando, a causa di problemi dell’azienda, viene licenziata ed entra in disoccupazione.

«Ero divorziata da anni e mio figlio Daniele, all’epoca 18enne, doveva iniziare l’università. Non ci ho pensato più di tanto. Volevo che mio figlio continuasse a studiare ed era difficile per me trovare un altro lavoro. Nel mio paese è abbastanza comune decidere di andare via per mantenere la famiglia. Si parte per disperazione, perché non c’è altra scelta. Non sai che cosa troverai, non conosci la lingua, ma lo fai lo stesso. Non c’è altra scelta».

Mirela nasce in una famiglia semplice e vive un’infanzia serena: ««Si viveva bene durante il comunismo. Tutti avevano un lavoro, nessuno stava per strada senza far niente. Non c’era tanto cibo, solo quello che potevi prendere con i ticket: un litro di olio al mese, due pani al giorno, un salame».

Alcuni prodotti non si trovavano, ma la famiglia di Mirela stava bene perché i genitori avevano la terra e gli animali. Mirela va a scuola fino al liceo, poi a 20 anni si sposa e a 23 partorisce Daniele, l’unico figlio.

«Da giovane non avevo mai pensato che sarei andata via. Poi con la caduta di Ceausescu arrivò di tutto: banane, kiwi, arance… Peccato che non c’erano più soldi. Le fabbriche cominciarono a licenziare, prima non era possibile, e piano piano non c’era più lavoro. Però in un certo senso arrivò anche la libertà. Adesso la gente rimpiange Ceausescu: “Alzati dalla tomba” dicono alcuni».

Quando arriva in Italia, lascia a casa suo figlio e la madre. Daniele a un certo punto la raggiunse, faceva il giardiniere ma non si trovava bene, così è tornato in Romania.

Anche con mia madre è stato ed è ancora difficile. Sono l’unica figlia e mia mamma ha 76 anni. Ogni anno torno qualche mese, ma non è la stessa cosa. Prima piangevamo tantissimo ogni volta che ci separavamo, adesso ci siamo abituate. Per fortuna che c’è whatsapp!.

Giunta in Italia, Mirela comincia con l’imparare la lingua: «Durante la mia prima esperienza in Emilia Romagna, compravo delle riviste per la signora e lei, finito di leggerle, me le sbatteva in faccia dicendomi: “Adesso leggi pure te!”. Io le prendevo con le lacrime agli occhi e andavo in un’altra stanza ripetendo centinaia di volte quelle parole che a un certo punto cominciarono a prendere un senso».

Successivamente Mirela accetta un altro posto di lavoro dove i suoi diritti, ancora una volta, non sono rispettati: «Tra il 2007 e il 2008 ho lavorato per un’altra signora con la quale mi sono trovata molto meglio, ma non avevo mai un momento libero. Poi un giorno sono andata alla Cgil e ho scoperto che avevo diritto a due ore al giorno di riposo, e anche del mercoledì pomeriggio e del sabato e della domenica sera. Sono tornata a casa a dirlo, e mi è stato risposto dai suoi figli che, se volevo, potevo andarmene. E così ho fatto: ho trovato un altro posto e da allora sono libera!».

Dal 2008 al 2014 Mirela lavora per la signora Prima, a Ravenna: «La signora aveva 90 anni quando iniziai, e pensavo che non sarei rimasta molto. Nel mio paese le persone muoiono presto, e invece siamo rimaste insieme per 6 anni».

Presto si crea un rapporto di affetto tra le due: «Prima mi considerava come una figlia. Mi aveva raccontato che prima di partorire Edgardo, il suo unico figlio maschio, aveva perso una bambina che avrebbe avuto la mia età. “Ti voglio adottare” mi ripeteva. Era una persona fantastica. La portavo al parco e lei si metteva sempre a cantare. Era innamorata dell’Opera. Aveva una voce bellissima. Le ho voluto molto bene. Per molto tempo, dopo la sua morte, ho portato la sua foto nel portafoglio. Adesso è nella mia stanza, vicino al mio letto».

Poi Prima ha avuto un ictus, e dopo otto mesi in ospedale è morta nel novembre del 2014. Mirela andava da lei in ospedale tutti i giorni. «Le facevo le unghie, le sistemavo i capelli, le portavo i fiori. A un certo punto non riusciva più a parlare, ma quando le dicevano che stavo arrivando io, diceva: “Sì” sorridendo».

Dopo la signora Prima, Mirela trova lavoro a casa della signora Seconda, di 89 anni (sembra un gioco di parole, ma è così), sempre a Ravenna dove risiede tuttora: «Qui mi trovo benissimo, è come stare con la mia famiglia. Le sue figlie sono come le mie sorelle. Loro vivono in altre città, ogni tanto ci vengono a trovare. Si fidano di me, sono io a gestire tutto e con la signora non ci sono problemi, anche se lei sta peggiorando. Soffre di Alzheiemer». Mirela è felice della scelta intrapresa anni fa.

Sono contenta di come sono andate le cose. Se non fossi partita, ora non starei a questo punto. Al momento in Romania le cose sono peggiorate, e io sono in grado di mandare un aiuto a tutta la mia famiglia. Rimarrò con la signora Seconda fino alla fine, poi tornerò a casa, a badare alla mia mamma. Ho voglia di tornare, ho passato una vita a prendermi cura degli altri.

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Giornalista pubblicista e psicologa, ha unito la sua capacità di ascolto e empatia alla sua passione per la scrittura, cominciando a raccogliere storie di vita. Scrive per testate locali romagnole e per blog su immigrazione, sociale, arte e benessere.
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