Storie di badanti | Mihai5 min read

3 Gennaio 2022 Società -

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Psicologa e giornalista

Storie di badanti | Mihai5 min read

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Il lavoro domestico in Italia impiega 850 mila lavoratori e lavoratrici, per il 70% stranieri/e e per l’89% donne. Contando anche il lavoro sommerso, il numero sale a due milioni. Tra le righe di questi numeri vivono le persone, e le loro storie. Ne abbiamo raccolte alcune.

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Mihai Afilipoaiei | Foto: Barbara Gnisci

Rosso, giallo e nero sono i colori che contraddistinguono il fuoco. Il fumo, l’aria irrespirabile e il caos sono le caratteristiche di un incendio. Disperazione, rabbia e fallimento sono i sentimenti che provi quando a prender fuoco sono i sacrifici di una vita. È il 2000, quando l’imprenditore Mihai Afilipoaiei vede andare in fiamme la sua ditta di legname: «Ancora oggi non abbiamo scoperto le cause di quanto è successo e quest’estate sono tornato in Romania per chiudere alcune pratiche che ancora si trascinano, nonostante il passare del tempo».

Tutto questo tempo, Mihai lo ha trascorso in Italia, cercando di ricostruire un futuro per sé e per la sua famiglia: «Nel 2003 mia moglie e io ci siamo trasferiti in Abruzzo. Lei in Romania faceva l’insegnante, ma il suo stipendio non bastava per mantenere i nostri figli, che all’epoca erano ancora al Liceo. Abbiamo cercato in tutti i modi di pensare a loro, di fare la scelta giusta che potesse preservare i nostri ragazzi».

Inizialmente la moglie lavora come badante e Mihai nell’agricoltura: «Lavoravo dalle 6 di mattina, a volte fino alle 23 di sera. Erano turni di lavoro estenuanti. In quel periodo mi sono anche procurato una frattura alla schiena che ha compromesso la mia salute, ancora adesso ne pago le conseguenze. Il mio corpo è come quello di un uomo molto più anziano».

Dopo un anno e mezzo, la coppia si trasferisce in Emilia Romagna: «Il datore di lavoro di mia moglie è venuto a mancare e, grazie all’aiuto di sua nipote, lei ha trovato un posto in Romagna, dove l’ho seguita anche io».

Anche Mihai comincia a lavorare come badante: «Mi sono preso cura di un signore per più di tre anni. È stata un’esperienza molto impegnativa. Lui gridava di giorno e di notte, centinaia, migliaia di volte. Ripeteva continuamente il mio nome: “Michele, Michele” diceva. E allora io andavo da lui a vedere di che cosa avesse bisogno, e lui rispondeva che non mi aveva mica chiamato. Non avevo mai pensato nella mia vita che avrei fatto questo lavoro. Non posso dire che non ne fossi capace, ma questa non era la vita che mi ero immaginato, non gli si avvicinava nemmeno lontanamente».

Successivamente Mihai fa diversi lavori stagionali, persino in un campeggio, e poi decide di frequentare un corso e prendere la qualifica di OSS: «Tanto valeva specializzarmi, visto che comunque mi viene bene prendermi cura degli altri. Per un certo periodo ho anche lavorato in una clinica, ma poi ho scelto di tornare a fare il badante».

Nel frattempo anche i suoi figli si sono trasferiti in Italia: «Oggi i miei figli di 35 e 37 anni vivono a Taranto; lui fa il commercialista; lei, che è sposata e ha tre figli, dà una mano al marito nella sua attività. Entrambi hanno studiato, lei si è persino presa una seconda laurea quando si è trasferita a Bari. Ogni anno d’estate, finita la scuola e poi l’Università, venivano in Italia a lavorare. Sono sempre stati dei ragazzi molto seri con un grande senso del lavoro, dell’impegno e della responsabilità. Dalla prima elementare fino al secondo Liceo, mio figlio è sempre stato il primo della classe. Solo una volta, in seconda ha ottenuto il secondo posto, per poi tornare al primo. In Romania, la scuola è molto competitiva e difficile. Loro sono il mio orgoglio».

Al momento Mihai ha un lavoro part time: «Ho un contratto con un’agenzia che si occupa di badanti. Abbiamo preso una casa in affitto. Maria Grazia, la signora che seguo, ha 88 anni, e prima di me aveva cambiato 5 o 6 persone, ma nessuno rimaneva, perché a lei non piaceva nessuno. Invece io sono sei anni che sono con lei».

La vita in Romagna procede abbastanza tranquilla per Mihai e sua moglie: «Ci siamo sempre trovati bene, non abbiamo mai avuto particolari problemi con le persone del posto. Per molti versi siamo simili. Fino a prima della pandemia, la nostra vita sociale era molto più attiva. Partecipavamo a svariate attività dell’Associazione Romania Mare, che rappresenta il nostro paese qui. Io frequentavo la scuola di musica, mi piace suonare il sassofono e il clarinetto. Adesso è tutto un po’ cambiato, i tempi sono più dilatati e gli impegni anche».

L’idea di tornare in Romania si fa sempre più remota: «Quando una persona nasce in un paese, ovunque andrà, un po’ di anima rimarrà nel luogo natale. Noi siamo di una piccola città, che piano piano si sta trasformando in un posto dove andare in vacanza. All’inizio pensavo che saremmo tornati presto, dopo qualche anno, una volta messo da parte qualche soldo per l’istruzione dei nostri figli. Avremmo fatto ritorno a casa, pensavamo, ma adesso non credo che questo accadrà. Se non ci fosse stato quell’incendio, oggi sarei un’altra persona, con una vita completamente differente. La mia più grande soddisfazione è la realizzazione dei miei figli. Chissà, forse ci trasferiremo da loro, a Taranto c’è un appartamento che è tutto nostro».

Quando si vive fuori dalla propria terra i codici con cui si interpreta la realtà circostante si allentano e quando si torna, diventa sempre più arduo comprendere il contesto: «Ora in Romania non so più esattamente come si viva. Ci vado poco. I figli dei miei fratelli sono tutti laureati e sembrano vivere abbastanza bene, ma non credo che sia come qua. Prima della caduta di Ceausescu c’era un equilibrio, c’era qualcosa più o meno per tutti. Di sicuro, c’era sicurezza e ordine pubblico. Non si aveva paura della delinquenza. Appena commettevi qualcosa, andavi direttamente in carcere. E tutti avevano un lavoro. Ma c’erano anche tante restrizioni, perché lo Stato voleva andare in paro con i debiti e allora via al cibo razionato. L’obiettivo è stato raggiunto nell’88, ma nel frattempo non c’era stato un grande sviluppo. Inoltre, non potevi uscire dal paese, solo gli uccelli e i diplomatici, secondo le direttive del partito comunista, potevano farlo. E non era pensabile esprimersi contro il regime. Adesso è tutto diverso, ma di questa diversità non ne sono più parte, almeno non completamente».

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Giornalista pubblicista e psicologa, ha unito la sua capacità di ascolto e empatia alla sua passione per la scrittura, cominciando a raccogliere storie di vita. Scrive per testate locali romagnole e per blog su immigrazione, sociale, arte e benessere.
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