Storie di badanti | Elena6 min read

27 Agosto 2021 Società -

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Psicologa e giornalista

Storie di badanti | Elena6 min read

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Il lavoro domestico in Italia impiega 850 mila lavoratori e lavoratrici, per il 70% stranieri/e e per l’89% donne. Contando anche il lavoro sommerso, il numero sale a due milioni. Tra le righe di questi numeri vivono le persone, e le loro storie. Ne abbiamo raccolte alcune.

elena costan
Elena Costan | Foto: Barbara Gnisci

È colmo di riconoscimento il cuore di Elena, che ha fatto la badante per tre anni appena arrivata in Romagna e che poi è riuscita a prendere in mano la sua vita e a vedere realizzare la promessa dei suoi genitori: “Studia perché un giorno avrai molto più di noi”. Così le dicevano quando era piccola.

Elena Costan, 59 anni, rumena, che vive e lavora a Faenza, arriva a Forlì nel 1993 per raggiungere suo fratello, dopo un lungo periodo di difficoltà vissuto nel suo paese: «Sotto la dittatura di Ceausescu – racconta Elena – ai laureati venivano assegnati tre anni di lavoro senza poter scegliere dove andare. Io che avevo studiato ingegneria tessile, mi ritrovai insieme a mio marito ad Abrud, un paese tra le montagne a 12 ore di macchina dalla nostra città, Iasi, al confine con la Moldavia. Dopo solo 10 mesi nacque il nostro primo figlio e fummo costretti a fare i pendolari per andare a trovarlo mentre viveva con i nonni”.

Per fortuna, prosegue Elena, il datore di lavoro si mostrò molto comprensivo. «Ogni due o tre mesi mi organizzava un viaggio di lavoro, come delegata della fabbrica, e così potevo tornare da mio figlio. Ricordo lo strazio di quel periodo. Adorian, il nostro primogenito, era nato con il labbro leporino, da allora ha affrontato ben 12 interventi, di cui 4 in Ucraina. Dopo aver partorito, piangevamo giorno e notte, non c’era modo di dargli il latte, lo facevamo con un cucchiaio, ma ne ingeriva poco. Un’assistente sociale era venuta a casa nostra a dirci che se gli fosse successo qualcosa, sarei andata in galera. Era così al tempo di Ceausescu, se i figli morivano era per negligenza tua».

Finiti i tre anni, Elena e suo marito si trasferiscono in un’altra città romena, Dorohoi. Lei trova lavoro in un’altra industria tessile e lui nelle Ferrovie: «Inizialmente stavamo benissimo, vivevamo come signori, ma poi nel 1989 scoppiò la Rivoluzione e con la caduta di Ceaucescu vedemmo sgretolare tutto quello che avevamo costruito insieme al resto del Paese. Un giorno venni chiamata in direzione e mi dissero che in quanto responsabile del reparto e considerata la situazione di crisi che stavamo vivendo, dovevo dire a 3 dei 12 dipendenti che non ero soddisfatta del loro lavoro e che dal giorno dopo, sarebbero rimasti a casa. Era un ordine, un ordine militare, ma la mia coscienza si rifiutò di obbedire. Gli proposi allora di organizzare un concorso interno: chi non l’avesse superato, avrebbe perso il posto. Loro mi risposero che avrebbero organizzato la selezione, ma che dopo quei tre dipendenti, a perdere il posto sarei stata io”.

Intanto anche il marito di Elena era stato licenziato. «Quello che ci ha salvato è stata la mia seconda gravidanza, prima che mi licenziassero scoprii di essere nuovamente incinta e, a causa di alcune minacce di aborto, il dottore mi mise in maternità anticipata».

In un modo e nell’altro la coppia resiste unita in Romania fino al 1993: «A un certo punto non c’era più nulla da mangiare. Mi ricordo che avevamo patate grandi come noci, piselli, e una porzione di pane al giorno. Mio marito cominciò a cercare lavoro anche in altri paesi come Austria, Russia, ex Yugoslavia. Niente da fare. Allora gli dissi che ci avrei pensato io».

Elena, con l’aiuto di suo fratello, prende la patente, studia l’italiano mentre è incinta del suo terzo figlio e quando questo ha nove mesi parte per l’Italia, sapendo che avrebbe fatto la badante.

Ero arrabbiata, disperata, amareggiata. Sentivo tutto così ingiusto. Le parole dei miei genitori “studia, studia che diventerai qualcuno” mi si rivoltarono contro. Il mio cuore diventò di ghiaccio. Quel giorno lasciai i miei figli senza versare neanche una lacrima, perché ero così vigile e determinata che sapevo che ce l’avrei fatta, soprattutto per loro.

Elena arriva in Romagna dopo un faticoso viaggio durato tre giorni: «Il biglietto mi era costato all’incirca 700 dollari, soldi che avevo preso in prestito, e se consideriamo che uno stipendio come il mio in Romania si aggirava intorno ai 100, non potevo proprio permettermi di sbagliare».

Dopo neanche due settimane dal suo arrivo, comincia a lavorare per due anziani signori: «Mi presi cura di una “nonnina“ malata di Alzheimer e del marito che aveva una paralisi alla parte destra del corpo. Ricordo che se accompagnavo lui in bagno, lei scappava di casa; e se invece stavo dietro a lei, lui combinava un disastro mentre tentava di prendersi cura di sé. È stato un periodo difficile, ma che mi ha insegnato e dato tanto. Scelsi la situazione più difficile, perché non volevo rischiare nulla, sapevo quello che si diceva delle donne dell’Est e di come molte di loro erano state ingannate».

Dopo un anno e mezzo Elena ottiene il nulla osta per ricongiungersi con suo marito e dopo 5 anni arrivano anche i loro tre figli: «Mi ricordo di una sera in cui avevamo finito di lavorare ed eravamo di ritorno dalla spesa. Mi prese una malinconia così forte che mi sentii morire. Non facevo altro che pensare ai nostri bambini. Riuscivamo ad andare a trovarli una o due volte all’anno. Ogni volta che andavamo via, e chiamavamo dopo 10 ore di viaggio prima di uscire dalla dogana dell’Ungheria, Adriana, la nostra seconda figlia, piangeva ancora. Era uno strazio per tutti. Il piccolo si era inserito bene a casa della zia, dove risiedevano, mentre il grande faceva buon viso a cattivo gioco».

In quegli anni, Elena trascorre il suo tempo libero leggendo libri in italiano e trascrivendo le parole sconosciute su un quaderno, grazie a una vicina di casa che le presta dei romanzi: «Un giorno accadde una cosa che mi cambiò la vita. Avevo cominciato a frequentare un corso di italiano per stranieri tenuto da volontari e all’ultimo incontro espressi le mie considerazioni e i miei ringraziamenti. Venni notata da una professoressa di francese (si potevano imparare più lingue, io studiavo anche inglese) che dopo aver saputo che non potevamo far venire qui i nostri figli, perché i requisiti necessari erano una casa da 90 metri quadri e una denuncia dei redditi da 27 milioni, ci aiutò a trovare un nuovo lavoro. Io e mio marito diventammo i custodi di uno stabilimento, dove io lavoravo anche come macellaia”.

Comincia così una nuova tappa della sua vita e dopo tre anni arrivano finalmente i bambini: “Il mio è stato un bel percorso, costellato di incontri fortunati”. Ma la caparbietà di Elena non si esaurisce: “Dopo qualche anno a sviscerare polli e tacchini che mi procurarono dolori lancinanti al braccio e alla spalla, mi metto a cercare un altro impiego. Approdo a un Sindacato che mi indirizza al Settore Sanitario, proprio perché mi ero presa cura precedentemente di due persone anziane. Entro così in una Cooperativa di Faenza e comincio a fare l’assistente in una casa di riposo e nel 2004 ottengo la riqualifica per diventare operatore socio-sanitario”.

Oggi, Elena lavora come OSS in una casa di cura di Faenza e ci tiene a ringraziare tutti i suoi colleghi e gli ospiti che la riempiono quotidianamente di affetto. L’azienda di suo marito è fallita a causa del Covid. Adorian, Adriana e Iulian, ormai grandi, si stanno costruendo un futuro.

Mio marito e io siamo come le rocce, i fulmini e gli altri agenti atmosferici le macinano un po’, ma rimaniamo sempre dei colossi. Avevano ragione i miei genitori, valeva la pena studiare. Io ce l’ho fatta. Nella vita ci sono riuscita alla grande!

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Giornalista pubblicista e psicologa, ha unito la sua capacità di ascolto e empatia alla sua passione per la scrittura, cominciando a raccogliere storie di vita. Scrive per testate locali romagnole e per blog su immigrazione, sociale, arte e benessere.
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