Storie d’azzardo | Giusy4 min read

27 Novembre 2020 Dipendenze -
Barbara Gnisci

di -
Psicologa e giornalista

Storie d’azzardo | Giusy4 min read

Reading Time: 3 minutes

Gli italiani spendono oltre 100 miliardi l’anno nel gioco d’azzardo. I giocatori problematici sono oltre 1,5 milioni. La ludopatia è una vera e propria dipendenza, con costi sociali ed economici altissimi. Abbiamo raccolto le storie di alcune persone ludopatiche; le storie sono vere, i nomi di fantasia.

Io giocavo per vincere soldi. Non mi importava del gioco in sé, ma di tutto quello che avrei potuto comprare. Non mi bastava un rossetto, ne volevo tre o quattro. Non andava bene un maglione, dovevo averne di più. Tutto quello che compravo non bastava mai, non ne ero mai sazia.

Un giorno Giusy esce di casa dicendo di andare al lavoro, ma invece vuole andare a morire nello stesso posto dove suo padre si è suicidato anni prima. Ha più di 100 mila euro di debiti. Una parte con la banca e una parte con la sua azienda. A loro, li ha rubati: “A un certo punto mi sono accorta di quello che avevo fatto, di quanto la situazione mi fosse sfuggita di mano. Volevo solo sparire”.

Giusy beve due bottiglie di candeggina e le vomita tutte. È sola sul pavimento della cucina della casa di quando era piccola. C’è arrivata di sera, dopo aver vagato tutto il giorno in macchina. La mattina dopo prende un treno e sparisce per qualche settimana.

Quando torna a casa tutti fanno finta di niente: “Avevo lasciato i miei figli per così tanto tempo, ma nessuno mi ha detto o chiesto niente. Mia figlia però da allora non mi guarda più in faccia e mi parla solo per chiedermi di stirarle una maglietta o di cucirle qualcosa”. ‘Ti ho ripreso in casa – le dice il marito – solo per lavare e pulire. Poi vai a lavorare e per il resto fai quello che ti pare’.

Giusy cresce in una famiglia molto rigida. Sono gli anni ottanta quando si affaccia all’adolescenza: “Ho fatto ragioneria perché i miei volevano così. D’estate lavoravo in un bagno al mare e appena finita la scuola sono andata in uno studio a fare la segretaria. Io non ho mai avuto un soldo di quelli che guadagnavo. Lo stipendio passava direttamente sul conto di mio padre”.

Niente amici, né uscite, né vestiti, né libri. Niente che potesse farla sentire simile ai suoi coetanei: “Io ero molto silenziosa, alcuni dei miei compagni di scuola non sapevano nemmeno quale fosse il suono della mia voce. Mio fratello, lui sì che era bravo, lui si ribellava”. A casa di Giusy sembra decidere tutto suo padre, ma in realtà dietro a tutto, c’era sua madre: “Mio padre era succube di lei. E a un certo punto non ce l’ha fatta più. Si è ammazzato”.

Quando ha 25 anni, Giusy incontra Ettore e i due si sposano. Per lei è un modo di liberarsi del controllo di quella famiglia che l’aveva tenuta stretta fino a non permetterle di respirare: “A un certo punto potevo fare tutto quello che volevo. Lavoravo e potevo comprare tutto. Ma mi accorsi presto che non riuscivo più a gestirmi”.

Giusy per i primi anni ha una vita matrimoniale abbastanza tranquilla. Spende molti soldi, ma ne guadagna anche. Poi subentra un mutuo a suo carico e, in seguito, due figli: “Ho iniziato a giocare al Lotto perché c’era un mio collega che lo faceva. Quando ho visto che vincevo, sono passata alle slot machine, al superenalotto, al Gratta e Vinci, alla Tombola e anche alle scommesse. Con quei soldi compravo giochi e vestiti ai miei figli. Loro dovevano avere tutto. Dovevano essere come tutti gli altri”.

Piano piano la situazione economica si complica, ma con le finanziarie riesce a mettere tutto a tacere: “gestivo un’azienda, i miei capi si fidavano ciecamente di me. Avevo carta bianca su tutto e proprio per questa grande libertà alla fine mi sono messa nei guai”.

Giusy ha sottratto dei soldi all’azienda, il suo datore di lavoro l’ha denunciata e ne è seguito un processo, anche se in seguito la denuncia è stata ritirata.

Quando sono andata in Tribunale io non sono riuscita a guardarli in faccia. Ho tenuto lo sguardo basso per tutto il tempo. La vergogna e l’umiliazione erano insostenibili.

Da molto tempo Giusy non gioca e per un certo periodo si è recata in un centro tre volte a settimana per scontare la sua pena: “io li brucerei i soldi piuttosto che metterli lì” dice convinta. Da qualche mese fa la badante tutto il giorno e poi torna a casa dove tende a vivere in disparte, come se non ci fosse, nell’ombra di ciò che è stato.

Solo suo figlio la cerca e, con la goffaggine di un bambino che sta vivendo una tragedia immensa, tenta di avvicinarsi, di cercare calore: “Se c’è una pizza di classe di mio figlio, oppure la domenica la partita di pallone, io non vado. Penso che non mi vogliano. E io al momento mi vergogno troppo”.

Giusy esce di casa da sola, a volte, la sera, all’ora del tramonto, e cammina guardando le nuvole nel cielo.

Quanto giocano gli italiani? A cosa? Chi ci guadagna? Tutti i numeri del gioco d’azzardo in Italia

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Barbara Gnisci

Giornalista pubblicista e psicologa, ha unito la sua capacità di ascolto e empatia alla sua passione per la scrittura, cominciando a raccogliere storie di vita. Scrive per testate locali romagnole e per blog su immigrazione, sociale, arte e benessere.
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