Eldorado Argentina | La storia di Rinaldo

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Tra fine Ottocento e inizio Novecento milioni di italiani sono emigrati all’estero, molti in Argentina. Prima che le loro storie finiscano per essere dimenticate, sono andato dall’altra parte dell’oceano e ne ho raccolte alcune, che verranno pubblicate con cadenza mensile su Le Nius in questi ultimi mesi del 2019. Qualcuno leggerà delle storie di vita intense, qualcuno ci troverà dei collegamenti alle migrazioni di oggi, altri ci troveranno delle differenze, altri ancora apprezzeranno i valori del nostro paese. Qui tutti gli articoli.

storia di rinaldo montesanto
Rinaldo Montesanto | Foto: Luca De Marchi

Attraversando la Patagonia verso la punta a sud, la prima città importante è Puerto Madryn. Fondata da gallesi, qui la presenza dei migranti e dei loro figli è stata essenziale per lo sviluppo e per questo nella Plazoleta de las Banderas ogni quattro settembre si festeggia il Día del Inmigrante. In piazza vengono esposte le bandiere delle comunità originarie della zona e di quelle installatesi nel tempo ed esponenti della città ricordano come l’Argentina sia una terra cresciuta grazie ai migranti.

«Tutto questo era deserto e lo ricordo quando ci passai per raggiungere Comodoro Rivadavia, a poco più di quattrocento chilometri a sud. Furono tre lunghi giorni di viaggio su una strada completamente sterrata e questa era il primo grande centro abitato che si incontrava dopo Buenos Aires e Bahía Blanca» racconta Rinaldo Montesanto, uno dei tanti italiani che arrivarono nel paese a causa dell’assenza di prospettive nell’Italia del dopoguerra.

La strada che connette Buenos Aires a Comodoro Rivadavia passando per Puerto Madryn oggi è la numero tre ed è una vena di asfalto che sembra infinita nel mezzo del deserto patagonico. «A quella strada ci lavorarono anche le braccia di molti immigrati. Comodoro era una città di porto e grazie a loro divenne un importante centro di commercio e di trasporto. Oggi ospita uno dei principali distretti petroliferi argentini».

Quando nel 1960 ci andò a vivere Rinaldo, però, era solo una piccola città di 35 mila abitanti circondata dal nulla. «Non avevo paura di restare solo, ho sempre avuto una grande capacità ad adattarmi e ho sempre voluto arrangiarmi, ma devo riconoscere che l’impresa dove lavoravo mi aiutò molto: mi fornì l’alloggio e uno stipendio di quindicimila pesos argentini».

Non incontro Rinaldo Montesanto a Puerto Madryn né a Comodoro Rivadavia, ma in un’altra città della Patagonia chiamata Neuquén. Casa Montesanto consiste in una cucina, due salotti e un enorme garage adibito a officina e giardino: «Molte parti della casa, come la scalinata per andare al piano di sopra, le ho costruite io» mi dice in uno spagnolo dal forte accento italiano.

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Rinaldo Montesanto nella sua casa a Neuquén. Foto: Luca De Marchi

Il signor Montesanto nasce nel 1925 a Marina Palmense, una piccola frazione di Torre di Palme, nelle Marche. «Iniziai a lavorare quando imparai a camminare» racconta ridendo. Lavorava nell’agricoltura in un campo che però produceva poco e che viveva di solo sforzo umano. «Eravamo in tanti e, in base all’età, avevamo dei compiti diversi» racconta.

«L’Italia era in una situazione diversa da quella di oggi, spesso neanche si usavano i soldi ma si barattavano un paio di scarpe con i cereali». Mi indica una casa dall’altra parte della strada: «Lì viveva un colonnello che un giorno si svegliò e disse alla famiglia che se ne sarebbe andato dall’Italia. Non sapeva dove ma sapeva che non sarebbe tornato». Quando gli chiedo di parlarmi di più dell’Italia di quel tempo, afferma: «L’età non mi permette di ricordare tutto con lucidità ma, insomma, se me ne sono andato è perché a un certo punto ero in ginocchio».

Allo scoppio della Seconda guerra mondiale Marina Palmense diventa un campo di aviazione e Rinaldo ha poco più che quindici anni. «Di notte sentivo le barche, di giorno gli aerei. Un giorno sganciarono nove bombe. Alla guerra bisogna essere preparati e io non lo ero».

Dopo la guerra Rinaldo si ritrova senza più un futuro e comincia a prepararsi psicologicamente alla partenza. Durante la Prima guerra mondiale due suoi zii si erano trasferiti uno in Canada e uno in Argentina. «Muoversi dove si hanno dei contatti è più facile, poi molta gente era venuta in Argentina, persone sole che col tempo avevano invitato l’intera famiglia a trasferirsi». Rinaldo si descrive come una persona testarda:

I miei genitori mi dissero di non partire, ma io avevo preso la mia decisione.

Comincia così la sua avventura, a partire dalla preparazione di tutti i documenti necessari: «Uscire dal paese ed entrare in Argentina senza documento era impossibile, servivano certificati di condotta e ovviamente il passaporto. Ricordo che nell’ufficio passaporti c’erano i referenti di alcune imprese per andare oltreoceano».

Al CEMLA, Centro degli Studi Migratori Latinoamericani di Buenos Aires, il viaggio di Rinaldo è registrato: 25 anni, non coniugato, operaio di professione, partì da Genova con la barca Cabo de Buena Esperanza e arrivò a Buenos Aires il 20 marzo del 1950.

«Mi spostai a Genova con il treno e quando salii sulla barca avvertii un nodo in gola: quando sarei tornato?» racconta «Furono ventuno i giorni di viaggio e per fortuna ero abituato al mare per aver svolto il servizio militare in marina a Taranto». Rinaldo portò con se un baule di legno che aveva costruito da solo e che conteneva i suoi vestiti e una bicicletta smontata.

«Nella barca eravamo in duemila persone, ognuno con il suo posto letto e del cibo, anche se poco. Ricordo che molta gente aveva paura: a un certo punto sembrò che stava scoppiando un incendio e fu il panico totale. Io stavo giocando a carte con un compagno e non dimenticherò mai la sua faccia diventare pallida all’improvviso».

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Rinaldo Montesanto nella sua casa a Neuquén. Foto: Luca De Marchi

Quando arriva a Buenos Aires, lo zio lo sta aspettando. Rinaldo inizia subito a lavorare in una panetteria di origine marchigiana, poi in una carpenteria italiana per realizzare un vagone. Abita a San Nicolas in un quartiere pieno di italiani e dove è addirittura raro ascoltare qualcuno parlare in spagnolo. Sempre per lavoro si sposta vicino a Bahía Blanca, poi a Comodoro Rivadavia dove rimane nove anni.

Sono diversi i lavori che ha svolto Rinaldo e lo hanno portato a trasferirsi perfino in Perù per cinque anni. Nel frattempo conosce la sua futura moglie, mette su famiglia e si trasferisce infine a Neuquén, che allora contava solo quarantamila abitanti.

Rinaldo non pensò mai a tornare in Italia. «Me lo chiesero molte volte, ma cambiare una volta è difficile, cambiare due volte lo è ancora di più» spiega, poi aggiunge «Io sono un emigrante permanente, oggi ho una buona pensione e mi ritengo fortunato».

Allora chiedo a Rinaldo se non si è mai sentito di invitare la famiglia a venire con lui. «Mio padre non lo avrebbe mai accettato ed era vecchio. Nessuno lascia il proprio paese se non per una forte necessità». Quindici anni dopo, Rinaldo tornò in Italia per visitare la famiglia, stavolta in aereo. «Il mio vecchio mi abbracciò e mi disse: mi hai fatto uno splendido regalo, di venirmi a trovare ora che sono ancora vivo».

Eldorado Argentina: qui tutte le storie

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Nordico con le radici nel Sud, studia critica letteraria a Trento, insegna tedesco e italiano in Alto Adige e scrive per alcuni giornali locali. Ha lavorato per alcuni anni con persone di strada e migranti e vorrebbe scrivere di professione, perché pensa che siano le storie a dare senso al mondo. Il sogno? L'Africa.

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