Linee di confine | Storia di Lussia

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Questa storia è stata raccolta all’interno del progetto “Linee di Confine. Intrecci culturali e generazionali” che per mezzo di interviste a primogeniti di famiglie straniere, cene in casa loro e immagini fotografiche ha indagato la tematica delle seconde generazioni. L’obiettivo dell’Associazione Parole Nuove, promotrice del progetto, è quello di capire i sentimenti, i conflitti e gli stati d’animo che muovono le vite di genitori e figli nel sentirsi italiani e stranieri e nel percepirsi come parte di questa o quella cultura, di questa o di quella comunità. Qui tutte le storie.

storia di lussia
Lussia e la sua famiglia

Mi sento straniera quando i miei genitori fanno un errore mentre parlano italiano o cercano una parola che non trovano. Mi sento straniera quando fanno l’appello a scuola e il mio cognome, Gjata, suona diverso dagli altri. Allora sento una distanza che in genere non avverto, la sento anche se l’italiano è la mia lingua, anche se io gli errori li faccio in albanese.

Una cugina di mio padre, mentre mia madre era incinta, voleva chiamarmi Lucy. Ma mio padre no, disse che se un giorno fossimo tornati a casa quel nome l’avrebbero storpiato, pronunciato male. Quando mi chiedono se Lussia è un nome albanese devo spiegare che non lo è, che la mia famiglia se lo è inventato mescolando un po’ di cose come fosse a metà tra le lingue, chissà. Anche per mio fratello è successo così, lo hanno chiamato Richard, in inglese.

A me l’albanese piace. Quando andavo all’asilo lo parlavo bene ma ora lo sto perdendo, con i miei genitori mi viene da parlare in italiano e in Albania andiamo meno spesso di un tempo. A Elbasan ci sono ancora tutti: nonni, zii, cugini. Ogni volta che torno, anche se non sono nata lì, riaffiorano i ricordi, sento come un odore di infanzia, di quando tornavamo per le feste.

Riconosco le case, torno ad appartenere alle persone: io sono legata a loro, alle persone. E poi ai luoghi, alle cose. Al paese forse no e ho smesso di pensare a come sarebbe tornare, forse perché nemmeno io ci ho mai intravisto un futuro per me.

Quando avevo cinque anni i miei avevano progettato di lasciare l’Italia e tornare a casa, allora mi portarono dai nonni per tre mesi, in attesa di trasferirsi. Ma io, dopo un po’ di tempo, non volevo più stare, piangevo. Così mi sono venuti a prendere e quel progetto, nel frattempo, era già sfumato.

Oggi non mi capita più di sentire quelle battute stupide sui barconi, sugli albanesi delinquenti, che rubano. Ma l’ignorante è sempre dietro l’angolo. Do più retta ai curiosi, a quelli che fanno domande sull’Albania, un paese al quale continuo a tenere, anche se non è tutto come vorrei che fosse.

Abbiamo la bandiera, a casa. E una statuetta con l’aquila a due teste. “Che bel mare e che bei colli” mi dicevo quando siamo tornati l’ultima volta. Ma poi quanti paesaggi rovinati, quanti palazzoni costruiti a ridosso della spiaggia, quanta spazzatura in giro, quanti cani randagi, quante case mai finite di costruire. Mi piange il cuore a vedere tutta quell’incuria.

Eppure, strano a dirsi, se i miei genitori fossero rimasti, oggi saremmo senz’altro più benestanti. Qua mia mamma ha lavorato per anni, mio padre pure. E oggi sono in attesa di una nuova occupazione. Pensare che sono laureati entrambi, che in Albania avevano insegnato per un po’ a scuola. Mi dispiace che la situazione sia questa, mi fa sentire impotente, mi pesa.

Forse la mamma poteva mettersi più in gioco, forse ha pensato che l’occasione arrivasse da sola, forse è stata pigra qualche volta. Ma credo sia stata, come papà, anche sfortunata. E oggi, ogni tanto, a casa si parla dell’idea di spostarsi ancora, magari verso la Svezia.

Io non avrei problemi, io lo farei. Mi costerebbe perdere i legami, le amicizie, dover imparare un’altra lingua da zero. Ma sono obiettiva, questa situazione deve cambiare. E se non cambia rimanendo qui, dobbiamo andare via. Io non ho paura dei cambiamenti, in questo credo di assomigliare a mio padre, che è arrivato in Italia nel 2001, un anno prima della mamma.

Non so che genitori sarebbero stati, in Albania, non riesco a immaginarmeli diversi da così, permissivi quanto basta. Credo si siano adattati allo stile di vita delle famiglie italiane, ai loro comportamenti.

Quando osservo i genitori dei miei amici italiani, non vedo grosse differenze. Forse sono io, diversa dai miei coetanei. Se chiedo i soldi per il cinema, poi aspetto qualche settimana prima di chiederli di nuovo. Ho il telefono, ho i miei vizi, non mi manca nulla. Ma a pretendere di più, mi sentirei in colpa.

Mio padre spesso mi ricorda di quando era piccolo lui, fa riferimenti alla sua, di infanzia, all’autonomia che ha avuto precocemente, al fatto che si è saputo arrangiare molto presto. A me, quando vado, invece mi viziano tutti: sono giorni di coccole, di cibo a volontà.

Mi piacciono i peperoni ripieni di riso, mi piace il Tave me kos, la teglia con la carne e lo yogurt. Ci sono tanti piatti buonissimi che la gente associa alla Grecia ma che in realtà vengono dall’Albania.

Ecco, se i miei non fossero partiti forse ora nel mio presente ci sarebbe molto cibo. Ci sarebbero legami con la gente del posto. E nel futuro, chissà, l’Università di Tirana.

Alla fine non lo so, se mi sento italiana o albanese. Credo italiana. Ma certe volte nemmeno troppo.

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Parole Nuove è un’associazione che fa del potere del racconto il proprio manifesto. L’obiettivo è stimolare l'utilizzo di parole nuove con cui riguardare la propria storia, creando punti di vista alternativi, mettendo in scena competenze e abilità essenziali per lenire il dolore e trasformare il disagio in occasione di resilienza.

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