Linee di confine | Storia di Jomebelle

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Questa storia è stata raccolta all’interno del progetto “Linee di Confine. Intrecci culturali e generazionali” che per mezzo di interviste a primogeniti di famiglie straniere, cene in casa loro e immagini fotografiche ha indagato la tematica delle seconde generazioni. L’obiettivo dell’Associazione Parole Nuove, promotrice del progetto, è quello di capire i sentimenti, i conflitti e gli stati d’animo che muovono le vite di genitori e figli nel sentirsi italiani e stranieri e nel percepirsi come parte di questa o quella cultura, di questa o di quella comunità. Qui tutte le storie.

storia di jomebelle
Jomebelle con i genitori

Tu non hai ancora visto niente di me, la visuale dall’alto è molto più bella. Ci sto ancora lavorando.

Fa più o meno così una canzone che mi piace cantare. Io amo cantare, mi sento nella mia confort zone quando lo faccio, come quella volta che ho fatto un provino per un famosissimo talent show filippino. Ero a Roma, sono arrivata tra i finalisti italiani. Mi sono stupita di quanto fossi a mio agio. Io che, se tu mi dovessi chiedere di accennare qualcosa adesso, non lo farei. Io, così introversa e riservata.

Mi piace cantare anche le canzoni filippine, ripeto quelle che sento da mia mamma che le intona mentre cucina. Ho fatto anche danza, ma mi sono dovuta fermare. Alle medie ho preso lo streptococco e per più di un mese non ho camminato. Poi ho fatto la riabilitazione ma ho continuato solo a cantare.

Mi piacerebbe lavorare nello spettacolo, non in Italia, ma nelle Filippine. Lì, più di tutto, conta il vero talento, non come qua. Là, anche il Grande Fratello ha un valore educativo, sia per chi lo fa, che per chi lo guarda. Io qui non sarei la figura ideale. Sono proprio diversa, ed è per questo che non mi sento italiana al 100%. Anzi, io mi sento tutte e due. Non c’è una parte senza l’altra, perché, anche se sono nata qua, i miei genitori mi hanno cresciuta alla maniera filippina.

Mi chiamo Jomebelle, un nome inventato. Nasce dall’unione di quelli dei miei. Mio babbo si chiama Elpidio, ma tutti lo chiamano Jong. Mia mamma si chiama Amelia.

Ho 19 anni e frequento il primo anno dello Iaad di Bologna. Studio design del prodotto industriale. Mi sono iscritta perché ho avuto un’intuizione, un sesto senso e poi perché mi è sempre piaciuto disegnare, anche se alle superiori avevo smesso. Sono stati anni difficili, quelli.

In storia e filosofia non ero proprio portata, nonostante il mio impegno. Ho smesso di studiare le materie scientifiche per concentrarmi su quelle, ma con scarsi risultati. La prof. diceva a mia madre che ce l’avrei fatta, perché mi impegnavo, ma io mi sentivo la pecora nera, e non perché ero filippina, ma perché non ero brava a scuola. Ed è così che quando mi hanno ammesso allo Iaad ho pensato: “Finalmente riesco in qualcosa!”.

A scuola, soprattutto alle elementari, mi prendevano in giro, non perché fossi filippina. Avevo i baffi, il monociglio e il naso a patata. Mi chiamavano “mostro” o “scimmia”, poi alle medie la cosa è un po’ migliorata. È successo che mi abbiano detto “pulisci il tavolo”. Ma era solo per scherzare. I filippini sono conosciuti per essere dei domestici. Anche i miei genitori fanno questo lavoro, sebbene mia mamma nelle Filippine faceva la maestra.

Mia madre è arrivata in Italia nel 1995, aveva 20 anni, mio padre l’ha seguita tre anni dopo. All’epoca era un privilegio venire in Italia, anche se per fare i governanti. Lui si è innamorato di lei alle elementari. All’inizio lui faceva un po’ il bulletto e lei lo odiava, ma poi quando si è dichiarato e lei lo ha rifiutato, ci è rimasto malissimo. Allora mia madre che è di cuore buono lo ha accettato, ma non ne era convinta.

L’amore lo ha scoperto a distanza, quando era qui da sola e studiava l’italiano sul dizionario, parola per parola. Poi sono tornati insieme nelle Filippine per sposarsi, ma lo hanno fatto di nascosto, perché la sorella più grande di mia madre le aveva chiesto di aspettare. Sarebbe rimasta zitella se la sorella più piccola lo avesse fatto prima di lei. Da noi funziona così. L’uomo va a casa e si presenta ai genitori. Anche mio padre è un tipo un po’ all’antica ed è molto protettivo. Mia madre, invece, ha una testa più aperta, siamo come amiche e spesso fa da mediatrice tra noi due.

A 14 anni ho frequentato una scuola estiva nelle Filippine. “Lei è italiana, attenta, non guardarla”, dicevano alcune ragazze quando passavo. Sembrava quasi che fossi scesa dal cielo. Io sono come due figure diverse quando sono qua e quando sono là: di là sono alta, di qua sono bassa, lì sono bianca, qui sono scura.

Nelle Filippine non ci torno da sei anni. Siamo della provincia di Tarlac. Mi manca tutto. Mio nonno è morto da poco. Quando l’ho abbracciato, l’ultima volta che l’ho visto, era come se non volessi staccarmi da lui. “Dai che ci rivedremo”, mi ha detto. E invece non è stato così.

Dell’Italia mi piacciono l’innovazione e la concezione di migliorare e di non limitarsi; delle Filippine, invece, mi piacciono l’educazione e il rispetto. Io sono riservata come i filippini, ma so fare amicizia come gli italiani, anche se di amici ne ho pochi. Non mi dispiace il gruppo, ma preferisco il rapporto uno a uno. Ho un paio di care amiche. Esco poco, mi piace stare in famiglia. A volte mi chiedo:

E se fossimo rimasti nelle Filippine? Come sarebbero adesso le nostre vite?

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Parole Nuove è un’associazione che fa del potere del racconto il proprio manifesto. L’obiettivo è stimolare l'utilizzo di parole nuove con cui riguardare la propria storia, creando punti di vista alternativi, mettendo in scena competenze e abilità essenziali per lenire il dolore e trasformare il disagio in occasione di resilienza.

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