Eldorado Argentina | La storia di Ivano

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Tra fine Ottocento e inizio Novecento milioni di italiani sono emigrati all’estero, molti in Argentina. Prima che le loro storie finiscano per essere dimenticate, sono andato dall’altra parte dell’oceano e ne ho raccolte alcune, che verranno pubblicate con cadenza mensile su Le Nius in questi ultimi mesi del 2019. Qualcuno leggerà delle storie di vita intense, qualcuno ci troverà dei collegamenti alle migrazioni di oggi, altri ci troveranno delle differenze, altri ancora apprezzeranno i valori del nostro paese. Qui tutti gli articoli.

storia di ivano
Ivano Badiali | Foto: Luca De Marchi

Córdoba è la città più popolata dell’Argentina dopo Buenos Aires e si trova nella zona centrale del paese, ai piedi della catena montuosa chiamata Sierra Chicas. Oggi centro tecnologico del paese grazie alla presenza del centro spaziale e delle multinazionali di elettronica, Córdoba ospita l’università più antica del Sudamerica e fu una delle mete argentine più raggiunte dai migranti per la presenza di industrie aeronautiche, automobilistiche e ferroviarie. Tra questi migranti arrivò anche Ivano Badiali, nato ad Ancona nel 1946.

«In Italia mio padre era mezzadro, eravamo quattro famiglie in otto ettari di terra» racconta. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale papà Gino si spostò al fronte e visse una serie di esperienze traumatiche: quando rientrò nel 1945, fuggendo a piedi da un treno che da Venezia lo avrebbe portato in Jugoslavia, pesava quarantotto chili.

«Quando arrivò a casa dopo nove anni già si parlava di una terza guerra mondiale, così decise di fuggire in Argentina per raggiungere dei cugini venuti negli anni Venti». Nel baule infilò ciò che di più importante aveva: una bicicletta Bianchi smontata e una fisarmonica.

«La sua famiglia reagì male, ma io oggi penso che sia stato coraggioso» spiega Ivano. In Argentina Gino cominciò a lavorare come agricoltore, voleva accumulare i soldi per pagare il viaggio al resto della famiglia, che lo raggiunse un anno dopo. «Per pagarci i biglietti però alla fine dovette vendere bicicletta e fisarmonica».

Partiti nel febbraio del 1952 con un baule pieno di biancheria e lenzuola, il viaggio non fu facile perché la madre e un fratello di Ivano soffrivano il mal di mare. Quando arrivarono a Córdoba, scoprirono che non c’era spazio per loro. «Dormivamo dentro una carrozza al pianterreno, mamma si lamentava che eravamo ancora più poveri di prima». Il padre trovò infine un posto dove dormire nel rancho [fattoria latinoamericana, ndr] di una famiglia di Latina: «Dovevo fare otto chilometri al giorno per andare a scuola» ricorda Ivano.

Iniziò un periodo di duri sacrifici: il padre Gino comprò un terreno e iniziò a costruirci la nuova casa che avrebbero abitato, ma nel frattempo lavorava in una fonderia e curava le terre di una famiglia spagnola. Ivano ricorda bene quei tempi: «Nonostante la stanchezza, papà costruì la casa mattone dopo mattone per otto anni. Intanto vivevamo nella miseria: il mio primo materasso fu un tessuto riempito di foglie di mais».

Una volta finita la casa, la famiglia si trovò con un suo spazio e un orto, un pollaio e uno spazio per i conigli. «Mamma diceva sempre che tre cose non le dovevano mancare: l’olio, la farina e il sale» spiega Ivano che, visibilmente commosso, così la ricorda:

La cosa che mi faceva più male era tornare a casa e vederla leggere le lettere dall’Italia. Piangeva come una bambina.

Ivano dopo la scuola elementare cominciò a lavorare come facchino in un hotel, «le valigie erano più grandi di me» ricorda ridendo. Il padre lo portò in un laboratorio metallurgico: «‘Non pagatelo ma insegnateli il lavoro’, disse ai datori di lavoro». Quando si presentò l’opportunità di frequentare una scuola tecnica serale non se la lasciò scappare: «Siccome gli orari del lavoro coincidevano in parte con quelli della scuola e i miei capi decisero di non venirmi incontro, mio padre si sacrificò e nonostante avesse già due lavori, iniziò a coprirmi per un’ora al giorno».

Quando Ivano si sposò aveva 24 anni, aveva concluso la scuola serale e studiava all’Università Tecnica Nazionale di Córdoba. «Al lavoro mi pagavano bene, mi comprai una Fiat 800 coupé. Dalle sette di mattina a mezzanotte ero impegnato fuori casa tra lavoro e università» spiega con orgoglio.

Quando il lavoro non lo soddisfaceva più, tuttavia, Ivano lo lasciò e all’età di 32 anni decise di mettere a frutto ciò che aveva imparato grazie agli stimoli del padre: aprì così un laboratorio di macchine di stampa. «Chiesi il supporto della mia famiglia: mamma mi aiutava con il cibo, mia suocera ci faceva gli abiti». Quel laboratorio è oggi l’impresa Inmeba Srl, che produce ed esporta macchinari e utensili in tutta l’America: «Disegniamo e stampiamo celle robotiche, dispositivi, calibri di controllo speciali, matrici, stampi e pezzi speciali».

storia di ivano
Ivano Badiali nella sua impresa | Foto: Luca De Marchi

«Questo lavoro lo devo a papà» ammette Ivano «mi ha insegnato due cose: il senso del sacrificio e a non mettere mai in secondo piano i propri sogni». “Il mondo è di chi ha il coraggio di sognare” è il motto che Ivano ha fatto suo per la propria vita. «Migrare significa trovarsi di fronte a opportunità che non si possono perdere. Ci sono migranti che hanno voglia di mettersi in gioco e altri che no. Non bisogna avere paura del nuovo: bisogna studiare e seguire le proprie ambizioni. Se sei un migrante e hai voglia di fare ce la fai, se non hai voglia fallisci».

Oggi Ivano continua ad avere rapporti con l’Italia. «Mio padre tornò vent’anni dopo la partenza ma rimase deluso e non tornò più» spiega «diceva che l’Italia di “O sole mio” non esiste più e che tutti erano diventati in concorrenza con tutti e che si era persa l’armonia della famiglia». Ivano tornò dopo ventitré anni a trascorrere cinque mesi in giro per l’Europa con gli amici.

Alla frontiera del Brennero baciai il terreno

racconta e, mentre parla, si commuove di nuovo: «In casa salta sempre fuori l’Italia. Ho sempre chiamato i miei parenti per venire qui a trovarci, che a papà avrebbe fatto immensamente piacere, ma non è mai venuto nessuno».

Ivano vive un forte orgoglio per la sua famiglia e per la sua provenienza, è stato vicepresidente della Camera di Commercio di Córdoba e presidente dell’Associazione marchigiana: «Oggi le mie figlie amano l’Italia e il mio nipotino di nove anni al supermercato vuole sempre comprare prodotti italiani. Ma quando vado in Italia ormai sono uno straniero e la verità è che qui in Argentina i ragazzi di terza e quarta generazione cominciano a perdere la connessione con le proprie radici».

Eldorado Argentina: qui tutte le storie

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Nordico con le radici nel Sud, studia critica letteraria a Trento, insegna tedesco e italiano in Alto Adige e scrive per alcuni giornali locali. Ha lavorato per alcuni anni con persone di strada e migranti e vorrebbe scrivere di professione, perché pensa che siano le storie a dare senso al mondo. Il sogno? L'Africa.

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