Italiani senza cittadinanza | La storia di Hamilton5 min read

16 Aprile 2020 Cittadinanza -

Italiani senza cittadinanza | La storia di Hamilton5 min read

Reading Time: 4 minutes

Negli ultimi anni si è parlato molto di riforma della cittadinanza. Migliaia di ragazzi e ragazze nati/e in Italia, o in Italia fin da piccoli/e, non possono infatti con le norme attuali diventare italiani/e. Ma cosa comporta vivere in Italia senza avere la cittadinanza italiana? Che impatto ha questa condizione sulla vita di chi la vive? Lo stiamo chiedendo proprio a loro, italiani e italiane senza cittadinanza. Qui tutte le storie.

hamilton infermiere
Hamilton in tenuta da infermiere

La pandemia da Covid-19 ha evidenziato l’importanza del lavoro di medici e infermieri, dipinti come eroi ma in realtà sempre in prima linea per sconfiggere malattie spesso in situazioni di carenza di risorse. Tra costoro ci sono anche italiani senza cittadinanza, come Hamilton, pronti a servire il nostro paese nonostante gli ostacoli che trovano per diventarne cittadini.

Siamo parte integrante di questo paese: ignorarci non è giusto.

Ha scritto qualche giorno fa Hamilton, infermiere albanese in Italia da 17 anni, in una lettera alle istituzioni italiane per sensibilizzare sulla questione della cittadinanza, in modo che venga riconosciuto l’impegno di tutti coloro che stanno supportando il paese in questa difficile situazione.

Abbiamo raggiunto Hamilton per farci raccontare la sua storia di italiano senza cittadinanza, in questo momento così intenso della sua vita. Hamilton ha 27 anni ed è arrivato in Italia dall’Albania quando ne aveva 10 per raggiungere, insieme al padre, la madre e la sorella che già vivevano in Puglia insieme ad altri parenti. Oggi lavora come infermiere a Firenze e, sebbene risieda in Italia da tanti anni, non ha ancora la cittadinanza italiana.

Del suo arrivo in Italia Hamilton ha ricordi sbiaditi; ricorda la confusione iniziale e il dispiacere di aver lasciato i parenti e gli amici in Albania, ma anche l’entusiasmo per la nuova avventura che gli si prospettava davanti. «Trani, la città in cui ho vissuto per circa 12 anni – afferma – è molto simile a Durazzo e, cosa fondamentale, è situata sulla costa adriatica. Per me il mare era il filo conduttore tra il mio passato e il mio presente».

Chiedo a Hamilton come è stata la sua esperienza a scuola; mi racconta che alla scuola media inferiore ha trovato tanti amici e, in particolare, il suo compagno di banco Niccolò che lo ha aiutato molto nel suo processo di adattamento al nuovo ambiente.

Le difficoltà sono cominciate durante il liceo, perché in questo periodo ha subito atti di bullismo, violenza verbale e fisica. L’educazione dei suoi genitori e il supporto degli amici, però, lo hanno aiutato in queste situazioni: «Ho capito che i bulli ti odiano perché tu hai qualcosa che loro sentono di non poter avere».

storia di hamilton
Hamilton

In Italia però Hamilton ha trovato anche tanta accoglienza. Eppure, dopo 17 anni di residenza, non ha ancora la cittadinanza italiana e il motivo principale è stata la difficoltà a stipulare un contratto di lavoro e raggiungere il requisito economico. Infatti, come abbiamo spiegato in questo articolo, i requisiti per richiedere la cittadinanza sono la residenza continuativa di 10 anni sul territorio italiano e una soglia minima di reddito dimostrata per gli ultimi 3 anni.

«A Trani, e in generale nel sud Italia – spiega Hamilton –, la parola “contratto” è un po’ come il mostro di Loch Ness: tutti credono che esista ma nessuno l’ha mai visto». Poi aggiunge che nemmeno a Firenze la situazione lavorativa è diversa, anche se un po’ più facile perché alcuni lavoretti saltuari gli hanno permesso di pagarsi gli studi. Solo dopo la laurea ha potuto firmare il primo contratto di lavoro.

Cosa ha comportato per Hamilton vivere senza cittadinanza italiana? Se per alcuni può essere poco più di un pezzo di carta, per lui si è rivelata una mancanza che ha impattato sulla sua vita, e questi sono solo alcuni esempi: senza cittadinanza non è riuscito ad andare in Erasmus in Inghilterra perché il visto è arrivato troppo tardi; senza cittadinanza fa più fatica a firmare un contratto di locazione perché di mezzo c’è il pregiudizio verso chi non è italiano in un contesto, quello di Firenze, dove trovare casa è già difficile di per sé.

Non si tratta però solo di una questione pratica ma anche, e soprattutto, identitaria: Hamilton si sente italiano. Quando gli italiani gli chiedono cosa gli cambia ad avere o meno la cittadinanza, lui risponde che cambia molto se ti senti propria la terra, i valori, la Costituzione e le tradizioni italiane. E aggiunge: «Non si diventa italiani grazie ad un pezzo di carta ma è un processo culturale e sociale. Per alcuni inizia dalla nascita, per altri a 10 anni, per altri a 30 anni».

Oggi Hamilton è infermiere. Lavora in un ospedale di Firenze, dove i casi di Covid-19 sono stati per ora limitati, ma il lavoro è comunque incessante perché non esiste solo questa epidemia, ma tante altre malattie e persone da assistere. In questo contesto, nell’ospedale, avere o non avere la cittadinanza non è un problema, ma lo diventa fuori a causa di una lunga e travagliata burocrazia.

Per questo Hamilton ha voluto rivolgersi alle istituzioni italiane proprio in questi giorni. Per lui, come per tante persone che vivono in Italia senza cittadinanza, la firma di Giuseppe Conte posta sui Decreti Sicurezza è stata una grande delusione, perché il primo, il decreto legge n. 113/2018 entrato in vigore il 4 dicembre 2018, ha reso più complicato l’iter per diventare cittadini italiani raddoppiando i tempi di attesa e aumentando i costi per l’istanza.

Hamilton, col senno di poi, si è ricreduto su Giuseppe Conte e pensa che il governo attuale stia gestendo lucidamente la crisi. Spera che una volta tornata la normalità le scelte verso i giovani siano più coraggiose rispetto al passato e auspica che vengano rafforzate due aree fondamentali per lo sviluppo di un paese civile e all’avanguardia: istruzione e ricerca, e sanità. Ma non dimentica il sud Italia, dove è necessario intervenire massicciamente affinché i giovani possano acquisire maggiore fiducia nell’istruzione e nella politica.

Per concludere, chiedo a Hamilton dove sente le sue radici. Per lui, le radici sono dove vive e dove vivono i suoi cari, per questo sono sia in Albania sia in Italia. E aggiunge:

Sono fortemente affezionato al mio paese di origine, ma il mio presente e futuro li vedo solo in Italia e dunque vorrei diventare italiano al 100%.

CONDIVIDI

Nata in Marocco e cresciuta in Italia, è laureata in Lingue e Letterature Straniere a Bologna e ora studia Relazioni Internazionali. Dopo un tirocinio al Nuovo Diario Messaggero, si è riaccesa la passione per il giornalismo. Adora leggere e scrivere, e si diletta a comporre poesie e a fotografare qualsiasi cosa la incuriosisca.
3 Commenti
  1. A.Mushi

    Incredibile come si possa avere un background simile nonostante si abbia avuto dei contesti di partenza diversi. Sono nella stessa condizione ma come insegnante, grazie per la tua storia Hamilton.

  2. saidaamou

    Come Hamilton, come Lei e come me ci sono anche centinaia di migliaia di giovani nella stessa condizione, che nonostante siano cresciuti in Italia, ancora non sono italiani. Speriamo che la situazione futura sia più favorevole.

  3. IB

    Questo racconto è incompleto: lei e la sua famiglia siete immigrati legalmente? L'articolo parla di "17 anni di residenza", ma di tipo legale o semplice permanenza sul territorio? Se suo padre non ha fatto domanda per la cittadinanza 7 anni fa, viene il sospetto che sia arrivato illegalmente in Italia. Se è così, io credo che sia ipocrita attaccare uno stato e le sue leggi, se le si è violate per anni. Chiaramente, io sto facendo un discorso generale. Se questo aspetto non vale per lei, comunque si applica alle centinaia di migliaia di altri migranti irregolari. Riguardo il requisito del salario minimo, ha ragionissimo a dire che lo stato dovrebbe fare una vera lotta al lavoro nero, irregolare o sottopagato, ma il requisito in sé è giustissimo. Gli stati non sono enti di beneficenza per stranieri. La società è un contratto basato sul mutuo contributo. Se uno straniero arriva, ma non ha i requisiti per contribuire, ma solo per prendere, il contratto diventa insostenibile per quelli che pagano. Il requisito minimo attuale è ampiamente sotto un reddito che contribuisce alle società. Chi immigra illegalmente, necessariamente, si deve anche mantenere illegalmente, tramite lavoro nero o attività illegali. Quindi l'assenza di un contratto che "tutti credono che esista ma nessuno l’ha mai visto" a tempo debito ha fatto anche comodo. Quindi, ancora, è una critica verso un sistema che gli stessi migranti irregolari alimentano (questo vale sopratutto per le proteste di Aboukabar Soumahoro). Immagino che la risposta possa essere che, dopotutto, i migranti cercano solo una vita migliore, che vogliono solo lavorare onestamente etc. ma questo non cambia niente. È chiaro che tutti i migranti pensano la stessa cosa, ma se dobbiamo ammettere che tale desiderio giustifica e autorizza l'immigrazione clandestina, allora vuol dire che le frontiere non esistono. Ciò probabilmente sarebbe anche auspicabile e bellissimo, ma nel mondo attuale, con troppe disparità, troppe persone vogliono immigrare in pochi paesi. Ciò non è materialmente sostenibile. Infatti, nessun paese, incluso il Vaticano, ammette l'immigrazione incondizionata. Riguardo il sentirsi italiani, io vivo all'estero da molti anni. Molti miei colleghi stranieri hanno figli, ma nessuno (nessuno!) di loro non si attribuirebbe la nazionalità dei genitori. Per questo, nutro diverse perplessità per chi rivendica una nazionalità più "comoda". In secondo luogo, molti di quelli che la rivendicano, lo fanno come se fosse un diritto. Invece, l'essere parte di una comunità dovrebbe sempre partire dai doveri che si hanno verso di essa, non dai diritti. Il vero problema e il vero limite di questi articoli, é che si concentrano sui pochi casi virtuosi che spesso sono anche statisticamente "outliers". Quindi, sono d'accordissimo a semplificare la naturalizzazione per chi dimostra di essere in grado di contribuire alla società, ma non deve essere l'ennesima sanatoria esplicita o implicita come lo ius soli, o varianti, che serve a rendere inespellibili i genitori.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Iscriviti alla niusletter e resta aggiornato

TORNA
SU