Linee di confine | Storia di Câtâlin

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Questa storia è stata raccolta all’interno del progetto “Linee di Confine. Intrecci culturali e generazionali” che per mezzo di interviste a primogeniti di famiglie straniere, cene in casa loro e immagini fotografiche ha indagato la tematica delle seconde generazioni. L’obiettivo dell’Associazione Parole Nuove, promotrice del progetto, è quello di capire i sentimenti, i conflitti e gli stati d’animo che muovono le vite di genitori e figli nel sentirsi italiani e stranieri e nel percepirsi come parte di questa o quella cultura, di questa o di quella comunità. Qui tutte le storie.

storia di catalin
Câtâlin e la sua famiglia

Lo vedi questo grande peluche che ho qui sul letto? Lo sai perché ci sono affezionato? Ce l’aveva in braccio mia nonna, in aeroporto, quando sono arrivato in Italia con i miei genitori. Lei viveva già qui da un po’, era venuta in avanscoperta. Avevo due anni e mezzo ma me lo ricordo bene. Ricordo bene anche che prima della partenza, in Moldavia, mi ero attaccato alle gambe del nonno e che il cane abbaiava senza sosta perché aveva capito che stavo andando via.

Adesso ho quattordici anni, è passato molto tempo. Ma quando torno in Moldavia sento che quella è casa mia. No, non ho mai pensato a me come italiano: è vero, la lingua la parlo bene. Ma non conosco bene le tradizioni di questo paese. O forse non mi piacciono.

Mi sento straniero soprattutto quando sbaglio a spiegarmi o mi sembra che le persone non mi capiscano. O quando mi chiamano Catalin, invece di Câtâlin. Lo accetto, non è facile pronunciarlo come si deve. E ormai ci ho fatto l’abitudine. Ma è come se ti facessero notare, ogni volta, che non sei di qui.

Avrei preferito finire in Svizzera, lì la gente ha più cura delle cose, lì c’è meno egoismo. Dell’Italia salvo il mare, le lasagne. Anche se il mio piatto preferito è la carbonara.

In Moldavia, invece, mi piace mangiare la ziamâ, la zuppa di pollo e verdure. E il plâcinte, lo strudel salato ripieno di formaggio che là consumiamo anche con il miele. A proposito, in moldavo ape si dice albinâ, che è in assoluto la mia parola preferita: ha un bel suono e mi ricorda quel miele squisito che trovo solo a casa.

Ci torno ogni estate, per fortuna: incontro i miei amici, i parenti. E riconosco quel modo di fare delle persone che mi piace molto: la cordialità, la socievolezza. A Ravenna in pochi ti chiedono come stai, come è andata la giornata. E salutare sembra quasi superfluo. Da noi è il contrario. Ed è la cosa che più mi manca.

Negli ultimi anni ho frequentato un centro estivo in Moldavia, ci vanno i bambini che vivono all’estero ma che conoscono la lingua. Ho fatto subito amicizia, è stato bello. Poi quando torno in Italia c’è un po’ di tristezza, un po’ di malinconia. Bisogna come riabituarsi.

Per lo meno, a scuola mi sono integrato bene, non ho particolari problemi. Ma più di una volta, in passato, ho dovuto mettere le cose in chiaro dopo che mi avevano spinto e strappato il grembiule. Anche adesso, qualche volta, mi capita di avvertire un po’ di diffidenza, di razzismo. Non sarà un caso se ho pochi amici.

In Moldavia mi bussano alla porta per andare fuori a giocare, qui si fa molta fatica a condividere. Mi sfogo nel karate, le vedi quelle medaglie? L’ambiente sportivo è migliore, più sano. Come i sogni che sto coltivando per il mio futuro.

In settembre andrò all’Itis, dopo il diploma mi iscriverò a Ingegneria. Vorrei progettare auto, auto che magari possano volare. È una passione che accomuna anche papà, quella delle macchine: spesso ci affacciamo al balcone e giochiamo a indovinare modello e cavalli di quelle che passano.

Mi piace molto, stare con i miei genitori. Anche se mi succede di essere triste perché speravano di trovare dei lavori meravigliosi e invece si sono dovuti adattare. Sono entrambi laureati: mio padre andava a lavorare in giacca e cravatta e ora sta le ore sotto la pioggia, mia mamma lavorava in banca e adesso, quando deve fare la mediazione culturale in una scuola, deve tirare fuori i soldi di tasca sua. Hanno lavorato entrambi in fabbrica, quando io ero piccolo.

È un paradosso, se ci penso: vivevamo in un paese povero ma loro avevano una buona posizione. Certo, non bastava. Ma chissà che cosa sarebbe successo se non fossero partiti. Io non dico che hanno sbagliato, a provarci. Ma forse l’errore è stato pensare di restare in Italia per sempre. Il desiderio di tornare indietro c’è, c’è in tutti e tre. Ma non è così automatico tornare sui propri passi. Io e la mamma insistiamo di più per farlo, papà di meno.

E se penso a me tra quindici anni, mi vedo sdoppiato: vorrei fare qualcosa di importante qui ma allo stesso tempo vorrei poter migliorare il mio paese. Mi ci vedi come presidente della Repubblica? Mica male.

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Parole Nuove è un’associazione che fa del potere del racconto il proprio manifesto. L’obiettivo è stimolare l'utilizzo di parole nuove con cui riguardare la propria storia, creando punti di vista alternativi, mettendo in scena competenze e abilità essenziali per lenire il dolore e trasformare il disagio in occasione di resilienza.

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