La storia del genocidio armeno

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la storia del genocidio armeno
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Quel massacro fu il primo genocidio moderno

Con queste parole Papa Francesco ha definito il dramma vissuto dalla popolazione armena nel 1915, di cui ricorrerà il centenario il 24 aprile prossimo. La risposta secca di Ankara non è tardata ad arrivare: l’attuale Presidente Erdogan ha accusato il Papa di distorcere la storia e ha definito inaccettabili le sue dichiarazioni. Ma perché la Turchia si ostina a negare il massacro perpetuato ai danni della comunità armena?

La storia del genocidio armeno

Nei primi anni del ‘900 la Turchia, al secolo ancora Impero Ottomano, era stata attraversata da una rivoluzione armata che aveva portato al potere la formazione dei Giovani Turchi. Il nuovo gruppo nazionalista aveva l’obbiettivo di “occidentalizzare” gli usi e i costumi del Paese, ormai fermo ai fasti decadenti delle ere medioevali. Questo processo prevedeva inizialmente anche l’integrazione delle comunità minoritarie che nel corso dei secoli si erano stanziate nell’Impero Ottomano, compresa quella armena di religione cristiana che occupava i confini orientali dello Stato. Questa dichiarazione di intenti è stata storicamente smentita dopo la scoperta di un Congresso segreto tenutosi a Salonicco nel 1911, dove i Giovani Turchi pare avessero programmato la totale soppressione della comunità armena dai territori del Paese. L’obiettivo era quello di occupare i ricchi terreni che l’élite armena possedeva e sbarrare le porte all’integrazione col mondo cristiano. L’ingresso nella Prima Guerra Mondiale a fianco degli imperi centrali ha dato la giusta occasione per attuare i piani segreti. Alla chiamata di leva risposero moltissimi uomini delle famiglie armene, desiderosi di servire l’Impero e rivendicare l’appartenenza della propria comunità al Paese per cui erano pronti a morire.

Dopo la sconfitta delle truppe ottomane al confine russo nel 1915, nella notte fra il 23 e il 24 aprile il Governo ordinò l’arresto e la consecutiva esecuzione di 50 intellettuali esponenti di spicco della comunità armena. L’accusa era quella di star collaborando con la Russia ai danni dell’Impero e si presupponeva che la cospirazione coinvolgesse tutta la minoranza armena desiderosa di indipendenza. Con questo pretesto furono avviati rastrellamenti a tappeto in tutte le case armene. Questi si svolsero senza rappresaglie vista l’assenza dalle abitazioni degli uomini chiamati alla leva. Centinaia di armeni furono arrestati per poi essere torturati nelle carceri turche. Altri, soprattutto donne e bambini, furono deportati a piedi in campi appositi nell’Anatolia, in balia non solo dei soldati aguzzini ma anche dei predoni che popolavano le zone disabitate della penisola. Nel film “La masseria delle Allodole” dei fratelli Traviani, ispirato all’omonimo romanzo di Antonia Arslan, viene raccontato un perfetto spaccato di quella che era la vita di una famiglia prima e durante i tristi eventi di quello che il popolo armeno chiama Medz Yeghern, “il Grande Male”. Gli istituti internazionali accreditati hanno stimato che fra il 1915 e il 1916 più di un milione di armeni siano morti in seguito alle deportazioni e alle persecuzioni.

Ad oggi, la Turchia non identifica ancora la diaspora armena come un “genocidio”, ma utilizza il termine “repressione”. I Governi Turchi solo in tempi recenti hanno riconosciuto l’attendibilità storica del massacro, ma vi è l’ostinata volontà di non voler definire il dramma come “genocidio”, ovvero “un atto premeditato che manifesta una volontà sistematica di eliminazione di un popolo” secondo la definizione di Raphael Lemkin, avvocato polacco che per primo utilizzò il termine nel 1943. Addirittura, l’articolo 301 del codice penale turco prevede il reato di “vilipendio dell’identità turca” per chi lo utilizza per descrivere i fatti del 1915. Questo negazionismo è uno dei motivi per i quali i trattati per l’ingresso della Turchia nell’UE sono in stallo: la comunità internazionale ha riconosciuto il genocidio armeno nel lavoro della sottocommissione per i diritti umani dell’Onu nel 1985 e nelle posizioni assunte dallo stesso Parlamento Europeo sulla questione nel 1987. Anche l’Italia negli anni passati, assieme ad altri Paesi di tutto il Mondo, ha formalizzato la sua posizione in favore del riconoscimento. Ma la Turchia continuare a contestare quella che non riconoscono come verità storica.

Le parole del Papa hanno avuto un’eco mediatico potente che ha riportato all’attenzione dei media la questione. Oltre ad Erdogan, altri Capi di Stato e importanti istituzioni Internazionali sono state chiamate a ribadire la propria posizione. Obama, sotto pressione della numerosa comunità armena negli Usa, è intervenuto parlando di “massacro” rimarcando che un giusto riconoscimento degli avvenimenti è nell’interesse di tutti. Anche il segretario generale dell’Onu Ban Ki Moon attraverso i propri portavoce ha fatto sapere la sua, descrivendo il dramma come “crimine atroce” non usando volutamente il termine “genocidio”. Al contrario, il Parlameto Europeo ha approvato in questi giorni una risoluzione non vincolante dove invita la Turchia a “continuare i suoi sforzi per il riconoscimento del genocidio armeno”, mettendo volutamente in risalto i termini contestati.

Alla base del negazionismo turco vi sono principalmente motivi di orgoglio nazionale e la paura di dover rispondere ad eventuali richieste di risarcimento da parte dei parenti delle vittime. La Turchia andrà alle elezioni il 7 Giugno prossimo e il partito nazionalista Akp attualmente al Governo sfrutterà senza dubbio l’occasione per ricompattare il suo elettorato. L’eco mediatica della vicende e il forte sentimento nazionale che richiama è il veicolo giusto per riportare a sé i voti dispersi verso le aree più moderate. In questa prospettiva, è possibile che il Governo turco porti avanti altre iniziative di contestazione dopo il ritiro del proprio ambasciatore dal Vaticano e il richiamo ufficiale fatto dal ministro degli esteri turco al nunzio apostolico Antonio Lucibello.

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Fiorentino di nascita, nativo digitale e content creator di professione, anche se ancora devo capire in cosa consiste questo mestiere. Da nerd di prima categoria ho scelto di seguire la più emozionante delle mie passioni: la politica.

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