Se tu non me voi bene: Lo stadio della Roma *

di
stadio della roma
@stadiodellaroma.com

Lunedì 15 giugno è stato presentato il progetto definitivo de Lo Stadio della Roma.
Adesso sarà supervisionato da Roma Capitale che darà un riscontro sulla fattibilità entro un mese e poi la palla passerà alla Regione Lazio che entro sei mesi validerà o rifiuterà il progetto.

Le tre righe scritte qui sopra (contatele in ogni caso perché non so come verrà impaginato il testo e quindi magari sono due o sei) mi garantiscono di svolgere appieno i compiti basic del giornalista, dando così un senso al tesserino con la custodia finto pelle riposto nel portafogli e consentendomi di passare ad altro.

Prima di tutto occorre specificare che i tempi delle due istituzioni locali sono al netto dello scioglimento per mafia. Ci sta quindi che il mese necessario a Roma Capitale diventi un mese dall’insediamento del nuovo Sindaco nel maggio 2016.
Per dire.

Lo Stadio della Roma: due aspetti fondamentali

Il progetto, almeno stando al plastico, è una ficata pazzesca (ficata pazzesca insieme ad architrave e perimetro è il termine più usato in architettura) pure se io personalmente lo avrei fatto con i Lego , ma poi ci sarà un motivo se io non sono un archistar che sorseggia negroni eco sostenibili (quelli sbagliati non li fanno più, so’ americani questi, mica hanno progettato l’Expo). E quindi va pure bene così.

Ci sono fondamentalmente due aspetti della presentazione de Lo stadio della Roma di cui vorrei parlarvi.

Il primo riguarda Daniel Libeskind che ha parlato dello Stadio come l’incontro di tre elementi fondamentali per Roma: il centro storico, l’aeroporto e Ostia.
Cioè, Ostia.
O Esse Ti I A
Ci sono romani che manco sanno che Ostia è Roma e la considerano un comune a parte. Io a Ostia ci sono cresciuto e ho vissuto circondato da gente che credeva che Acilia fosse vicino ad Aprilia, perché facevano rima, combattendo insegnanti che alle elementari scrivevano la data sulla lavagna così: Ostia, 10 ottobre 1988 e compagni di classe che dicevano andiamo a fare un giro a Roma con me pronto alla rissa territoriale:

Perché mo ‘ndo stamo a Palermo?

Ecco, io dopo 34 anni de trincee me devo sentì dì che sta guerra l’ho combattuta per un soldato poco giallorosso, molto born in the USA che non indossa stelle e strisce e non suona la chitarra ma ha degli occhiali improbabili e parla no de un fortino ma de ‘no stadio, come se fosse un nido, una casa che la domenica mattina senti l’odore de sugo de mamma mentre stai ancora a cerca’ de capì chi sei e dove stai primanco che sempre tu madre inizi a passa’ er folletto facendo finì la poesia. Eccolo lo stadio della Roma: ‘na pentola dell’AMC co’ dentro il sugo colle spuntature.

Il secondo aspetto riguarda quelli che dopo la presentazione del progetto hanno tirato fuori la laurea in scienza dei materiali e architettura (triennale più specialistica, quindi guai a smentirli) iniziando a criticare non ideologicamente che forse un senso ce l’avrebbe pure avuto, ma strutturalmente, il progetto.

Come se un vecchio davanti ai cantieri della metro C se mettesse a rompe il cazzo agli ingegneri perché le escavatrici c’hanno la punta stondata. Come cazzo c’arrivi a san Giovanni se non poi scava’ la galleria? E infatti loro non c’avrebbero manco tutti i torti e forse ho scelto l’esempio davvero più sbagliato.
Diciamo allora così, che quelli che criticano lo stadio della Roma senza neanche averlo visto, parlando di ecomostri e colate di cemento sono gli stessi che poi d’estate dicono ad Amo’ di andare a Roma Est perché magari lì coll’aria condizionata ce sta un po’ de freschetto.

Facciamo le dovute proporzioni ed abbiamo davanti a noi questi personaggi poco probabili.

Io con uno degli architetti che (speriamo) lavorerà allo stadio ho avuto modo di parlarci e sembravo un ragazzino il giorno di natale che guarda speranzoso il padre (che in quel momento sta invece bestemmiando le madonne che danno i nomi ai paesi della costa sud della Calabria per l’imminente arrivo di nonne, suoceri e cugini) davanti al meccano appena ricevuto in dono. Dai papà costruiscimi un’autocisterna! E invece l’unica cosa di senso compiuto che sono riuscito a dire è stata:

But is the river so close a danger?

La risposta: Rivers are always a problem if you are not able to do your work.
Che più o meno sta a significare regazzì tu pensa a tifa’ che al resto ce pensamo noi, sta tranquillo che non te lo bucamo il pallone.

 

*Questo pezzo doveva inizialmente titolarsi: Che io a Tor di valle non ce so mai stato. Manco a rende omaggio a Febbre da cavallo e manco quella volta che c’hanno fatto gli Mtv Europe Music Awards che li presentava Will Smith. Io a Tor di Valle c’ho sempre solo fatto il semaforo sulla via del mare. Du’ palle. Ma era troppo lungo.

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Anche noto come Coso. Classe 1981, attualmente in vita. Nasce brutto e povero e non potendosi permettere di cambiare vita chirurgicamente è costretto a vendere il suo corpo al giornalismo, ma nessuno se lo compra. Casca, si rialza, non se rompe. È tipo il pongo. Scrive cose, fa lavatrici.

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