Spazi occupati e autogestiti: illegalità o giustizia sociale?8 min read

15 Aprile 2026 Città Politica Società -

Spazi occupati e autogestiti: illegalità o giustizia sociale?8 min read

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Negli ultimi anni i centri sociali e le occupazioni storiche nelle maggiori città italiane sono tornati all’attenzione della cronaca, soprattutto in relazione agli sgomberi e agli scontri con la polizia. Il Leoncavallo a Milano e Askatasuna a Torino sono solo gli ultimi casi in ordine temporale, ma in tutte le città dove questi spazi sono presenti si registra una crescente pressione, soprattutto da parte del Governo centrale e delle forze dell’ordine.

Gli spazi abbandonati, del resto, esistono da sempre nelle nostre città: luoghi vuoti che si sfaldano nel non utilizzo e che spesso diventano sacche di degrado urbano. Alcune persone hanno però visto in questi spazi residuali delle opportunità di ricostruzione e rigenerazione dal basso, partendo dalle istanze e dalle necessità di chi vive ai margini e sperimentando forme alternative di gestione e di produzione culturale.

Parlare di spazi occupati significa entrare in un ambito complesso, in cui il confine tra legale e illegale non coincide con quello tra morale e immorale, né con quello tra giusto e sbagliato. Per questo, in questo articolo si tratteranno le occupazioni legate ai movimenti per il diritto alla casa e ai centri sociali, sospendendo il giudizio sulla legalità delle azioni e concentrandosi invece sui loro risvolti sociali e urbani.

Abitare in mostra: due modelli dalla Biennale di Architettura

Come già affrontato nell’articolo sul social housing, in Italia esiste un problema strutturale legato all’accesso alla casa. Questo non riguarda soltanto le fasce più povere della popolazione, ma anche quello che un tempo veniva definito ceto medio, che oggi fatica comunque ad arrivare a fine mese.

Il tema dell’abitare è talmente rilevante, non solo in Italia, che il Padiglione Austria gli ha dedicato interamente l’ultima Mostra Internazionale di Architettura, conclusasi a novembre 2025. Il padiglione, guidato dallo slogan

More affordable homes for all!

era articolato in due parti speculari, ciascuna rappresentativa di un diverso modello di risposta al bisogno abitativo.

Il primo modello è quello di Vienna, ampiamente studiato in ambito urbanistico e considerato un riferimento nella gestione dell’edilizia sociale in Europa. Il Comune di Vienna è proprietario, comproprietario o gestore di circa la metà del patrimonio immobiliare destinato alla residenza. Questo patrimonio è stato acquisito o costruito nel tempo attraverso una politica mirata a mantenere i prezzi calmierati.

Tale sistema è stato possibile grazie a diversi fattori: il patrimonio immobiliare dell’ex impero austro-ungarico non è stato privatizzato ma è rimasto pubblico; la città ha investito ingenti risorse — prima in scellini austriaci, poi in euro — nell’edilizia sociale, finanziandosi anche tramite una tassa specifica sulla casa; infine, le abitazioni costruite hanno mantenuto una qualità edilizia e urbana elevata, contribuendo a definire l’identità stessa della città.

Negli ultimi anni anche il modello viennese ha mostrato segnali di crisi, dovuti in parte a un lungo periodo di bassi tassi di interesse che ha favorito la speculazione e l’aumento dei prezzi. Tuttavia, rimane un esempio significativo nella gestione del diritto alla casa.

Il secondo modello presentato nel padiglione austriaco è quello di Roma, composto da circa un centinaio di occupazioni abitative e sociali all’interno del territorio comunale. Si tratta di un fenomeno eterogeneo: da un lato vi sono appartamenti e caseggiati sfitti, spesso di proprietà privata, occupati individualmente o gestiti dalla criminalità organizzata che successivamente li subaffitta; dall’altro vi sono edifici pubblici o privati occupati da movimenti per il diritto alla casa o da gruppi sociali che rivendicano spazi autogestiti. È su questi ultimi che si concentrava la mostra.

Di fronte alla crescente necessità di alloggi, una parte della comunità romana ha risposto organizzandosi in movimenti dal basso che, attraverso l’occupazione, hanno portato alla luce il problema e offerto una risposta, seppur temporanea e instabile.

A differenza del caso viennese, in Italia la gestione degli alloggi è stata inizialmente pubblica — attraverso i piani di edilizia popolare — per poi essere progressivamente abbandonata, nonostante la domanda abitativa nelle città sia cresciuta in modo esponenziale. Oggi il Comune di Roma privilegia strumenti come il contributo affitto, che tuttavia non intervengono sulla carenza strutturale di alloggi.

Inoltre, le abitazioni di edilizia economica e convenzionata sono ancora pensate per famiglie numerose, risultando inadatte a una società molto più diversificata, composta anche da persone sole, divorziate, anziane, giovani coppie e famiglie migranti — tutte categorie che incontrano difficoltà nell’accesso al mercato degli affitti.

La risposta dei movimenti romani è stata spesso la riappropriazione di edifici pubblici abbandonati e la loro rigenerazione. Le richieste non riguardano nuove costruzioni o espansioni urbane, ma il recupero dell’esistente e la resistenza alla speculazione edilizia.

Un elemento significativo è che negli ultimi decenni il patrimonio pubblico è stato in parte cartolarizzato e venduto a fondi di investimento, nel tentativo — spesso fallimentare — di aumentare le entrate statali. Il risultato, a livello urbano, è stato la presenza diffusa di porzioni di città abbandonate in attesa di valorizzazione speculativa. Sono proprio questi gli immobili spesso scelti per le occupazioni.

Le occupazioni dei centri sociali

Ogni centro sociale e ogni occupazione ha una storia specifica. Tuttavia, molte delle occupazioni storiche italiane risalgono agli anni ’80, quando nei quartieri periferici delle grandi città emergeva una forte necessità di spazi sociali alternativi all’emarginazione, al degrado e alla diffusione dell’eroina.

In quegli anni vennero occupati, tra gli altri, il Leoncavallo a Milano, il Forte Prenestino a Roma, il TNT a Jesi, El Paso Occupato a Torino, il Pedro a Padova, il CPA a Firenze, il Tuwat a Carpi e la Giungla a Bari.

I centri sociali rappresentano una parte della società che, di fronte a un sistema dominante di gestione degli spazi — centralizzato, normato e regolato dal mercato — propone una visione alternativa, più orizzontale e basata sull’autogestione.

Fin da subito questi spazi hanno offerto servizi alla comunità, spesso gratuiti o a prezzi accessibili, cercando di colmare quelle che venivano percepite come carenze delle istituzioni nei confronti delle classi più vulnerabili. Al loro interno si trovano doposcuola, mense, laboratori, officine, palestre e biblioteche, attività sostenute in larga parte dal lavoro volontario.

I centri sociali sono anche luoghi di sperimentazione culturale: musica autoprodotta, graffiti e forme artistiche non convenzionali trovano qui una libertà di espressione difficilmente riscontrabile altrove. Non si tratta solo di contestazione, ma anche di creazione di alternative accessibili ai circuiti tradizionali della produzione culturale.

Un esempio emblematico è la Casa delle Donne *Lucha y Siesta. Nel 2008 uno stabile abbandonato di proprietà ATAC, in via Lucio Sestio a Roma, è stato occupato e trasformato in uno spazio dedicato alle donne. Nel tempo, Lucha y Siesta è diventata un presidio fondamentale nel contrasto alla violenza di genere: un centro antiviolenza, una casa rifugio e un polo culturale.

Nonostante la battuta d’arresto subita dai movimenti nei primi anni 2000 — anche in seguito agli eventi del G8 di Genova — negli ultimi anni si sono registrate nuove esperienze significative.

Sempre a Roma, nel quartiere Quarticciolo, è nato Quarticciolo Ribelle, che unisce la lotta per la casa alla creazione di servizi per il territorio, seguendo lo slogan

dalla borgata per la borgata

Qui sono stati recuperati spazi per una palestra popolare, un doposcuola e una biblioteca.

A Campi Bisenzio, in provincia di Firenze, la fabbrica GKN è occupata dal 2021 dall’assemblea permanente del Collettivo di Fabbrica, come forma di resistenza alla chiusura e ai licenziamenti. L’occupazione ha dato vita non solo a mobilitazioni e manifestazioni, ma anche a iniziative culturali, come un festival di letteratura working class ospitato negli spazi della fabbrica.

@Quarticciolo ribelle pagina Facebook

La fatica dell’autogestione

Occupare uno spazio, però, è solo l’inizio. Come mostrano gli esempi, per rimanere vivi questi luoghi richiedono un lavoro continuo di cura e organizzazione collettiva — una pratica a cui la società contemporanea, fortemente individualista, è sempre meno abituata.

L’autogestione non è automatica: si costruisce attraverso assemblee, gestione dei conflitti interni e ricerca costante di risorse economiche, soprattutto in presenza di spese legali o interventi di manutenzione straordinaria.

Si tratta di un equilibrio fragile. Il carico organizzativo può diventare talmente pesante da portare a forme più gerarchiche, in contrasto con i principi originari, oppure a irrigidimenti ideologici che col tempo rischiano di diventare sterili.

È proprio in questo scarto tra entusiasmo iniziale e fatica della continuità che si gioca la sopravvivenza di questi spazi. Quando la cura viene meno, inizia il declino.

Di chi è la città?

Le esperienze delle occupazioni abitative e sociali pongono una domanda radicale: di chi è la città?

Di chi possiede gli immobili e li lascia inutilizzati, o di chi li vive e li rigenera?

Occupare uno spazio è un atto politico che mette sotto pressione le amministrazioni. Spesso queste realtà vengono tollerate o ignorate finché possibile, per evitare di affrontare non solo la questione della legittimità dell’occupazione, ma soprattutto le cause che la generano: la mancanza di alloggi e di spazi sociali sottratti alle logiche di mercato.

In pochi casi si è arrivati a percorsi di riconoscimento come quelli dei “beni comuni”, in cui le amministrazioni valorizzano il ruolo sociale di questi spazi e ne tutelano l’autonomia. Nella maggior parte delle situazioni, invece, la risposta resta quella repressiva degli sgomberi, spesso accompagnati da un massiccio dispiegamento di forze.

Le occupazioni sono un fenomeno che le istituzioni dovrebbero leggere anche come un tentativo di costruzione dal basso: la creazione di qualcosa dove prima esisteva un vuoto — spesso un vuoto dello Stato più che un vuoto urbano.

Forse, però, queste esperienze si comprendono davvero solo vivendole dall’interno: non con uno sguardo esterno e giudicante, ma partecipando a una comunità che sceglie di riappropriarsi del proprio tempo e del proprio spazio.

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Architetta, si occupa di mobilità sostenibile, città accessibili, disastri naturali, portualità e comunicazione digitale: un mix eclettico che la tiene sempre alla ricerca di novità.
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